John Coltrane: “A Love Supreme” (1965) – di Ubaldo Scifo

Perché un uomo come John Coltrane a un certo punto della sua vita sente il bisogno di mettersi così a nudo e rendere gli altri partecipi delle proprie debolezze? Perché in un momento in cui ognuno preferirebbe rimanere in silenzio nell’ombra e nel riserbo il musicista urla la sua fede alla luce del sole? Il musicista recita una preghiera di ringraziamento verso Dio che l’ha salvato e tirato fuori dal buio della perdizione. “Nel corso dell’anno 1957 ho fatto l’esperienza, per la grazia di Dio, di un risveglio spirituale che mi ha portato a una vita più ricca, più piena, più produttiva. A quel tempo, per gratitudine, chiesi umilmente che mi venissero dati i mezzi e il privilegio di rendere gli altri felici attraverso la musica. Sento che questo mi è stato concesso attraverso la Sua Grazia. Ogni lode a Dio.(1). Tutto questo ed altro nelle note di copertina, scritte interamente da John che accompagnano l’album “A Love Supreme”, registrato nei Rudy Van Gelder Studios nel dicembre 1964 e pubblicato da Impulse! nel gennaio 1965. “Farò tutto quello che posso per essere / degno di Te, o Signore. / Tutto è basato su questo. / Dio ti ingrazio. / Pace. / Non c’è nessun altro. / Dio è. È così meraviglioso. / Dio ti ringrazio. Dio è tutto. / Aiutaci a risolvere le nostre paure e le / nostre debolezze. / Dio ti ringrazio (…)” (2). Leggendo questi versi si riconosce la struttura tipica dei sermoni dove le preghiere elevate dal predicatore sul pulpito sono alternate ai “Dio ti ringrazio” ripetuti all’unisono dal coro dei fedeli.
John sembra quasi essere “posseduto” dallo spirito predicatore del nonno, il reverendo Walter Blair, pastore della chiesa metodista episcopale africana di Santo Stefano, e tutto il componimento sembra scritto come in preda ad una trance mistica. Coltrane nel 1964 è un uomo diverso: la sua vita è radicalmente cambiata già dalla fine degli anni 50, l’alcol e l’eroina hanno lasciato il posto a bicchieroni di intrugli dietetici. Dopo le fondamentali esperienze con il gruppo di Miles Davis, quello di Thelonius Monk, la collaborazione e l’amicizia con Eric Dolphy e l’incontro con Ornette Coleman, la decisione di suonare con un proprio gruppo le proprie composizioni ha finalmente tracciato la sua personalità musicale. La sua musica assume un forte carattere devozionale, come nei gospel, negli spiritual, come tanta musica popolare indiana e africana che ha ascoltato e studiato nel tempo. Continua, parallelamente alla sua ricerca interiore, esplorando nelle filosofie orientali, nella scienza, nell’astrologia, la sperimentazione di nuove forme espressive musicali, mentre tutte queste discipline inevitabilmente finiscono per influenzare il suo modo di suonare. Aspetti che caratterizzano anche i precedenti album, come Impressions (Impulse! 1963) e “Crescent” (Impulse! 1964). Ogni sua composizione fa parte di un tutto che coinvolge le sue idee, i sui sentimenti, la sua spiritualità. “Sì, è vero: cercate e troverete. Solo attraverso Lui possiamo conoscere la più meravigliosa eredità(3). La ricerca è l’aspetto caratterizzante e fondamentale della sua musica: quest’album ne è una tappa intermedia, senza dubbio importante, ma il sassofonista non si ferma. Arrigo Polillo, che ebbe modo di conoscerlo personalmente scrisse: “Se in A Love supreme si può, a tratti, indovinare una religiosità cristiana, lo spirito di questa è del tutto assente dall’altra grande opera “mistica” coltraniana, Ascension, in cui il ghetto negro celebra un suo esoterico, orgiastico rito nel quale mille demoni sono invocati ed esorcizzati”(4).
