Joe Bonamassa: “Redemption” (2018) – di Claudio Trezzani

Uno dei musicisti più prolifici e di talento degli ultimi 20 anni della scena musicale americana è arrivato al 13esimo album solista (senza contare le collaborazioni e i progetti paralleli). Joe Bonamassa è un chitarrista enfant-prodige che, da protetto di BB King, è diventato un riferimento assoluto, uno che suona per davvero… ma non solo Blues del Delta: arricchisce i suoi dischi con il rock and roll, con il soul e i suoi fiati, con una spruzzata di funk ma anche con una vena cantautoriale invidiabile. Insomma, un “Re Mida” della musica: quel che produce è colmo di talento e personalità… e ne esce fuori sempre musica di qualità. Ecco, questo “Redemption” è tutto questo, cinque “casse” meritatissime: dopo un disco eccezionale come “Black Coffee” con Beth Hart dell’anno scorso, non era affatto facile o scontato ripetersi a certi livelli. La produzione (e che produzione) è come sempre affidata al fido Kevin Shirley ma questa volta ci sono due chitarre sullo sfondo in più: una scelta probabilmente dettata dalla precisa volontà di arricchire il sound, renderlo più granitico ma anche di liberare le 10 dita e la sei corde del buon Joe verso assoli che, mai come in questo disco, sono da far cadere la mascella. Come nei dischi precedenti la squadra dei co-autori ha sempre personaggi di assoluto talento, come il grande James House. Un lavoro assolutamente completo: ci sono stili e generi differenti e, soprattutto, diverse influenze… ma il risultato è di una qualità riservata solo agli eletti, club in cui Bonamassa entra di diritto… uno che può sedersi allo stesso tavolo con BB King oppure con Cab Calloway ma anche con Jimmy Page e non essere mai fuori posto anzi, può permettersi persino di parlare ad alta voce. La partenza è lanciata e, con l’incipit di Evil Mama, si mette subito in chiaro che non si ha paura di scomodare i “Santi”… ed ecco la mitragliata di batteria da Rock And Roll dei Led Zeppelin; il brano poi si trasforma e diventa uno splendido blues rock, sorretto dai cori e dai fiati e con un bellissimo groove. Anche la voce è potente come non mai ma è l’assolo che lascia un bel graffio sulle casse. Fantastico… e siamo solo alla prima canzone. Che partenza. Bonamassa non ha intenzione di consentire abbassamenti di livello e, con la successiva King Bee Shakedwon, sfodera un movimentato blues sempre tendente al rock quasi rockabilly, con i fiati sempre sugli scudi ma, è il fantastico riff con la slide dopo il ritornello che lascia un solco sul vinile: irresistibile e magnetico. Il sound è quanto di più completo e le coriste cesellano controcanti perfetti. Una storia tragica, una di quelle marinare che si raccontano nei malfamati bar di Gloucester, è il racconto di Molly O’. L’incipit (di mare che borbotta e le assi che cigolano) è inequivocabile, mentre il sound è quanto di più vicino ad uno dei suoi progetti paralleli più famosi… i Black Country Communion: un rock potente e sorretto da riff “grassi” e molto anni 70… ma è l’assolo a renderla davvero indimenticabile. Quasi a cercare di smorzare la tensione arriva Deep In The Blues Again, un brano aperto e solare che risente di influenze Americana e che i cori contribuiscono a rendere un pezzo dall’appeal immediato. Inutile dirvi che l’assolo è sempre perfetto: mai una nota fuori posto. Joe Bonamassa cesella sul pentagramma come un artigiano vero e non sbaglia una martellata. L’abbassamento della tensione è servito a preparare le orecchie per uno dei pezzi più intensi ed emozionanti: la successiva Self-Inflicted Wounds è un brano dall’andamento trascinato, una prova vocale e lirica eccellente. Le chitarre sono quasi sullo sfondo per l’intero brano, non sono protagoniste fino all’assolo finale che esplode in tutta la sua bellezza dopo gli scambi vocali con le bravissime coriste Mahalia Barnes, Jade McRae e Juanita TippinsLa centrale Pick Up The Pieces sembra un’outtake dalle sessions riuscitissime con Beth HartUn brano da Cotton Club”, che sarebbe stato perfetto in un disco di Cab Calloway: andamento sincopato e altra grande prestazione vocale. Non c’è genere toccato da Joe che non padroneggia come fosse suo. La successiva The Ghost of Macon Jones riafferma tutto quanto detto, perchè i lidi d’approdo sono quasi country-rock… per chi scrive in assoluto la canzone più bella; un western di quelli che si girano nei pressi di Nashville, anche grazie alla collaborazione con uno dei migliori artisti del nuovo movimento outlaw country… Jamey Johnson: un Artista sublime che rende il brano pressoché perfetto. L’assolo è una gemma e il sapore di polvere del Grand Canyon avvolge le casse. Da ascoltare e riascoltare in loop, magari cavalcando verso un saloon Just ‘Cos You Can Don’t Mean You Should è un blues rock che riprende il sound e le atmosfere dei lavori di Gary Moore… qui non si accelera ma si lascia spazio ai fiati di Lee Thornburg e Paulie Cerra: anche qui, impossibile non citare l’assolo di Joe… in ogni brano ce n’è uno di grande livello quasi incredibile da raccontare e anche qui il graffio sul vinile è ben visibile. Redemption è un blues che parte acustico con un giro molto bello ma che poi esplode con l’elettrica e i cori d’impatto: una redenzione gridata al mondo con un riff centrale roccioso e un assolo splendido, ma che poi, come in un girotondo, ritorna acustico e sussurrato per poi esplodere di nuovo sul finale. Il riff blueseggiante della successiva I’ve Got Some Mind Over What Matters è divertente e movimentato: pianoforte da saloon e assolo da bluesman consumato… alla fine la gente al saloon è venuta per la sua chitarra. Stiamo ancora godendoci questo sound divertente e corposo che Bonamassa abbassa decisamente i toni con Stronger Now In a Broken Places, un brano asciutto ed emozionante, eccellente prova vocale e un velo di tristezza ci avvolge… malinconica e riuscita, senza sobbalzi o cambi di marcia. Lo splendido lavoro si chiude con Love Is a Gamble, un blues elettrico, dall’andamento trascinato e molto caldo, in cui sono ancora i fiati e il pianoforte a rispondere per le rime alla fumante chitarra di Joe: un brano che non avrebbe sfigurato in un disco di Buddy GuyUn modo perfetto di concludere un disco che rasenta la perfezione e che, se possibile, supera in qualità e completezza il suo ultimo già stupendo album solista, Blues of Desperation” (2016), raggiungendo le vette altissime della sua ultima già citata fatica assieme a Beth HartUn artista completo, sicuro di sé e riferimento sicuro della musica di qualità… ecco cosa è ora Joe Bonamassa, artista prolifico e dedito alla creazione dell’inverosimile, mai banale o commerciale: davvero unico in questo. Buon ascolto.

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2 pensieri riguardo “Joe Bonamassa: “Redemption” (2018) – di Claudio Trezzani

  • ottobre 4, 2018 in 11:58 am
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    Also, anyone don’t need to handle any unruly players, skip placing your gamble, and already have far better probability of successful.

    Risposta
  • ottobre 4, 2018 in 6:04 pm
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    Ottima recensione. Condivido tutto quello che hai scritto.
    Per me il più bel lavoro di sempre di Joe. Artista unico.

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