Joe Locke Quartet al Teatro Rossetti di Vasto – di Benito Mascitti

Vasto, 25 aprile 2010 – TornaIl Grande Jazz al Teatro Rossetti, per l’ultimo appuntamento di una stagione concertistica oggettivamente indimenticabile. Questa sera ci pappiamo la ciliegina sulla torta… Joe Locke è considerato dalla critica il più grande vibrafonista Jazz contemporaneo. Poliedrico e carico di riconoscimenti internazionali, ha pubblicato 30 dischi e partecipato a più di 65 registrazioni, da musicista, compositore e produttore, con i migliori artisti del panorama mondiale. Ha collaborato con grandissimi musicisti del Jazz e l’elenco sarebbe troppo lungo da scrivere. Già suonava con Dizzie Gillespie prima ancora di completare gli studi superiori… e da allora non si è più fermato, contaminandosi con le migliori formazioni musicali del suo tempo. Stasera, con lui, la band di giovani talenti messa insieme due anni fa. Robert Rodriguez (Pianoforte), Ricardo Rodriguez (Contrabbasso), Johnathan E. Blake (Batteria). Insieme incidono subito “Force of Four” (2008), un album poi divenuto un successo travolgente per la magica fusione di un sound fresco, carico delle esperienze e dei luoghi che influenzano la formazione dei quattro artisti; New York, Cuba, Philadelphia e Puerto Rico… oltre al bagaglio autenticamente internazionale e poliedrico del vibrafonista. Joe Locke è un californiano gentile ed affabile e ci accoglie in sala per le prove con un sorriso smagliante e un italiano parlato solo per amore della nostra Terra: Piaciere… Giouwanni. Dopo il breve e caloroso saluto, mentre Robert inanella scale e Ricardo, con Johnathan, prova il suono per il mixer, il Maestro si monta il vibrafono. Raffaele, che lo coadiuva, si accerta che tutto è a posto con un rapido scambio verbale. Il montaggio della struttura è completato. Locke tira fuori da una valigia gli accessori dello strumento: le piastre in metallo e il K&K system a sensori che amplifica il suono delle piastre, posto al lato della tastiera. Poi cerca un panno morbido da collocare sotto al pedale, a contatto diretto col parquet del palco che si rovinerebbe sotto i colpi. La batteria comincia a fare sul serio, mentre il contrabbassista mette mano all’archetto e il pianoforte continua a macinare scale. Joe chiede a questo punto due microfoni sopra lo strumento e Raffaele tira fuori una coppia di Shoeps CMC6-MK4 che mette in funzione come richiesto. Si completa il montaggio e si sposta il monitor che era collocato di fronte, per evitare il conflitto coi microfoni… infine, lo posizionano alla sinistra del vibrafono. Ricardo chiede un leggio e pianoforte e batteria cominciano a provare il primo pezzo. Anche Joe è pronto e attacca a quattro battenti, raccomandando al pianoforte di seguire un fuori programma che gli sta passando per la testa. Dopo aver alzato notevolmente i microfoni dal vibrafono, sposta alcuni elementi della tastiera a piastre fuori posto imprecando. Il pianista chiede al mixer la regolazione del monitor quando ancora manca un cavetto per Joe… finalmente provano tutti insieme uno standard e il sound virtuoso di Locke comincia a prender forma. Provano un altro pezzo… Robert chiede di escludere il vibrafono e si scopre che è la cassa a cubo magico di Joe ad interferire col pianoforte. Tornano a provare tutti insieme, tutti al servizio del grande vibrafonista… veramente stupefacente già nelle prove. Locke chiama un altro pezzo da provare e gli altri attaccano in sequenza una musica “metropolitana” che sale tenue e delicata, come a dar sapore alla concertazione del vibrafono. Passano al dettaglio, provando alcuni finali di pezzo per Joe che segue con molta cura ogni dettaglio della regolazione degli strumenti. A mezz’ora dall’inizio ancora provano… e Locke sfodera progressivamente una tecnica d’esecuzione veramente strabiliante… poi se ne va in retropalco e lascia il resto della band ad affinare gli strumenti. Il trio ci dà un assaggio di grande musica già da subito. Il Boss rispunta fuori dalla sala e torna in postazione. Mentre Robert e Jhonathan vanno fuori scena per una pausa, Locke continua a testare lo strumento sulle note di Ricardo che sputa musica con l’archetto. Il pubblico affluisce di botto all’apertura della sala ma il concerto dovrà iniziare con mezz’ora di ritardo… il prolungarsi delle prove e la calca che annuncia il pienone delle grandi occasioni, allungano l’attesa di questo ultimo concerto in cartellone. Dal palco vuoto arriva il luccichio delle alette del rotore per le canne di risonanza del vibrafono… e