John Carpenter: “Essi Vivono” (1988) – di Maurizio Fierro

“Questo è un film che parla di Noi e di Loro”. Grande appassionato del genere sci-fi, nel 1986 John Carpenter si imbatte in un racconto apparso sul magazine Alien Encounters; si intitola “Nada”, è illustrato da Bill Wray ed è la trasposizione a fumetti di “Eight O’Clock in the Morning”, una short story dello scrittore di fantascienza Radell “Ray” Nelson pubblicata nel 1963 nella quale, in un futuro distopico alla “Black Mirror”, una civiltà aliena con sembianze umane esercita, attraverso l’ipnosi, un controllo totale sugli abitanti del nostro pianeta. Solo George Nada, svegliandosi all’improvviso al termine di una seduta di ipnosi collettiva, vede gli esseri intorno a lui per quello che veramente sono: rettili mostruosi e gracchianti. L’idea illumina Carpenter, che decide di portare su grande schermo il racconto calandolo nell’attualità e rivestendolo di significati socio-politici. Siamo in piena èra reaganiana, e mentre l’edonismo yuppista e le soap opera televisive oliano il motore di una ben collaudata macchina di distrazione di massa, la crisi investe le periferie urbane delle grandi città mordendo alle caviglie il gigante a stelle e strisce. Interi settori dell’economia sono paralizzati dalla stagnazione economica, e tagli salariali e licenziamenti massivi, testimoniano l’eclissi dell’american dream, specie nei contesti degradati delle periferie urbane. Proprio quelli in cui si aggira il protagonista del film, John Nada (interpretato da Roderick Toombs, alias Roddy Piper, wrestler professionista scozzese), un vagabondo che accetta la proposta di lavorare nell’edilizia per una misera paga oraria giornaliera. Qui conosce Frank, e fra i due nasce una di quelle amicizie solidali figlie di una condizione esistenziale condivisa. L’occhio della cinepresa ci guida in una Los Angeles lontana dal rutilante skyline dei quartieri alla moda, distante anni luce dal paradiso a volta di Hollywood, pieno di amore, joie de vivre ed eroi. È invece la periferia desolata lo scenario del film, quella di Nickerson Garden, di Watts, di Temple Street o della Diciottesima Strada, rappresentata dai quartieri simili a baraccopoli, dove nugoli di derelitti trascorrono le loro misere esistenze come mosche invischiate nella tela del ragno, mentre la quotidianità si ripete sempre identica a se stessa, come in tanti “Giorni della Marmotta”. Ma quando l’utilizzo di un paio di occhiali da sole recuperati per caso nella sede di una misteriosa organizzazione di resistenza clandestina diventa il passe-partout per l’accesso alla realtà (perché solo attraverso le lenti oscurate si può vedere con chiarezza, e così prendere consapevolezza), quello che il protagonista vede sono alieni con volti simili a teschi, mostri che, adattando la loro biologia cellulare, si aggirano indisturbati mischiandosi a esseri umani inconsapevoli. Lo shock è forte, ma la resistenza a mutare la propria condizione adattiva lo può essere altrettanto (Frank rifiuta con ostinazione di inforcare gli occhiali per “vedere”). Perché la consapevolezza è un fardello pesante, e la sindrome da dipendenza fa dimenticare chiarezza e verità… e allora è un di bianco e nero tristemente uniforme la vita osservata attraverso gli occhiali, a evidenziare il contrasto, la norma che non è la normalità. Vengono alla mente certe pellicole fantapolitiche di John Frankenheimer (“The Manchurian Candidate” del 1962, e “Seconds” del 1966), dove lavaggi del cervello e cambi d’identità diventano i pretesti narrativi per rappresentare una pervasiva e invisibile dittatura, in cui i fantasmi di Democrazia e Libertà svolazzano sulla scena che, dopo essere crollata come quinta di cartone, svela l’osceno. Ci penserà poi Slavoj Žižek a dar forma filosofica alla fiction nel suo documentario “Una guida perversa all’ideologia” (2012), teorizzando quello che è diventato il dovere del cittadino/suddito: trarre godimento da ciò che gli viene offerto da un sistema piegato alle logiche perverse del mercato, in cui l’effimera ricerca del piacere si riduce al mero consumo di beni. Sudditi. Gli stessi che popolano le sequenze del film di John Carpenter, soggetti privati del loro kit di identità, dei tanti signor nessuno, “Nada”, appunto. Insieme alle loro viene da pensare alle nostre, di esistenze. Così normali e così assurde. Perché anche se fra Noi non è stato ancora rintracciato un centro operativo alieno che invia messaggi al mondo via satellite tramite segnale televisivo, al fine di piegare tutti al proprio diktat (Obey, obbedite. Non pensate, spendete, comprate, sottomettetevi e lasciatevi cullare dal benessere, non svegliatevi, guardate la televisione. Uccidete la fantasia), come verrà svelato alla fine del film, e anche se WikiLeaks non ha ancora smascherato una partnership economica fra alieni e terrestri per la sopravvivenza dei primi e il benessere dei secondi, ci sarà sempre un Loro che cercherà di fissare i confini della nostra esistenza. Starà a noi accettarli. L’alternativa? Magari procurarsi un buon paio di occhiali da sole…

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