Joe Berlinger: “Ted Bundy – Fascino criminale” (2019) – di Maurizio Fierro

Cosa hanno in comune Ann Rae Rule ed Elizabeth Kloepfer, ragazze dai tratti gentili, intelligenti e mediamente istruite? Cosa hanno in comune queste due donne con le tante altre sparse per il mondo che nella loro vita non sono riuscite a vedere “lo straniero accanto a me”, dal titolo del best seller “The Stranger Beside Me”, scritto dalla stessa Rule? Un interrogativo che aleggia per tutta la visione di “Extremely Wicked, Shockingly Evil and Vile” (dalle parole pronunciate dal giudice Edward D. Cowart per descrivere gli efferati omicidi del serial killer Ted Bundy), presentato al Sundance Festival il 26 gennaio 2019 e tradotto sinteticamente per le sale italiane in “Ted Bundy – Fascino Criminale”, film diretto da Joe Berlinger e basato sul memoir di Elizabeth Kloepfer, “The Phantom Prince: My Life with Ted Bundy”, pubblicato nel 1981 e firmato con lo pseudonimo di Liz Kendall. Un interrogativo la cui risposta è forse già contenuta in quelle due parole: “Phantom Prince”, principe fantasma. Perché sì, anche uno come Theodore Robert Bundy (la cui storia riscoperta si sta muovendo in un circuito crossmediale, fra serie tv, vecchie interviste e cinema perché, parafrasando Jacques-Benigne Bousset, la vita dei malvagi può essere utile quanto quella dei santi, purché se ne mostri la miseria e l’orrore), uno dei serial killer più tristemente famosi della storia del crimine, può passare per “principe” agli occhi di giovani donne single desiderose di attenzioni e amorevoli premure. Magari non il classico “principe azzurro”, ma sicuramente qualcuno di cui potersi fidare e innamorare. D’altra parte, quante volte abbiamo letto sui giornali o ascoltato in tv frasi come: “sembrava una persona così a modo, sempre gentile, educato, chi poteva immaginare che…”. Già, chi poteva immaginare? Chi poteva immaginare che dietro la facciata dello studente dai tratti gentili, ambizioso (tenta la carriera politica nel partito repubblicano), sempre sorridente, educato e di buone maniere, potesse celarsi un serial killer? E della tipologia più pericolosa, oltretutto. Quella che può assumere le sembianze del vicino di casa premuroso che ti aiuta a portare la spesa, o del collega di lavoro simpatico che ti offre il caffè… insomma, l’esempio vivente dello psicopatico che si mimetizza nella società. Chi poteva immaginare? E invece. Perché se è vero quel che scriveva Søren Kierkegaard (“ciò che si vede dipende da come si guarda”), la dimensione “giovane donna insicura e innamorata” non è certo la migliore delle modalità per vedere il mostro che si nasconde nelle pieghe della mente contorta e labirintica di una persona che si trova a suo agio dappertutto tranne che nella sua testa. Ted Bundy, uno che potrebbe essere scambiato per un capo boy scout, ha un comportamento spaziale che lo spinge a uccidere in diversi stati (da Washington all’Oregon, dall’Idaho allo Utah, dal Colorado alla Florida). Un modus operandi che si avvale di stratagemmi (quello più conosciuto è avvicinarsi alle vittime presentandosi con un braccio al collo, chiuso in una finta ingessatura facile da rimuovere e che lo fa apparire ostacolato nei movimenti, per poi chiedere aiuto per spostare qualche oggetto pesante e far scattare l’aggressione, stratagemma che lo scrittore Thomas Harris attribuisce al personaggio di Buffallo Bill nel suo “Il Silenzio degli Innocenti”) e un pattern criminale condizionato da macabre fantasie di sadismo violento a sfondo sessuale che sfoga su giovani donne che ricordino nei tratti Diane, la prima fidanzata californiana conosciuta alla facoltà di psicologia e appartenente dell’upper class di cui lui, di modeste origini, non si è mai sentito all’altezza fino a esserne rifiutato. L’ex documentarista Joe Berlinger ci accompagna in una discesa agli inferi durata vent’anni, dal 1969, anno in cui Liz Kendall alias Elizabeth Kloepfer (Lily Collins) incontra in un bar di Seattle lo studente Ted Bundy… al 1989, quando una scarica di corrente elettrica dal voltaggio fatale pone fine all’esistenza terrena dell’assassino nel penitenziario statale della Florida. Fra i due limiti temporali, assistiamo al primo incontro fra Liz e Ted, al nascere della loro relazione, alla scomparsa di due ragazze presso il lago Sammanish e all’identikit del presunto colpevole che compare sui quotidiani e che assomiglia troppo a Bundy per non spingere Liz a telefonare alla polizia e fornire il nome di colui che comincia a essere sospettato di diversi omicidi irrisolti in altri stati americani; e poi l’arresto in Colorado, l’evasione e il fermo definitivo per gli omicidi di due donne in Florida; la scelta di ricusare gli avvocati d’ufficio e di difendersi da solo e infine, il materializzarsi della seconda figura femminile, Carole Ann alias Ann Rae Rule (Kaya Scodelario), che Bundy ha conosciuto anni prima, quando la donna prestava attività di volontariato in un centro hot-line per la prevenzione dei suicidi. La macchina da presa di Bellinger mostra una visione edulcorata del Bundy “domestico”, evitando di evocare alcuni episodi d’ira violenta descritti da Elizabeth Kloepfer nel suo memoir, episodi da leggersi nella chiave del senno del poi, a fronte di quanto accadrà in seguito. In tal senso, la “scelta Zac Efron” appare azzeccata e, l’ex idolo delle teenager, che indossa una serie di splendidi completi anni 70, è perfettamente a suo agio nei panni dello studente di legge alle prese con le supposte ingiustizie di un sistema giudiziario perverso. Bundy non smette mai di affermare con forza la propria innocenza, si difende da solo con istrionica veemenza e, sia Carole Ann (che poi lo sposerà in carcere) che, in parte, Liz, credono alle parole di quell’affascinante psicopatico in possesso di una diabolica abilità manipolatoria e di un impressionante talento affabulatorio. Il processo di Miami del 1979, il primo a essere trasmesso in diretta televisiva, diventa un happening mediatico, condito dagli scambi di battute fra l’imputato e il giudice Edward D. Cowart (John Malkovich). La realtà che emerge è agghiacciante, così come accertato dagli atti processuali che condannano Bundy alla sedia elettrica per gli efferati omicidi di due ragazze nella confraternita femminile di Chi-Omega, a Tallahassee. Con un’ellissi di dieci anni, il regista ci ripropone Bundy il giorno prima dell’esecuzione programmata per il 24 gennaio 1989, quando riceve l’ultima visita di Liz, logorata dal senso di colpa e forse colpevole di sentirsi colpevole. Liz lo implora di liberarla dall’ossessione della sua presenza, chiedendogli di confessare… e lui lo fa, in un momento rivelatore in cui un bagliore sinistro illumina il suo sguardo da assassino e in cui, per la prima volta, non ha la forza di sfuggire alle cose che hanno fatto di lui quello che è. Forse, per Theodore Robert Bundy, la più grande pena possibile è stata proprio vedere la realtà di se stesso un attimo prima di morire.

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