Joe Pug: “Live at the Lincoln Hall” (2011) – di Bartolo Federico

Dietro l’angolo. La musica come sempre compie il miracolo. Mi consola, semplice e diretta ciondola ovunque, fuoriesce da tutto quello che faccio ed è in tutto quello che credo o che presumo di credere. Cosi, in una giornata dai contorni incavati, mi arriva all’improvviso una botta di vita di quelle che ti fanno sentire vivo come non mai e che ti fanno lisciare nuovamente col mondo, anche se fa un po’ troppo schifo per come lo abbiamo ridotto. Una botta di vita che mi fa sentire leggero, nonostante tutto anche speranzoso. Allora con qualche senso di colpa per quello che ho pensato fino ad un attimo prima mi lascio conquistare dalla musica e dalla poesia di un ragazzo che ha imparato come tanti di noi quanto siano importanti certe canzoni e certi artisti. È la legge dei cani randagi questa. Ci si riconosce a distanza solo dal semplice odorato. Joe Pug viene dal Maryland e porta con sé il bagaglio del folk e del rock e di quei songwriters che hanno fatto dello scrivere canzoni un motivo di vita. Porta con sé quella meraviglia di cantare una canzone che prima non esisteva e che magicamente dal nulla trova una melodia e delle parole. A Joe piacciono le canzoni semplici senza troppi fronzoli, le canzoni che parlano della gente comune, di chi non ce la fa, di chi è sempre in ritardo e quando crede di aver raggiunto la meta cade giù. Ecco, non volevo dirlo per scaramanzia, troppe volte questo paragone è suonato come una iattura, gli piacciano le canzoni di Bob Dylan ma anche quelle di John Prine.
Joe Pug è solo un ragazzino quando impara a suonare la chitarra. Poi con il suo gruppo, per sfidare il suo professore di scienze che li riteneva incapaci di tirare fuori qualcosa di ascoltabile per il ballo della scuola, arrangia e suona una versione di tutto rispetto di un pezzo dei Foo Fighters tratta dal loro primo album. Ma Joe vuole scrivere le sue canzoni, sente di volere trovare la sua voce per raccontare e raccontarsi e così inizia a farlo da subito e nulla gli sembra più importante di questo sogno. È la sua piccola rivoluzione. Dopo il diploma inizia a viaggiare ed è in quei giri che decide di voler vivere di musica. Lascia la scuola e va ad abitare a Chicago dove si sostiene lavorando come carpentiere e alla sera si esibisce nei club della città. Ha anche un pizzico di fortuna che non guasta mai e apre i concerti di Josh Ritter, Steve Earle e di suo figlio Justin. È in una di queste sere che, girando per i club con il suo gruppo, accade il miracolo. La magia si impossessa di lui e della sua musica. Al Lincoln Hall di Chicago, un bel posto per poeti e sognatori, registra un concerto, pieno di amore e passione, di quelli che avrei pagato non so cosa per esserci anch’io. Joe è sciolto e comunicativo, si sente a casa e dà il meglio di se.
“Live at the Lincoln Hall” (2011) è un disco che si ascolta tutto di un fiato senza cedimenti, suonato con pochi ingredienti ma tutti dosati al punto giusto. Le canzoni sono arrangiate per sottrazione ma ti cingono ugualmente in un abbraccio caldo e rincuorante. C’è trasporto e convinzione mentre canta di quegli angeli che vivono in un mondo ostile e l’armonica sferza il vento chiedendo quelle risposte mai avute, e che forse mai avremo. D’altronde è ancora seducente credere che prima o poi arriveranno perché la strada è sempre lì a disposizione di chiunque voglia percorrerla. E si sa, di sognatori ne è pieno il mondo. Sogni che il tempo non è riuscito a cancellare e che sono finiti attaccati al cuore antico di Joe Pug. Dentro le sue canzoni vivono incastonate come fossero messaggi d’amore, storie ed emozioni inviati a tutti quelli che hanno ancora voglia di ascoltare e che ci si può portare appresso su strade di desolazione, o quando ci si sente più sbandati del solito. Come in un sortilegio mai sciolto ci si ritrova accanto un vecchio amico che sussurra che non si può mollare, che bisogna tener duro, costi quel che costi non si può dargliela per vinta questa partita. La tempesta dovrà finire e dall’altro lato della strada c’è ancora un’occasione. È questo quello che mi è accaduto. In un giorno caliginoso, ascoltando un pugno di canzoni sporche di polvere e unte d’orgoglio mi sono sentito preso per mano e ho avuto ancora voglia di continuare a viaggiare su quelle strade infangate dal vento, perché è solo mentre viaggi che l’orizzonte ti viene incontro.

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