Joe Jackson: “Night and Day” (1982) – Di Fabrizio Medori

Il percorso artistico di Joe Jackson – al quale stavano decisamente stretti i panni del musicista “new wave” che pure si è cucito addosso per un periodo – partiva dal punk per poi spostarsi verso il beat degli anni sessanta, per passare al latin jazz figlio delle due decadi precedenti. Il punto di approdo è costituito da “Night and Day” (A&M 1982), nel quale le sue influenze stilistiche si evolvono fino a diventare uno stile unico ed inimitabile, capace di saltare ogni definizione temporale, mescolando Jazz, Pop, Salsa, percussioni e pianoforte (rigorosamente acustici), basso elettrico, organo Hammond, sintetizzatori e drum machine. Oltre al titolare della ditta, che canta e suona pianoforte, organo, sintetizzatori, sax, armonica e vibrafono, ci sono il fido bassista Graham Maby, il batterista Larry Tolfree, la percussionista e flautista Sue Hadjopoulos, il percussionista Ricardo Torres e e i collaboratori Ed Roynesdal al violino e alle tastiere, finendo con i cori di Grace Millan e Al Weisman.Gli arrangiamenti sono geniali e mettono in risalto percussioni e pianoforte, ma ogni canzone brilla di luce propria e sarebbe in grado di fare un figurone anche eseguita con il solo accompagnamento del pianoforte. La prima parte del disco (il lato A o “Night Side”) è una lunga suite di cinque brani, uniti tra di loro senza traccia divisoria mentre la “Day Side” è formata da quattro brani separati tra di loro.
La prima traccia del disco è Another World, introdotta da una bella figurazione di percussioni latine e batteria, seguite dal pianoforte ed infine dalla voce, ma non manca il synt, a fare da tappeto e a legare i differenti ritmi. La genialità negli arrangiamenti fa presagire il capolavoro, l’equilibrio dei suoni è ideale, il mix perfettamente equilibrato. Un synt dal suono vagamente orientale introduce Chinatown, e sembra di entrare in un film di Woody Allen, calandoci in un’atmosfera unica, fatta di suggestioni asiatiche, ma quelle provenienti da New York. Gli ingredienti strumentali non cambiano, l’impressione sonora è invece completamente diversa, pur restando in un clima sonoro personalissimo. TV Age, scritta in collaborazione con Steve Taller è invece influenzata dalla New Wave statunitense, a cavallo tra la fine degli anni settanta e l’inizio della decade successiva, con un sassofono ed un modo di cantare che rimandano alla cosiddetta No Wave, probabilmente il brano con l’arrangiamento più legato al tempo in cui il disco è stato realizzato. Target ci riporta immediatamente alle atmosfere latin-jazz con un travolgente ritmo di Rumba, uno scintillante suono di Hammond in sottofondo e ancora le congas in grande evidenza, fino al macchinoso cambio di ritmo che ci porta al capolavoro dell’album, la quintessenza del suono notturno, Steppin’ Out.
La prima cosa che si nota è il contrasto tra il ritmo incalzante dettato dalla batteria elettronica e dal basso sintetizzato, e la delicatezza del cantato, la dolcezza del ritmo degli altri strumenti, perfettamente amalgamati e tanto originali da diventare emblema dello stile di Joe Jackson. La seconda parte si apre con una struggente canzone che parla della difficoltà di mantenere l’equilibrio sentimentale, Breakin’ Us In Two, nella quale la strofa cresce progressivamente in drammaticità fino ad arrivare all’esplosione del chorus, introdotto, al secondo passaggio, da un memorabile solo di tastiera, un altro punto di forza di questa pietra miliare del Pop con la “p” maiuscola. Nonostante il ritmo cubano allegro e divertente Cancer ci mette all’erta sui pericoli dello stile di vita innaturale che la vita frenetica ci spinge ad adottare, valorizzando al massimo il fascino del contrasto. Notevolissimo il solo di pianoforte, meravigliosa conclusione di un brano che sembra superficiale ma è esattamente il contrario. Avviandosi alla conclusione del suo capolavoro assoluto Joe Jackson ci riserva due ulteriori perle, due struggenti ballate di grande effetto.
La prima è Real Men, più legata al suono dei primi anni ottanta, con la sua caratteristica batteria elettronica e con uno stile pianistico drammatico e più vicino al mainstream pop della sua epoca che al suono jazzy tipico della maggior parte del resto del disco. Il ritornello meriterebbe uno spazio riservato in ogni corso di composizione musicale. Gli ultimi sette minuti sono dedicati a Slow Song, un altro esempio di altissimo livello di scrittura e interpretazione, ballata pianistica dalla grande tensione emotiva, con un’altra perfetta concatenazione strofa/ritornello, fatta di alternanze dinamiche da brividi, tra sussurri, crescendo ed esplosioni. A proposito di brividi: il solo di organo che conclude la canzone ed il disco è un altro colpo da Maestro, degno suggello ad un disco indimenticabile, capace di reggere gli affronti del tempo come pochi altri. Uno dei punti più elevati nella musicaleggera” del nostro Novecento.

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