John Cale: “Music for a New Society” (1982) – di Valter Di Giacinto

All’inizio degli anni ottanta, tramontata definitivamente la stagione magnifica e magniloquente del Progressive e smaltita la breve sbornia dell’anarchismo Punk, si apriva nel panorama della musica “giovanile” un’epoca fatta di un nuovo dilagante conformismo, alimentato da canali di video-musica a presa rapida sul sistema limbico, anche grazie all’inaudito vigore conferito alle ritmiche dalla meccanica infallibilità dalle moderne “drum machines”. Cosa spinse allora un artista come John Cale, che delle avanguardie storiche del rock alternativo era stato inequivocabile vessillo, a dar vita in tale mutato contesto a un album dal titolo spudoratamente altisonante: “Music for a New Society” (ZE Records 1982)? Opera in cui, alla prova dei fatti, l’autore di musica ne sottrae, piuttosto che aggiungerne, e una società − della cui promozione tale apparato musicale, scarno e sventrato, avrebbe dovuto idealmente farsi carico − che si rivela ben presto essere lo spettro di se stessa. Difficile dirlo. Di certo si sa, per ammissione stessa dello stesso Cale, che il disco fu il risultato di un parto estremamente sofferto. 
Taking your life in your hands apre la raccolta in maniera subdolamente suadente, cullando l’ascoltatore nelle soffici coltri degli arpeggi di un piano elettrico sapientemente filtrato, a veicolare un quadro di struggente nostalgia. Prendere finalmente la vita nelle proprie mani, nel momento in cui, riponendo per sempre i libri di storia (Roll up the history books), ci si accinge a lasciare definitivamente la scuola, in uno sventolare di fazzoletti e un rinserrare le lacrime in fondo agli occhi nell’istante dell’addio. Peccato che la vita dei giovinetti nelle proprie mani non approderà mai: resterà per sempre saldamente in mano alla madre, che, dopo essersi fatta scuola, diverrà successivamente società popolata di gentiluomini in blu e in grigio. Alla fine ne rimarrà ben poco (“Yes, she took all those lives in her hands. But let me wonder, what was there left in those hands?”). 
Nella successiva Thoughtless kind il piano elettrico si eclissa in lontananza, sopraffatto da un ruvido beat, industriale e straniante, fuori tempo rispetto alla melodia a rimarcarne la violenta intrusione. Il quadro dell’alienazione prefigurato in apertura (la propria vita in mani altrui) appare qui già pienamente dispiegato. Quantunque il repentino, magnifico, crescendo di un arpeggio di chitarra sembrerebbe a un certo punto aver avuto la meglio, lasciando il protagonista faccia a faccia con le cicatrici della propria immaginazione, si tratta solo della breve illusione di un momento. La pulsazione aliena torna presto a farsi incessante e alla fine dilaga su tutto. Si prosegue con la teatrale Sanities, un lungo recitativo contrappuntato dal basso (più meno) continuo del clavicembalo, con i rapsodici rulli dei tamburi e gli sbuffi di un organo liturgico a consacrare la perorazione, volta all’enunciazione, col beneplacito di avidi cori angelici, del dettato costituzionale della Società Nuova: Da Istanbul a Madrid, da Reykjavik a Bonn / A Lipsia, a Leningrado, a Shanghai, Pnonm Penh / Sarà un mondo più vigoroso, / Un mondo forte, ma amorevole, in cui morire“.
Sanities
rappresenta a detta di molti uno dei vertici assoluti della raccolta, se non dell’intera produzione di Cale. Da parte mia, mi sento di aggiungere che, se mai il rock abbia potuto covare l’ambizione di farsi “arte”, certamente deve essere passato da queste parti. Basti dire che un talento del calibro di Nick Cave spenderà buona parte della sua carriera nel tentativo di evocare nuovamente il miracolo di tale sovrumana alchimia (a voi giudicare se sia o meno riuscito nell’intento). Le sommesse modulazioni dell’organo e un appena percettibile squittire del piatto introducono, in assolvenza, la successiva If you were still around, in cui il tono complessivo si fa decisamente straziante: la morte evocata in conclusione di Sanities cessa di essere un evento collettivo e di massa, per mostrarsi come perdita insanabile della persona cara (sebbene ciò non venga esplicitato, la sensazione è che si sia trattato di un suicidio). I versi semplicemente tolgono il fiato e rattrappiscono le ginocchia:

“Se tu fossi ancora qui / Ti strapperei via con forza la paura / Lasciandola appesa accanto a te
In lunghe stelle filanti, brandelli di terrore / Se tu fossi ancora qui / Ti girerei faccia al vento
Piegherei la tua schiena sul mio ginocchio / E affonderei i denti nella tua nuca
Serrandoli fino a vederti aprire la bocca a questa vita”.
Nella successiva Close watch il tema rimane quello dell’assenza dolorosa e inemendabile:

