Joanne Vent: “The Black And White Of It Is Blues” (1969) – di Lino Gregari

Il mio incontro con Joanne Vent fu del tutto casuale, come del resto lo sono stati tanti altri in quel periodo così affollato e folle. Eravamo nel 1970, forse 1971, esattamente non ricordo, ma ogni album porta con se una corposa ventata di ricordi, di sensazioni, di volti ormai scomparsi, ed è spesso difficile posizionare il tutto nella giusta dimensione temporale. Comunque, a quel tempo bazzicavo già da un po’ le bancarelle di dischi e i numerosi negozi che facevano un sacco di soldi vendendo vinile di ogni genere. Ricordo bene lo stupore quando tra gli altri mi apparve l’incredibile copertina di “The Black And White Of It Is Blues” (1969): quante volte ho comprato un disco basandomi solo sulla copertina? Tante… e sono poche le volte che ho sbagliato. In questo caso poi fu impossibile resistere alla tentazione: già allora ero molto attratto dalle voci femminili e, questa copertina, con quel tocco di delicata sensualità, prometteva davvero bene. Fu una delusione… Mi trovai immerso in un suono decisamente lontano da quello che in quel periodo volevo uscisse dai diffusori del mio impianto. Il sofisticato e graffiante Blues/Soul di Joanne non poteva in alcun modo superare la barriera eretta dall’ascolto dell’Hard e del Progressive di quel periodo: il disco rimase per qualche tempo sepolto tra quelli che non vedevano mai il mio Thorens. Poi però si cresce, anche dal punto di vista musicale: leggi tutte le riviste musicali sulle quali riesci a mettere le mani – sopratutto quelle che arrivano dall’Inghilterra e dall’America – e scopri che Lester Banks, dalle cui labbra per noi in quel periodo usciva il verbo assoluto, infila spesso questo album nei suoi scritti, anche quelli più free, quelli più deliranti e lo vai a riprendere. Questa volta l’ascolto è più attento, decisamente più profondo. Il mondo che si apre è stupefacente, così scuro, profondo, attraente: è impossibile resistere. La “tana del bianconiglio” deve essere svelata nella sua completa forma. Da lì in poi è una scoperta continua: i grandi nomi del Blues e del Soul iniziano a colonizzare la mia collezione, aprendo il mio spirito a una nuova comunione musicale. Per cui direi che è il caso di parlarne, di affrontare in modo degno questo ” The Black And White Of It Is Blues” che così tanto ha contato nella mia formazione, non solo musicale.
Il disco esce nel 1969 e, nonostante la splendida immagine di Joanne che riempie la copertina, viene completamente ignorato dalla critica. Eppure è prodotto da Larry Marks (noto per i lavori con Liza Minnelli, Helen Reddy, Phil Ochs, The Flying Burrito Brothers, Chad and Jeremy e Jimmy Webb) e esce su A&M ma, nonostante gli sforzi fatti per presentare al pubblico un’altra Janis Joplin, il progetto fallisce miseramente. Joanne non è Janis, anche se le sue doti vocali non sono da meno: è più vicina a Etta James e a Billie Holiday, e il songbook scelto per l’album è una cornice perfetta per un quadro affascinante e coinvolgente. La sua versione di God Bless The Child, di Billie Holiday è perfettamente equilibrata, e non sfigura per nulla anche paragonata all’originale. Bet No One Ever Hurt This Bad è forse la miglior cover di un brano di Randy Newman che io abbia mai ascoltato, e Ninety Nine And A Half del grande Wilson Pickett è da brivido. Se poi aggiungiamo una grande versione di It`s A Man`s World di James Brown, e una altrettanto incredibile Weak Spot di Isac Hayes… ecco che il quadro inizia a svelare la perfezione racchiusa dietro ogni singola pennellata. I Love You More Than You`ll Ever Know, di Al Kooper, e Stormy Monday di T-Bone Walker aggiungono ulteriore benzina a un fuoco che già brucia con vigore, mentre la splendida Can`t Turn You Loose di Otis Redding fa cadere anche l’ultima esile barriera: sono perdutamente innamorato di questa donna, della sua voce e della sua splendida presenza. Purtroppo però, nonostante una fulgida apparizione al Johnny Carson Show, l’album scompare immediatamente dal mercato e, le mie successive ricerche di altre cose sue, si concludono con un nulla di fatto. So che è stata vocalist in alcuni album di Lou Reed e Jerry Jeff Walker ma, a parte questo, posso citare solo la sua splendida collaborazione per quel gigante del country folk funky blues rock che è “White Cloud” (1972), omonimo album di una Band leggendaria… ma questa  è una storia che mi riservo di raccontarvi un’altra volta, ora è il momento di lasciare i riflettori accesi su Joanne Vent: voce incredibile, talento immenso e un grande dose di sfortuna. Attualmente avrebbe scalato le classifiche in modo esponenziale, come ha fatto la brava e bella Joss Stone, tanto per rimanere in tema, mentre a Joanne non è stato concesso nulla, solo il grande rispetto della stampa specializzata, lesta a redimersi dal primitivo errore.
Joanne muore nel 1998, tristemente dimenticata, ma questo disco, questa manciata di grandi canzoni, testimoniano il suo diritto all’immortalità.

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