Joe Bonamassa: “Black Rock” – di Daniele Vasco

Tutti gli amanti del Blues Elettrico conoscono la storia Joe Bonamassa… di quel ragazzino del ’77 che già nel 1990, con la sua Fender Telecaster tra le mani, si ritrovò a suonare sul palco con il Re del Blues: Sua Maestà Riley B. King. detto B.B. Di tempo ne è passato da quel fantastico incontro e Joe vanta ora una carriera di tutto rispetto tra gli artisti di punta del Rock-Blues; anche se in alcuni momenti, a nostro avviso, si è dimostrato lievemente prolisso e un po’ troppo dedito ad un virtuosismo che ci è apparso a tratti snervante e noioso… ma ogni artista, ai nostri occhi, ha i suoi “difetti” e, alla fine della fiera, i suoi lavori discografici sono di ottima fattura e di alto livello.
Qui ci soffermeremo su “Black Rock”, un disco pubblicato nel 2010, annoverabile tra i lavori più intriganti, interessanti e completi di Joe Bonamassa, come “The ballad of John Henry” del 2009 e “Dust Bowl”  del 2011. “Black Rock” e costruito con una serie di cover di stelle del Blues e con brani originali da lui composti, eseguiti e arrangiati secondo il suo stile funambolico ed energico… ma passiamo all’ascolto. L’iniziale Steel your heart away, originariamente composta da Bobby Parker, a metà tra il Soul e il Blues nell’interpretazione di Joe, si trasforma in una canzone hard n’ blues… potenza e tecnica si mescolano ad un groove tipicamente Blues, rivisitato secondo un’ottica che ammicca tanto al rock duro che al texas-blues, tra velocità e ritmi cadenzati. La voce di Joe, poi, cesella il tutto con il suo graffio inconfondibile. P
assiamo ora a I know a place, di John Hiatt. Anche in questo caso, nonostante l’originale presentasse già un piglio deciso ed elettrico, l’eclettico chitarrista ne incrementa la potenza, miscelando con la sapienza di un vero artigiano della musica, momenti elettrizzanti e affilati, con ritmi avvolgenti e lenti. I brani successivi sono due brani originali del Nostro: When the fire hits the sea e Quarryman’s Lament. Il primo è improntato verso un sound R&B intriso di sanguigno Blues elettrico… e i ritmi spingono a battere il piede a terra e a tempo con il pezzo, a danzare insieme alla voce e alla chitarra di Joe. Il secondo, invece, assume uno spirito country, con echi a metà tra il celtico e la musica dei nativi che si fondono con l’energia del Blues bonamassiano… che in questo brano viaggia a velocità ribassata, con ritmi di rock classico e una melodia favolosa e avvolgente.
Torniamo alle cover… Spanish Boots di Jeff Beck. In questo caso, le differenze non sono molte tra le due versioni e, a Joe Bonamassa, va un sincero plauso, per aver deciso di rispettare e riproporre lo spirito originario di questa canzone, mantenendo intatti ritmo e potenza; impreziosendola però, con un taglio personale, concentrato soprattutto su alcune parti di chitarra. 
Segue poi una delle canzoni più poetiche e malinconiche mai scritte… Bird on a wire, del Maestro Leonard Cohen. L’omaggio di Bonamassa procede attraverso echi di musica orientale, tanto emozionante quanto malinconica, perfettamente in linea con l’originale, con un lieve arrangiamento di chitarra acustica e slide-guitar, senza virtuosismi o accelerazioni. Poesia pura… forse il momento più alto del disco. Torniamo all’energia e al divertimento musicale con Three times a fool, un Blues acustico e roots-oriented di Otish Rush… leggenda della Devil’s music. In questo caso Bonamassa sì unisce allo spirito di Rush in un’esecuzione resa corale e immutata da un’esecuzione fedele in tutto e per tutto al brano. La successiva Joe la esegue con B. B. KingImmenso e indimenticabile artista suo Maestro… e il pezzo è di un’altra leggenda… Night life di Willy Nelson. Una ballata country-blues di altissimo livello che la fantastica coppia reinterpreta ancor più carica di Blues, accantonando i ritmi country e arricchendola di orchestrazioni da big-band e rimandi Soul e R&B; alzando così l’asticella qualitativa della canzone… con la coheniana Bird on a wire, apice di tutto il disco.
Torniamo nuovamente agli inediti… Wandering Earth. Brano senza fronzoli: energico, sanguigno, elettrico, potente e graffiante. Un pezzo solidissimo di Blues-Rock, al quale Joe regala tutta la sua verve artistica e la sua vena compositiva, donando all’ascoltatore una canzone eccelsa, priva di sbavature e piena di una carica emotiva molto coinvolgente. Proseguiamo con Looking over Yonder’s Wall, di Freddie King. L’originale miscelava l’electric-blues con luminosi echi Funky e R&B, la versione di Bonamassa si discosta da queste influenze (come per ogni altra cover del disco, a parte Three times a fool) scegliendo un’interpretazione molto più personale e rockeggiante e spostando la canzone dallo stile Chicago-Blues oriented nel quale si potrebbe catalogare l’originale, verso soluzioni più modern-blues, ugualmente vivaci e certamente più taglienti. Le ultime due canzoni del disco firmate da Joe ci accompagnano verso la fine del viaggio. La prima, Athens to Athens, si rivela come un planare tra l‘acoustic-blues, country e Americana, con svariati echi e rimandi stilistici che vanno dal folk-rock all’irish-rock che ricordano le melodie di Bird on a wire. Una canzone di breve durata ma che dimostra ancora una volta le grandi capacità di JoeSullo stesso piano anche la successiva Blue and Evil, almeno per quanto riguarda l’introduzione del pezzo. Nel suo sviluppo, in una girandola di stili, cambi di tempo, assoli fulminanti e riff granitici, Bonamassa e i suoi compagni, danno sfoggio di tutte le peculiarità del loro sound.
I giochi si concludono con un ultimo, ennesimo, tributo a un Grande del Blues. Baby you gotta change your mind, di Blind Boy Fuller. La partitura in chiave ragtime di questo Blues primordiale, registrato nel lontano 1935, viene ripreso da Joe in ogni sua forma, dall’uso della chitarra acustica ai ritmi sincopati che ne dettano l’andamento… senza stravolgimenti, prestando la sua voce alla riscoperta di una canzone entrata nella leggenda. Una chiusura perfetta per un disco perfetto.

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