John Carpenter: “1997: Fuga da New York” (1981) – di Maurizio Fierro

Quando Debra Hill, nel 1975, legge il copione di un regista esordiente di nome John Carpenter, probabilmente intuisce da subito che l’immaginario di quel giovane newyorchese l’avrebbe coinvolta non solo professionalmente ma anche emotivamente. L’anno successivo il copione diventa un film, che esce nelle sale con il titolo di “Distretto 13: le brigate della morte” (1976); anche nel canovaccio delle loro vite quel primo contatto sfocia in una relazione sentimentale, che per alcuni anni correrà parallela a quella artistica. Il tempo passa e, dopo sei anni di proficue interazioni, la coppia è pronta ad offrire a pubblico e critica il frutto più prezioso del loro sodalizio, ovvero la sceneggiatura di quella che diventerà (insieme ad “Halloween, la notte delle streghe” del 1978) la loro pellicola più acclamata: “1997: fuga da New York” (Escape from New York 1978).
Questo il titolo prescelto, con ancora l’interpunzione dei “due punti” a voler rendere più esplicativo il tutto. Sì, ancora… perché tutto (dove per tutto si intende il claim, il climax, il mood, insomma, il traliccio emotivo oltre che quello narrativo) inizia da quel copione seminale del 1975. Lì c’erano già in nuce gli elementi che si sarebbero dipanati sei anni dopo: l’eroe disilluso e cinico dal nome evocativo, (Napoleone Wilson prima e “Jena” Plissken poi) e l’eroina che lo fiancheggia ammaliata dal suo fascino distorto (Leigh e poi Maggie), fino all’atmosfera cupa che fa da sfondo alla vicenda, una tetra policromia di colori scuri in cui si muove un‘umanità naif (dal tassista tuttofare Ernest Borgnine al perverso Duca Signore di New York Issac Hayes) che abita una realtà distopica e claustrofobica che non gli appartiene. La trama è risaputa. La voce femminile che risuona nell’incipit del film ci informa che alla fine del secolo New York è diventata un enorme carcere a cielo aperto: non ci sono guardie, solo prigionieri, e i mondi che si sono creati.
Le regole sono semplici: una volta entrati non si esce più. Quando l’aereo del Presidente degli Stati Uniti viene dirottato, lui gettato fra le rovine della città in una capsula di salvataggio e poi catturato da una banda che chiede come riscatto la liberazione di tutti i detenuti in cambio della sua vita, le autorità sanno bene che c’è solo un uomo in grado di inoltrarsi nel cuore di tenebra di quella civiltà degradata, prelevare il Presidente e salvargli la pelle. Il nome di quell’uomo è ”Jena” Plissken (un Kurt Russel uscito dai mielosi ruoli disneyani per famiglie e precipitato nei panni dell’eroe negativo, con tanto di benda nera sull’occhio e tatuaggio a forma di serpente sul ventre). “Jena” è un reietto, un eroe di guerra degradato e preceduto da una fama sinistra che lo accompagna come un’ombra. Se riuscirà nell’impresa gli sarà concessa la grazia. Ha ventiquattro ore di tempo, altrimenti salterà per aria per via delle micro cariche che gli sono state impiantate nel corpo. John Carpenter gira una pellicola poco mainstream (lo diventerà suo malgrado) che assomiglia a un western metropolitano, e il suo spirito anarchico e dissacratorio (simboleggiato dal nastro di musica Jazz che, beffardamente, sostituisce quello contenente il discorso di un Presidente ipocrita non molto diverso da coloro che lo tenevano in ostaggio) fa il pari con il sarcasmo velato di malinconia dei suoi personaggi, chiamati a salvare i corpi altrui per salvare la propria anima
“Jena” Plissken rappresenta l’evoluzione di Napoleone Wilson, individui di confine, emarginati, scolpiti nella disillusione, chiusi in una dimensione di distanza e presenti solo a metà; guerrieri disarmati, poker face dallo sguardo canaglia, forse un po’ assassini forse no, stretti in un angolo di irrilevanza, con nella mente il fastidioso ronzio del “chi eri”, e a cui il destino ha concesso l’ultima chance per uscire dalla persona che si è e prendere l’identità di quella che si dovrebbe essere, che ci è destinata da sempre. Eroi tragici, con un senso di frattura nella loro esistenza fra la vita di prima e quella del dopo e, non importa se Napoleone Wilson sarà ugualmente giustiziato e se “Jena” tornerà nell’anonimato della prigione da cui è stato prelevato. “Jena” Plissken. Lui ha percorso il viaggio dell’eroe. Ha lasciato il mondo ordinario varcando la soglia e immergendosi negli inferi; ha trovato alleati, ha sconfitto nemici e guardiani della soglia; ha affrontato la prova gladiatoria ed è riemerso portando con sé colui che gli farà ottenere la ricompensa. Un viaggio che è anche una catarsi in cui sacrificare il visibile sull’altare del nascosto. Lo ha percorso ed è tornato cambiato, dentro, più triste ma più saggio, con una nuova consapevolezza che è come una seconda nascita. Allora il “Chiamami Jena” (pronunciato in tono sferzante dall’eroe davanti al grande Lee Van Cleef che gli propone il patto all’inizio del film) diventa il disilluso “il mio nome è Plissken”, simbolo finale del cambiamento identitario. Perché poi il destino è quello che decidi di non essere.

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