“Sento ancora la tua voce di notte / Quando spengo la luce / E provo a farmene una ragione
Ma non c’è molto che io possa fare / 
Perché in nessun modo posso vivere senza di te”.
Il brano era precedentemente apparso in “Helen of Troy” (Island Records 1976), dove il suo intenso lirismo era stato tuttavia in buona misura soffocato da un arrangiamento esageratamente pomposo. Trova qui, in una veste scarna e appassionata, la sua collocazione naturale
Si passa quindi a Broken wing, dove le ali spezzate sono quelle del poeta, che rivolge alla platea la sua disperata richiesta d’aiuto, di umana comprensione, nell’atto di mettere a nudo la propria menomazione. L’interpretazione, sommessa in avvio, si eleva progressivamente di tono. Della tipica forma canzone strofa-ritornello-strofa non v’è traccia, piuttosto una sorta di moderno canto gregoriano, intessuto sull’ordito delle corde del pianoforte, su cui stende la propria articolata trama il canto, a volte sostenuto, a volte osteggiato dagli inquietanti inserti delle tastiere elettroniche. Di nuovo un capolavoro senza pari. A Chinese envoy spetta il compito di proseguire il discorso distaccandosi abbastanza nettamente dai brani che la precedono.
È, questa sì, una classica canzone à la Cale, che potrebbe aver trovato posto in uno qualsiasi dei suoi album degli anni 70, piena com’è di soffici e malinconici accordi di settima maggiore. Nell’economia della raccolta, gli spetta il ruolo, fondamentale, di placare momentaneamente il crescendo della tensione emotiva, dopo l’apice toccato in Brokenwing. Brano abbastanza atipico, nel contesto di “Music for a New Society”, è anche la successiva Changes made, unica traccia dotata di un apparato ritmico che si potrebbe definire “rock”, giocata su un bel disegno ritmico dei tamburi e sul piano poderosamente percussivo di Cale, il tutto impreziosito dai ricami della chitarra solista di Allen Lanier, dei Blue Öyster Cult. Come a rimarcare ulteriormente il contrasto col resto dell’album, la canzone è l’unica che, a giudicare dal testo, potrebbe concretamente ambire a rappresentare il manifesto positivo di una società nuova:

“La carovana dei bambini / Si muove lentamente, mano nella mano
Consapevole che tutto ciò che serveè una parola gentile
Ci saranno cambiamenti, giusto / 
Oh, sicuramente, ci saranno dei cambiamenti”.
Appena il tempo di riprendere fiato, e con Damn life si viene di nuovo precipitati nel ventre torvo della disperazione. Di cambiamenti ce ne sarebbe certo stato bisogno, ma si insinua di nuovo il dubbio che questa “maledetta vita” non si meriti tutto lo sforzo, l’enorme e doloroso sacrificio che comporta il fronteggiare un contesto sociale sempre più inesorabilmente alieno e spietato:

“Ti mangeranno vivo / Berranno il sudore dalla tua fronte
Nutrendosi di tutto il sale della terra, di cui tu non saprai mai
.
Altro che “Abbracciatevi, moltitudini, insomma, come esortava il poeta Friedrich von Schiller nell’Ode An die Freude, resa celeberrima da Beethoven che la riprese nella parte corale del quarto movimento della sua Nona sinfonia… e solo un genio dal talento musicale sconfinato (anche nel senso di essere refrattario ai confini tra generi) poteva pensare di metter mano all’Inno alla gioia e uscirne vivo, anzi, vincitore. La rilettura di Cale, bipolare e in controluce, condotta sul filo di un doloroso sarcasmo appena stemperato da un velo di tenera nostalgia, appare a tutti gli effetti memorabile
“Music for a New Society” essenzialmente finisce qui. La successiva Risé, Sam and Rimsky-Korsakov ha unicamente il ruolo di lasciar scorrere i titoli di coda, con la figlia di Cale, Risé, intenta a recitare un testo di Sam Shepard sul sottofondo della musica sinfonica del grande compositore russo. Tra giornalisti e appassionati è diffusa l’abitudine di compilare liste degli album indispensabili. Per mio conto, posso dire con tranquillità che se c’è un disco che non potrà mai mancare in nessuna delle mie ipotetiche liste “da isola deserta”, siano gli album venti, dieci o anche solamente cinque, questo è “Music for a new society”. Tutto in esso mi è congeniale: il nitore dell’eloquio, appassionato fino al punto in cui fa male, ma allo stesso tempo fermo e risoluto, lo sparuto armamentario strumentale che gli fa da contrappunto, il disarmante lirismo dei testi, che impongono di gettare lo sguardo a distanza ravvicinata sulla propria anima, nel tentativo disperato di trarne un senso per il tutto.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Questo slideshow richiede JavaScript.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.