Joe Cocker: You are so beautiful (1974) – di Valeria La Rocca

Passo dopo passo si allontanava sempre più dal punto di partenza. Aveva trovato persino il coraggio di spegnere il telefono. Per non farsi trovare. Arriva sempre quel momento in cui vuoi far perdere le tracce e atterrare in quel punto del mondo in cui il dolore non può più raggiungerti. L’ultima volta che era andata via da casa aveva chiuso la porta col pianto di sua madre stampato sulla coscienza e le spalle enormi da camionista di suo padre seduto a tavola in cucina. Beveva il suo vino rosso come acqua e inzuppava il pane nel brodo della verdura che ogni sera doveva campeggiare sulla tavola, altrimenti erano urla e pianti e piatti rotti. Non si voltò per salutarla. Attento più al riepilogo della classifica del campionato che al cigolio della porta d’ingresso che si richiudeva senza far rumore. Anche quella volta la porta si richiuse con un cigolio triste e come allora vide spalle larghe immobili attente più al ronzare dei bolidi sul circuito che al respiro profondo di Fabrizio che dal fondo della culla dormiva sazio e appagato dopo l’ultima poppata. Passo dopo passo dopo passo, i piedi segnavano il tempo di una marcia. Piedi di soldato che marciano per eseguire un ordine senza preoccuparsi di capirne le ragioni. I lividi sulle spalle la frustavano ad ogni passo, come a ricordarle che doveva andare via. La colpiva sempre sulle spalle o sui fianchi o sulle gambe per non lasciare tracce visibili. Poi le diceva di indossare magliette ampie e gonne lunghe che coprissero il suo corpo ormai sdrucito e inutile. Eppure si guardava allo specchio orgogliosa della pancia che gonfiandosi ogni giorno di più le dava il ritmo del suo essere finalmente donna e non bambina. Era come se quel doppio battito dentro di lei avesse raddoppiato le sue speranze di sopravvivenza in un mondo di spalle larghe e indifferenti. Si sentiva piena e bellissima. Negli occhi rifletteva una luce che non aveva mai contemplato. Passo dopo passo si ricordò di come fossero stati proprio gli occhi ad avvertirla che non sarebbe stata mai più sola. Il giorno che nacque Fabrizio era nata anche lei. In quell’ultima spinta era venuta al mondo insieme a lui eppure…era di nuovo vuota. Attorno a lei era un brulicare di facce e bocche e mani che afferravano il suo bambino, lo manipolavano, lavavano e dicevano “devi tenerlo così; non tenerlo troppo in braccio; fallo piangere che altrimenti viene su viziato; fallo smettere perdio!” Allora lei lo prendeva e se lo stringeva forte e lui si calmava succhiando la sua mamma e non piangeva più e lei si sentiva di nuovo a casa e piena. Passo dopo passo si allontanava dagli insulti, dalle umiliazioni, dal dolore e avrebbe voluto salire e trovare un punto abbastanza alto per spiccare il volo, ma in quella città estranea e fredda non c’erano salite, solo strade piatte e larghe. Palazzi indifferenti e finestre chiuse. Si sarebbe fatta bastare il ponte sul fiume, ma nuotava bene da quando il padre l’aveva buttata giù dal gommone perché aveva deciso per lei che fosse arrivato il momento di imparare. Confidava che la corrente e le acque gelide l’avrebbero aiutata. Contemplava le acque torbide del fiume e tremava in un misto di paura ed estasi. Sognava di essere leggera senza lividi pesanti sulle spalle. Poco più in là un nugolo di ragazzi rollavano una canna, approfittando delle tenebre che scendono quando meno te lo aspetti in quella città e lasciano il campo ai demoni della leggenda. Poco più in là iniziava la movida. Dall’ingresso di uno dei locali che si affacciano sul fiume usciva una musica confusa e interrotta. Irresistibile. Un passo dopo l’altro si ritrovò dentro il locale dove i musicisti facevano il sound check per la serata che da lì a mezz’ora si sarebbe riempita di drink e calici di vino, di gomiti appoggiati ad arte sul bancone, eye liner e abiti attillati. Il pianista iniziava la sua prova e cantava You are so beautiful. Per un attimo le sembrò che i suoi occhi stessero fissando proprio lei, nonostante il cappotto largo e i lividi sulle spalle. Occhi azzurri e tondi come quelli di Fabrizio. “You are so beautiful, yes you are to me…Can’t you see? You are everything I hoped for…And you are everything I need”. Si tolse il cappotto e non le importava della maglietta larga sui seni gonfi. “You are so beautiful”. Gli occhi continuavano a fissarla e fu calore e si sciolse gocciolando sulle guance e sui seni. Quando si svegliò guardava i piedi. Passo dopo passo dopo passo… e il fiume che scorreva lento e indifferente le indicava la strada di ritorno. I lividi non pesavano più. Voleva sentirsi ancora una volta piena…svuotandosi.

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