Ma torniamo su A Love Supreme”. Si tratta di una suite composta da quattro parti della durata totale di 32:02 minuti. Ascoltando Acknowledgement, il tema iniziale impostato su una frase di quattro note ripetuta con il sassofono e poi verso la fine cantata dallo stesso Coltrane, sembra di trovarsi di fronte a un quadro di Jackson Pollock, dove si intrecciano linee colori e traiettorie, dentro lo spazio della tela nel cui interno, dietro un’apparente, confusa molteplicità, si nasconde un disegno armonico d’insieme. E mentre McCoy Tyner tesse ragnatele modali ed Elvin Jones, partendo da accenni afro-cubani, costruisce poliritmie spostando e aggiungendo accenti, mentre l’ingrato compito di modulare i tempi spetta a Jimmy Garrison, Coltrane plana su questo paesaggio sonoro come un falco travestito da Spirito Santo. Un assolo di contrabbasso introduce Resolution, ipnotica e martellante, che viaggia lungo la linea di confine tra luce ed oscurità, come succede ascoltando Tyner e il successivo intervento al sassofono di John. Pursuance è introdotto da Elvin Jones che consente di apprezzare la sua tecnica straordinaria, piena di esuberanza, inventiva ed energia. Coltrane esegue il tema e segue l’improvvisazione di McCoy Tyner, brillante, densa di note, con la solita eleganza. È un brano in cui l’hard bop si sente più che negli altri, mentre l’assolo frenetico e drammatico di Coltrane aggiunge pulsioni tipiche del free jazz, che esaltano l’espressività del sassofonista. Una corsa a velocità supersonica, coinvolgente, emozionante. Introdotto da Garrison… Psalm, meraviglioso salmo finale dove ogni situazione si risolve, le parole trovano il corrispettivo nella musica e viceversa come svela lo stesso Coltrane, che qui è vicinissimo all’ascoltatore, è in primo piano, immanente e solenne.
Un crescendo di intensità e pathos: che meraviglia, che potenza! Jones butta via le bacchette e suona con le mazzette tamburi e piatti, Tyner percuote i tasti e ne ricava accordi celestiali, Garrison distrugge il suo strumento con le dita e la pelle delle sue dita viene abrasa dalle corde infuocate. Una specie di catarsi finale. Non puoi essere lucido nell’ascoltare una roba del genere. Sempre nelle note di copertina Coltrane ringrazia il suoi amici Elvin, Jimmy e McCoy, compresi Archie Shepp (sassofonista tenore) e ad Art Davis (bassista), che suonarono su un brano non inserito nell’album. Peccato, sarebbe stato interessante sentirli tutti insieme. Jean-Louis Comolli in occasione dell’esibizione al Festival del jazz di Antibes, del quartetto di Coltrane nel luglio 1965 scrisse:senza dubbio il jazz non è stato mai portato a un tal punto di esaltazione, l’improvvisazione così vicino al delirio e la bellezza tanto vicino alla mostruosità, che è la perfezione superumana. Musica non celeste, ma infernale, in cui l’amore di Dio è la morte dell’uomo. In questo senso si deve parlare di vero misticismo a proposito di questo canto di gioia per mezzo della sofferenza, di serenità attraverso la follia e di bellezza per il tramite del terrore…”(5)
Parole piene di entusiasmo e ammirazione, tuttavia Coltrane ha attraversato momenti di profonda incomprensione da parte degli appassionati di jazz, la sua musica e il suo modo di suonare non sono stati apprezzati subito, a volte hanno subito critiche anche pesanti. Non sempre giornalisti e pubblico hanno compreso la portata di questo fenomeno musicale. Sempre in occasione del festival jazz di Antibes Coltrane fu seguito dalla giornalista norvegese Randi Hultin fino a Parigi, dove il quartetto del sassofonista suonò alla Salle Pleyel. Durante una pausa di John, mentre la sezione ritmica continuava la sua esibizione, la giornalista lo esortò a rientrare sul palco perché il pubblico cominciava a reagire rumorosamente. … o farai scoppiare degli incidenti“. “Questa gente è maleducata. Potrebbero ascoltare quelli che stanno suonando”. (…) quando il concerto fu finito, il pubblico si mise a gridare e ad applaudire chiedendo il bis. Ma Coltrane disse che se ne sarebbero andati. “L’ultima volta che ho suonato qui mi hanno tirato i pomodori. Non ho molta stima del pubblico francese”. Quando ce ne fummo andati, il direttore del teatro aprì una porta laterale del palco e urlò al pubblico: “Non suonerà nient’altro per voi, quindi potete anche andare a casa!(6).

Part 1: Acknowledgement – 7:47. Part 2: Resolution – 7:22.
Part 3: Pursuance – 10:45. Part 4: Psalm – 7:08.

John Coltrane: sassofono tenore. Jimmy Garrison: contrabbasso.
Elvin Jones: batteria. McCoy Tyner: pianoforte.

(1)(2)(3) Dalle note di copertina dell’Album “A Love Supreme”. (4) Da “Jazz – La vicenda e i protagonisti della musica afro-americana” Arrigo Polillo 1975. (5) Da “Coltrane secondo Coltrane” a cura di Chris Devito 2012. (6) Da “Born Under the Sign of Jazz” Randi Hultin 1998.

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