Joe Jackson: “Fool” (2019) – di AldOne Santarelli

Arrivo con un ritardo di tre mesi su questo nuovo “Fool” (Ear Music 2019) di Joe Jackson ma come dice il caporedattore “si è sempre in tempo per parlare di un disco”… anche se il Nostro è stato in tournée in Italia a marzo con quattro date per presentare l’album. Joe Jackson è stato per chi scrive un musicista importante, già dalle apparizioni a Discoring del 1979 (programma che presentava le novità discografiche  di allora: il nostro Top of the Pops). I primi tre lp’s, “Look Sharps!” (1979), “I’am the Man” (1979) e “Beat Crazy” (1980), sono stati un compendio necessario per me e i miei compagni di allora (e di oggi) mentre scoprivamo il punk ed eravamo innamorati del power pop, del post-punk (che inconsapevolmente masticavamo) e della new wave. Joe Jackson, insieme a Elvis Costello in Europa e Mink DeVille negli Usa, sono stati allora artisti di una unicità singolare, determinata dal particolare timbro vocale e la ricerca di sonorità tutt’altro che alla moda… parliamo di jazz, swing, soul, rhythm’n’blues e reggae: la lezione dei crooners, inseriti nel contesto  di innovazione generato dal punk, dove la lezione era nutrirsi il più possibile di novità, di affrancarsi dal pesante fardello stilistico e di contenuti in cui era caduto il rock. La Sua età è tale da non farsi confondere con le istanze giovanili del punk e guardare ai Suoi eroi musicali. Dopo la triade 1979-1980, Joe Jackson esce subito con “Jumpin Jive” del 1981 e, soprattutto, con il suo capolavoro riconosciuto “Night and Day” del 1982, e manifesta ancor di più il suo amore per la buona musica. Definire stilisticamente questi due dischi non è semplice, tanto è corposo quel che contengono, ma di diritto elevano Jackson ad artista completo: un crooner, con un timbro vocale unico e con il fido pianoforte a suggellare rime da incanto. Il seguito di un album come “Night and Day” non è stato semplice, per un ventennio le Sue cose migliori sono stati i live, naturale condizione per stare dietro al pianoforte, nutrirsi del fascino dei clubs, vestito di completi chiari e scarpe laccate, omaggiando molti dei suoi Maestri… Duke Ellington su tutti. Poi arriva “Fast Forward” del 2015, nel quale ritorna il bisogno o la naturale propensione a esercitarsi su sonorità vicine a quelle degli esordi. Con questo nuovo “Fool” possiamo dire liberamente che Joe Jackson è tornato a realizzare un album di notevole spessore (un capolavoro a nostro giudizio), riuscendo nell’impresa di condensare i suoi tratti distintivi. Si parte con Big black cloud, brano stupendo, intenso, con un refrain da classico, nervoso nella sue esecuzione e spiazzante brano d’apertura. Fabulously Absolute ci trascina di nuovo davanti al televisore come ai tempi di Discoring: il Jackson che abbiamo subito amato e che torniamo a desiderare. Dave, il terzo brano, sembra rifarsi a “Night and Day”, con il pianoforte in primo piano e la lezione di una “lingua” che ha i Beatles e i Kinks nel dna. Strange Land è intriso di intimità… voce e piano, sussurrati. Arriva poi Friend Better: sembra la chiusura di lato A di un long Playing come si usava una volta, lasciando a questo brano la connotazione del lavoro… ed è cosi. Il Joe Jackson per antonomasia, la summa di tutte le sue qualità, esaltate dal suo sempre emozionante timbro vocale. Anche con Fool siamo nel “bosco del folletto” innamorato di strumenti e di circensi giochi sonori… poi 32 Kisses e il brano di congedo Alchemy ci riconduce alle atmosfere di “Night and day” e “Jumpin’ Jive”. Spegniamo il motore parcheggiamo l’automobile… siamo arrivati nel nostro night club preferito e la locandina fuori ce lo conferma. Con i testi siamo in difficoltà, né ci aiuta il booklet interno… ma noi italiani -almeno quelli simili a chi scrive – siamo un caso unico al mondo: prima arriva la musica e l’estetica, poi i testi… ma questa è un’altra storia. Si intuisce comunque, lungo tutta l’incisione una preoccupazione per l’alienazione nei confronti del nostro tempo, ma anche un richiamo alla speranza e l’amicizia. “Fool” è coprodotto con Pat Dillett e suonato dai musicisti che accompagnano Jackson dal precedente lavoro e lo seguono nei suoi concerti: gli ormai fidati Teddy Kumpel alla chitarra, Doug Yovell alla batteria, e Graham Maby al basso. Un gradito ritorno… un album da possedere e conservare.

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