allora, vista l’attesa, proviamo a scoprire meglio questo particolarissimo strumento che fece la sua prima comparsa negli States nel 1921. Il vibrafono (in inglese vibrharp o vibes) è uno strumento a percussione della famiglia degli idiofoni, dal cosiddetto suono determinato (ossia dal suono prodotto grazie alla vibrazione dello strumento stesso) composto da lamelle (o piastre) che ne costituiscono la tastiera, percosse da due o più battenti con la testa in gomma o feltro. Appartiene quindi alla stessa famiglia dello xilofono e della marimba. Il vibrafono è molto simile allo Xilofono che però ha i tasti in legno e non è dotato di amplificazione; e alla marimba che pure ha i tasti in legno ma, nella parte inferiore, è dotata di risuonatori (in origine zucche svuotate) che ne amplificano il suono. L’accento di ogni lamella del vibrafono, invece, viene amplificato da un tubo metallico di lunghezza opportuna, posto al di sotto del tasto stesso, chiamato anche canna di risonanza. Un’elica posta in cima ad ogni tubo viene fatta ruotare tramite un motore elettrico a velocità controllabile. Questo congegno varia l’intensità del suono emesso in relazione alla velocità del motore, generando l’effetto vibrato. Infine, un pedale di smorzamento simile a quello del pianoforte, consente allo strumentista di intervenire sulla lunghezza della nota prodotta. I vibrafoni tradizionali hanno un’estensione di tre ottave, ma esistono modelli con estensione fino a quattro ottave. Il suo caratteristico suono, caldo e particolare, lo rende molto adatto alla musica afroamericana che lo utilizza da subito come strumento solista. Via via si perfezionano le tecniche costruttive, fino a raggiungere potenzialità melodico-armoniche di grande livello che vengono nitidamente alla luce alla fine degli anni 50, con la presenza di questo strumento, all’interno del Modern Jazz Quartet di Milt Jackson che lo impone come uno degli strumenti principe della musica Jazz, con il suo lavoro d’innovazione sonora che costituirà, in seguito, la base per molti grandi vibrafonisti, tra i quali il mitico Gary Burton. Oltre che nel Jazz e nella musica leggera, il vibrafono ha avuto larga diffusione anche nella musica del Novecento e contemporanea. Il suono del vibrafono è metallico e preciso se suonato ad eliche spente, ondulato e vibrante ad eliche accese. Lo strumento, quindi, deve il nome proprio al suono che emette, quando viene suonato con le eliche in funzione. Strumento ostico e bisognoso di grande tecnica d’esecuzione, fusa sapientemente dallo strumentista che, oltre all’uso dei battenti, agisce sulla velocità di rotazione delle eliche e sul pedale, ottenendo così accordi e melodie perfetti dallo strumento. Dopo il tradizionale saluto delle autorità parla il direttore del Rossetti e ripercorre il cartellone della stagione, fatto di tanti linguaggi, anomalo e affascinante rispetto agli altri cartelloni… poi ci ricorda il grande successo che ha ottenuto in tutta la stagione la diretta streaming e le prenotazioni per il fuori programma del prossimo 5 maggio con Monte Montgomery che piovono da tutta ItaliaGiù le luci. Il quartetto entra in scena e Joe saluta il pubblico mentre gli altri aggiustano gli spartiti… poi s’accorge che qualche sensore del K&K system è ancora staccato e provvede… e il concerto può finalmente avere inizio. Joe appare molto stanco dopo il viaggio, reduce da un concerto a Napoli ma la voglia di stupirci gliela si legge negli occhi…
Laura (David Raksin, Johnny Mercer1945). Pezzo d’apertura di tradizione, più volte inciso nei suoi album, reinterpretato al confine tra linguaggio sperimentale e classico, dove Joe si cala da par suo, sostenuto da tutta la band, in un’esecuzione incredibilmente agile e plastica. Pochi artisti del vibrafono possono trasformare una musica eterna pensata per il canto, in un pezzo proteso verso la più moderna e originale innovazione. La stanchezza non intacca la sua tecnica virtuosa che cambia magicamente la scena del racconto senza sforzo, lasciando poi tutto lo spazio agli altri tre, andandosene per un attimo fuori scena. Molto bravi anche loro. Il pianista si lancia in un formidabile assolo, soprattutto supportato dal contrabbassista che si gode lo strumento ormai mitico, messo a disposizione dal Teatro… Locke torna in scena e riparte con il tema principale della partitura… un canto urbano sapientemente miscelato con i canoni classici del Great American Songbook” … bellissima apertura di concerto di questa affiatatissima band, dove il Boss è indubbiamente lui.
