Jimmy The Night e la musica techno – di Andreas Finottis

C’era un tipo, lo chiamavamo Jimmy The Night, figlio di emigrati. Era venuto via dal Belgio perché diceva che non gli piaceva come posto: pioveva sempre e la gente era triste. Così si era stabilito tra la  provincia di Rovigo e quella di Ferrara, tra la nebbia e l’umidità; ma a lui sembrava di stare ai Caraibi. Girava in camicia hawaiana e occhiali fumé anche col freddo e aveva una grossa berlina gialla. Sembrava sempre fuori di testa, un tipo da Paura e delirio a Las Vegas. Voleva fare successo in radio, ma metteva musica che non apprezzava nessuno, diceva che quando viveva in Belgio quella roba piaceva a tutti; parlava anche male in italiano, più che uno speaker radiofonico sembrava un venditore di tappetti da spiaggia quando presentava i dischi, perciò non ebbe nessun successo. Provò in discoteca ma pure lì, metteva quella musica che non piaceva a nessuno e lo cacciavano via. Ovunque si cimentò fu sostituito immediatamente da altri disc jockey che mettevano musica più apprezzata dal pubblico. Poi si sposò con una bassa e robusta e sparì. Dopo molto tempo, un giorno caldo d’estate mi trovai in auto per una frazione immersa nelle campagne. Una chiesa/un bar/un negozio di generi alimentari immersi nel nulla, a chilometri dal primo vero centro abitato. Avevo sete, mi fermai davanti al bar per bere qualcosa. C’erano degli anziani seduti all’ombra del pergolato, entrai. Il barista mi salutò:
“Quanto tempo che non ci vediamo, hai fatto bene a venire a trovarmi!”
Dalla voce lo riconobbi… era Jimmy The Night, invecchiato, ingrassato, vestito come un anziano. Credeva fossi andato apposta a trovarlo, mi offri da bere, presi un’aranciata. Andai per berla ma il bicchiere sapeva da schifo, da grasso rancido. Mi disse che sua moglie aveva trovato quel bar d’occasione e si era trasferito lì. Mentre si allontanò un attimo vuotai il bicchiere al di là del bancone, nel lavello. Quando tornò vedendo che il bicchiere era vuoto mi disse:
“Avevi un bella sete, te ne verso ancora!”
“No, grazie, sono a posto, devo anche andar via, mi ha fatto piacere vederti,
la prossima volta vengo con più tempo e mi fermo qualche ora.”

“La prossima volta ti faccio assaggiare i miei tramezzini,
li faccio con la mia salsa speciale.” 

Mi indicò nella vetrinetta del bancone un recipiente in cui sembrava ci avessero vomitato dentro, neanche coperto. Qualche mosca gironzolava allegra sul bancone. Sorrisi a lui e alle mosche, lo ringraziai e salutai. Avevo una sete tremenda, mi fermai al generi alimentari cinque case dopo il bar a prendermi una lattina d’aranciata. Passò qualche anno e un giorno ripassai per quella frazione, ma vidi che il bar era stato chiuso e abbandonato. Pure il generi alimentari aveva chiuso. Molte delle case attorno  erano state abbandonate, e avevano variopinti cartelli Vendesi appesi alle recinzioni. Solo la chiesa era ancora aperta, puntellata coi pali di ferro che reggevano anche le campane nel campanile. Era tutto pieno di ruggine e ogni cosa era trascurata, come abbandonata. Qualche centinaio di metri più avanti vidi il grande magazzino di stoccaggio dei prodotti agricoli in cui lavoravano molti del luogo: era chiuso e abbandonato, con un enorme cartello Vendesi/Affiittasi davanti al cancello. Quelle località abbandonate come se un’onda del mare ne trasportasse i relitti che trasporta i relitti, mi fecero tornare a galla lontani ricordi, persone e attimi persi nei meandri della memoria, svaniti tra le pagine svolazzanti dei calendari. Per attenuare la malinconia accesi l’autoradio, la sintonizzai su una stazione giovanile di musica da discoteca e la lasciai sintonizzata lì. Alcuni giorni dopo, mentre in auto stavo ascoltando sempre quella stazione, presentarono della nuova musica da discoteca… dissero che si chiamava techno ed era l’ultima novità mondiale in fatto di musica dance.
Ascoltandola mi dissi: “Cazzo, ma questa è la musica che metteva anni fa proprio Jimmy The Night!”.

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