John Carpenter: “Halloween: la notte delle streghe” (1978) – di Maurizio Fierro

Una misteriosa cittadina della periferia americana è teatro del primo episodio della saga dedicata alla festività di Halloween. Siamo nel 1978. John Carpenter, un giovane regista con la passione della musica (oggi, a 68 anni suonati, è spesso in tour col figlio Cody e Daniel Davies per promuovere i suoi Lp, l’ultimo… “Lost Themes” del 2015) si sta facendo largo nell’ambiente del Cinema indipendente a stelle e strisce. Due anni prima, girando in soli venti giorni, ha diretto un piccolo film diventato oggetto di culto fra gli appassionati: “Assault on Precinct 13”. In quella pellicola, il semisconosciuto caratterista Darwin Joston, vicino di casa del regista, veste i panni di Napoleone Wilson, un condannato alla pena capitale che si trova a dover difendere il Distretto 13 di Los Angeles dall’assalto di una banda sanguinaria. Joston dà vita a una delle più singolari e riuscite interpretazioni di uno dei topos più ricorrenti su grande schermo: il riscatto dell’eroe negativo. Due anni dopo Carpenter firma il primo – l’unico lodevole di memoria, in verità – di una lunga serie di episodi dedicati alla festa di Halloween, che poi altri registi si incaricheranno di proseguire con successivi e, alquanto irrilevanti, capitoli. Fino all’uscita del film, l’antica festività derivante dal folklore celtico non è molto conosciuta al di fuori dei paesi di lingua anglofona. Halloween deriva dall’antica ricorrenza pagana di Sam-hain, che cade il 31 ottobre, data in cui viene festeggiato il Capodanno celtico; è poi identificata dagli invasori Romani nei Lemuria, le feste in cui, attraverso appositi riti, si esorcizzano gli spiriti dei morti, i lemuri; poi viene canonizzata da papa Gregorio IV nella festa di Ognissanti del 1 novembre e, infine, riconvertita in festa laica in ambito anglosassone, nonché occasione di divertimento per i bambini, che girano per le case invocando “trick or treat”, dolcetto o scherzetto. Il simbolo della zucca intagliata, invece, è ripreso dall’antica leggenda del fabbro irlandese Jack O’ Lantern, la cui anima tormentata, a seguito di uno scellerato patto stipulato col Diavolo, è condannata a vagare per l’eternità in cerca di pace. Le zucche intagliate e utilizzate come lanterne, servono a far capire al buon Jack che quella casa non è il rifugio adatto per il suo riposo. Fra l’altro, la tradizione della zucca intagliata a forma di teschio non è nuova nemmeno a certe usanze del folklore popolare presente in alcune regioni italiane. Sulla scorta dell’inaspettato successo commerciale del film di CarpenterHalloween anche in Italia  entra a far parte di un certo immaginario horror e abilmente utilizzata dall’industria dell’intrattenimento, a cui non parrà vero di sfruttare a fini commerciali una così ghiotta opportunità. Nel film, la ricorrenza dell’antica festività celtica, ormai diventata per tutti la notte delle streghe, è l’occasione perfetta per raccontare una storia che non aggiunge molto a sceneggiature già viste in precedenti film. Michael Myers, che indossa una maschera che ricorda quella della protagonista di “Gli occhi senza volto” (1960) – chiaro omaggio di John Carpenter al grande regista francese Georges Fanju – rinchiuso in manicomio dall’età di sei anni per aver ucciso la sorellina, trascorsi circa quindici anni dalla tragedia, fugge per tornare sul luogo del delitto. Lo psichiatra che lo ha in cura, il dottor Loomis, cerca di mettere in guardia la Polizia ben sapendo di cosa è capace quel mostro. Tutto però risulta vano, e la furia omicida di Myers ha libero sfogo. Questa pellicola inaugura uno dei cliché cinematografici che maggiormente influenzeranno la successiva produzione horror: lo psicopatico omicida di massa. Il Michael Myers del film di Carpenter, insieme a Jason Voorhees di “Venerdì 13” e a Freddy Krueger di “Nightmare”, saranno i principali protagonisti della produzione horror seriale americana degli anni Ottanta: i cosiddetti “slasher movie”, in cui pazzi mascherati mietono decine di vittime usando armi da taglio. Sono assassini improbabili, portatori di tratti palesamente irrealistici conditi da poteri quasi paranormali. Bluff da drive-in cinicamente costruiti per agghiacciare masse di ignari adolescenti alla ricerca di facili emozioni. Il primo “Halloween: la notte delle streghe”, però, girato con mezzi e budget limitati, ha dalla sua un climax particolare. Il film è caratterizzato da un ritmo incalzante che, insieme alla colonna musicale composta dallo stesso regista – il tema principale è una suonata al pianoforte al ritmo di 5/4 – trasmette un senso di inquietudine non comune… ma è il richiamo a qualcosa di ancora più ancestrale a fare del film di Carpenter una piccola chicca di genere. Lo si capisce chiaramente dalla domanda che l’atterrita babysitter Laurie, l’ottima esordiente Jamie Lee Curtis, rivolge al dottor Loomis, dopo che neanche i numerosi colpi esplosi dal suo fucile sembrano essere stati in grado di uccidere Michael“It was the Bogeyman?”, chiede Laurie. Laconica la risposta di Loomis“As a matter of fact, it was”… e sì, perché è proprio lui, the Bogeyman, l’Uomo Nero, l’occulto protagonista della pellicola. Il terrore evocato da questa creatura mitica, un demone che, a seconda delle sfumature e delle differenti tradizioni, arriva per punire, rapire o anche uccidere i bambini, e che nel film assume le sembianze di Michael Myers, è un terrore che si perde nella notte dei tempi. Può essere il tedesco Schwarze Mann; lo spagnolo El Ogro, l’ ucraino Babay, l’haitiano TonTon Macoute, il filippino Pugot, il messicano Robaninos, oppure il persiano Lulu. Lo Spauracchio può prendere vari nomi, e può essere spietato assassino, oppure rapitore di bambini. In “Halloween: la notte delle streghe”, unendo due credenze da sempre presenti nell’immaginario popolare, Carpenter ha evocato un Male assoluto e impersonale. Perché il Bogeyman racchiude quanto di più indicibile si possa immaginare; una creatura mitica, simbolica, che, da sempre, accompagna l’essere umano che, in un eterno processo di espulsione, rigetta l’ombra presente in se stesso proiettandola in una figura archetipicaStephen King lo ha evocato in un suo celebre racconto, mentre Peter Kurten – raffigurato su grande schermo nel padre di tutti i Babau, “M il Mostro di Dusseldorf” – e Albert Fish, furono fra i più tristemente famosi bogeyman in carne e ossa. D’altra parte, pensiamo solo alle favole: il loro mondo oscuro, popolato da lupi, mostri e streghe, contiene in culla già tutti gli scenari horror possibili. Infatti è proprio lo sguardo atterrito dei bambini, la prospettiva privilegiata utilizzata da Carpenter per rappresentare la minaccia che incombe per tutto il film, e che solo nella scena finale prorompe in tutta la sua malvagità. Non si contano le occasioni in cui la cultura popolare ha ripreso la tradizione dell’Uomo Nero. In ambito musicale, sono innumerevoli i richiami alla leggenda. Già nel corso del film di Carpenter, dalla autoradio dell’automobile guidata da Michael provengono le note di Feer the Reaper, canzone altamente evocativa del gruppo Blue Oyster Cult. Il gruppo scozzese Writing On The Wall, nel loro primo e unico disco datato 1969, hanno dedicato proprio al Bogeyman un loro pezzo.

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