Love Is a Planchet (Joe Locke2010). Inciso in due distinti album con Edmar Castaneda e con Dick Oatts, il pezzo annuncia un clima newyorkese di stampo cinematografico, tanto simile ai suoi brani di “Moment to Moment” (1994), tributo alla musica di Henry Mancini. Joe parte in assolo, dolcissimo, e spazia con la mente… poi gli altri lo raggiungono, pian piano, sempre adattandosi alla sua magistrale esecuzione. Va ancora fuori scena e cede il passo al Jazz metropolitano che la band fabbrica con sapienza e con grande maestria. Un quartetto molto particolare, dove Joe è anima e maestro indiscusso. Sicuramente una delle più belle figure del vibrafono contemporaneo… tanto che risulta arduo stabilire quale sia il migliore Joe Locke, fra le trasformazioni e le esperienze che ha voluto abbracciare nella sua lunghissima carriera. La sua aderenza ai canoni della musica classica e concertistica e la conoscenza profonda d’ogni genere musicale conosciuto, lo vede sempre completamento naturale dell’estro degli altri. Applausi prima del finale, di un pubblico entusiasta che ancora una volta, in questa fantastica stagione, non crede alle proprie orecchie. Joe riprende il suo racconto pieno d’emozione e di variabili inaspettate, costellato di passaggi estremi… costruzioni armoniose ed in perfetto equilibrio che Locke spinge ed esalta nel finale, dominando da vero funambolo lo strumento… per poi tornare al tema d’amore, anima del brano. Bravissimo il pianista nel seguirlo e chiudere la partitura, attaccato alle flebili e suggestive ultime note del vibrafono. Ancora un fuori scena per l’agitatissimo vibrafonista, mentre gli altri affrontano, senza soluzione di continuità, il prossimo pezzo tra gli applausi.
Like Joe (Robert Rodriguez2009). Inciso in Italia con questa band. Joe prende per mano gli altri e li conduce in un viaggio frenetico con un sound aderente ai canoni della tradizione afroamericana, tirando fuori una verve ancora più stupefacente dei primi brani… è una miscela esplosiva di virtuosismo e lirismo, come una lezione di storia del Jazz. Un vero artista che trova nell’energia contagiosa e in una forte presenza scenica gli elementi per scatenare sempre l’entusiasmo del pubblico. Suda e percorre lo strumento rapido e sicuro, con tecnica d’esecuzione sopraffina… grandi applausi per l’ormai consueto fuori scena di Joe, verso l’asciugamano e la bottiglia d’acqua e sali minerali che lo attendono. Il sudore, per lo sforzo, gli sprizza dai pori e i liquidi vanno reintegrati. Torna protagonista il trio e macina musica di grandissima qualità, guidato dallo splendido pianista autore del brano (una Bestia come si dice in gergo) che lascia andare le mani sulla tastiera con passaggi magici… ancora applausi a scena aperta… poi torna Joe e riparte sull’assolo indiavolato di Jhonathan… ancora applausi, mentre Locke riprende il tema conduttore, sconvolgendo lo spartito con trame che ci regalano tutto il suo genio musicale. Gran finale… e ancora una lunga messe di applausi. Il Maestro prende il microfono e ci presenta il contrabbassista, portoricano di New York… giustamente elogiato, il batterista newyokese purosangue e poi la Bestia al pianoforte… artista e compositore di respiro internazionale. In un’altra occasione ha detto di loro: “Ho sentito Robert Rodriguez e Ricardo Rodriguez per la prima volta al Jazz Lincoln center di New York. Suonavano in maniera emozionante e intelligente: mi sono detto che volevo assolutamente fare musica con loro. Poi abbiamo registrato con Johnatan Blake “Force of four”. L’abbiamo chiamato così perché la forza della nostra musica è l’energia che nasce solo quando le persone si uniscono per creare qualcosa”. Si lascia andare in uno stretto slang ammansito da qualche passaggio in italiano, si scusa per la stanchezza e l’agitazione (benedetto uomo) e annuncia il prossimo pezzo.
Available In Blue (Joe Locke2009). Anche questo inciso in Italia con la band. Pezzo romantico annunciato dal contrabbasso che parte con l’archetto, appena sostenuto dal pianoforte che c’introduce nel clima della partitura. Anche Joe e la batteria entrano in scena delicatissimi… dando forma e sostanza ad un brano intimo, dipinto da Rodriguez al piano e da Locke che si produce nei suoi splendidi passaggi, ancora sapientemente conditi dal suo sconfinato bagaglio musicale, riassumibile in uno stile lirico/contemporaneo molto personale. Pochi artisti possono vantare una completezza simile… tanto più che il vibrafono, al contrario di strumenti come il sassofono, il pianoforte o la tromba, ha prodotto pochissimi grandi strumentisti. Il pubblico continua a scandire con gli applausi questo appassionante viaggio.
Love Is a Pendulum (Joe Locke 2009). Inciso in Italia con Rosario Giuliani e Dado Moroni. Joe riparte da solo ancora con bellissimi passaggi, da sogno… raffiguranti le atmosfere ovattate dei meccanismi che scandiscono il tempo… come un orologio a pendolo animato solo dalla sua musica. La sua umanissima musica regala un’anima alla macchina a carica… e poi, d’improvviso, irrompe il pianoforte e tutti gli altri, in una bella atmosfera di jazz particolarissimo… appena contaminato dal lirismo classico. Vibrafono ancora in assolo e fraseggio con la batteria… poi, l’ennesimo fuori scena e Robert (la Bestia) si rimette in mostra guidando gli altri in uno spartito molto ricercato, impegnandoli in splendidi passaggi. Torna Joe a riprendere il filo della sua musica… portandosi appresso il trio da vero Maestro. Bravissimi… ancora un’ovazione.
My One and Only Love (Guy Wood, Robert Mellin1952). Comparso più volte nella produzione discografica di Locke. Una colonna portante dell Jazz, canzone resa famosa da esecuzioni ed incisioni ormai mitiche… Doris Day e Andre Previn…. John Coltrane e Johnny Hartman, Joe Sample in versione solo strumentale, colonna sonora in “Leaving Las Vegas”, cantata da Sting… e poi Ella Fitzgerald, Frank Sinatra, Sonny Rollins e tanti altri. Standard bellissimo e struggente che Joe anima di nuova vita con la sua verve virtuosistica… suda, suda per noi senza posa… poi, nel finale, s’avvicina anche con la bocca alla tastiera, come se volesse andare oltre ogni possibile sforzo fisico e mentale. L’impressione, assolutamente riduttiva, ce lo fa apparire come un formidabile manierista ma questo non rende onore alla sua inarrestabile foga che lo spinge a suonare tutto quello che lo entusiasma… dal bebop contemporaneo all’avanguardia estrema. Chiude in bellezza, ringrazia il pubblico e i suoi musicisti… grandi applausi, per i suoi ripetuti ed agitati fuori scena.
Love is a tide (Joe Locke 2009). Inciso con Tim Garland e Geoffrey Keezer nell’album “Rising Tide”, dove il brano però non compare con questo titolo. Joe torna a parlare al pubblico e chiede: “Come si dice in italiano marea?… e parte con l’ultimo brano in programma. Agitato, appunto, come una marea che sale… avanza e torna indietro. La sensazione ci appare palpabile nell’esecuzione magistralmente guidata da Locke. Il pianoforte scandisce le pause del vibrafono ed esalta i suoi splendidi passaggi. Veramente un grandissimo quartetto. Ennesimo fuori scena di Joe e ancora è il turno del pianoforte (la Bestia è veramente una Bestia) per l’ennesimo assolo, da manuale…poi Robert chiama a raccolta gli altri e ancora arrivano gli applausi. Una pioggia di note messe insieme con una rara maestria (alla McCoy Tyner). Poi torna a salire la marea e torna Joe per il gran finale. Tutti protesi a dare il meglio, tentando di acciuffare la grandissima produzione di note che la marea montante di Joe sprigiona…. Ovazione. Se ne vanno ma non può essere finita qui… gli applausi si protraggono ben scanditi e Joe torna fuori a ringraziare e a darci la buonanotte con un pezzo per vibrafono solo. Parte il bis che per l’entusiasmo non riusciamo a collocare nella sua sconfinata discografia… proprio come una nenia che annuncia la parte più profonda della notte. Pian piano sale, come d’incanto e porta la luce dei pensieri di chi non vuole darsi al sonno. Una vera e propria ninna nanna per noi che si dipana tranquilla e ripete ossessivamente le sue note struggenti…. sempre più struggenti, rallentate fino alla fine svaniscono d’incanto… proprio una bella Buonanotte.

da “Emozione dal loggione e altri racconti”  di Benito Mascitti
Il Torcoliere Editore 2014 
Foto: Piero Cipollone©RIPRODUZIONE RISERVATA

 

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