Jimmie Rodgers: “The Blue Yodeler” – di Gabriele Peritore

Un sorriso stampato sul viso e la tristezza in fondo al cuore, è così che nasce l’ululato ispirato allo Yodel di Jimmie Rodgers che volteggia negli incisi dei suoi brani e che ne costituisce lo stile unico e pionieristico che anticiperà molti degli stili musicali che verranno in seguito. La musica è tra le sue passioni fin da bambino e ha una facilità straordinaria nel riprodurre i brani che più apprezza. Vivere negli anni venti sulle sponde del Mississippi significa entrare in contatto con musicisti che intonano Blues per superare la fatica e per intrattenere la propria gente nei pochi momenti di libertà notturni. Nelle varie fughe da casa, la prima delle quali a soli tredici anni, per far accumulare esperienza alla sua chitarra, Jimmie scopre il sound della sua terra fatto di Folk bianco e Blues afroamericano. Il Gospel per innalzare preghiere ad un cielo che conosce il suo dolore di bambino che ha perso la madre ed è costretto a crescere con il padre che lo riporta sempre a casa e i vari parenti di turno. L’amore per la musica gli fa superare ogni difficoltà esistenziale e il piacere di comunicare misto alla timidezza gli disegnano quel dolcissimo sorriso che non lo abbandona mai. Alla radio in quel periodo vanno in onda artisti che utilizzano vituosi gorgheggi di gola, Jimmie si lascia affascinare da Emmett Miller o Vernon Dalhart, ne è chiaramente influenzato. Ma non c’è soltanto questo nel suo Yodel, nel suo ululato gutturale c’è anche la sofferenza esistenziale e quella fisica. A soli ventiquattro anni scopre di essere infetto da tubercolosi e la malattia mina a fondo la sua salute. Nei testi delle sue canzoni, che sono tra le prime nella storia della musica con struttura fortemente autobiografica, si respira, oltre le descrizioni della vita da bettola, tra scazzottate, amori complicati, anche le varie difficoltà dei lavori che doveva spesso lasciare a causa della malattia. Proprio grazie alla molteplicità di lavori affrontati ha avuto la possibilità di entrare in contatto con il mondo dei lavoratori musicisti che lo hanno introdotto ai vari generi a lui cari. Quando finalmente riesce ad incidere la sua prima canzone nel luglio del 1927, grazie al produttore Ralph Peer che passa dalla sua cittadina per una serie di audizioni, il successo è immediato anche se il guadagno non è alto. Doveva presentarsi con la band con cui si esibiva in quel periodo, ma un insolubile diverbio capitato con gli altri elementi la notte prima della registrazione lo costrinse a presentarsi da solo. Alla seconda sessione di registrazione, con il primo T For Texas (Blue Yodel N.1) il suo stile che unisce blues e folk arricchiti dagli unici Yodel tristi, gli permetterà di conquistare la celebrità e, grazie alla diffusione nazionale ottenuta, contribuirà ad anticipare il rockabilly e alternative correnti country. In pochi anni metterà a segno un successo dopo l’altro. Non c’è brano che non abbia il suo fascino intrinseco e che non abbia influenzato artisti come Hawlin’ Walf e Mississippi John Hurt dichiaratamente ispirati al suo stile. L’apice lo raggiunge con Blue Yodel N. 9 che permette a Jimmie di sperimentare le sue doti anche nel Jazz e in altri generi innovativi per il tempo, registrando il brano con Louis Armstrong alla tromba e la moglie Lil Hardin al piano. Il periodo d’oro dura dal 1927 al 1933 quando il suo fisico non può più reggere il peso della malattia e a soli trentasei anni deve lasciare questo mondo. A Noi piace pensare che se ne sia andato così, con il suo sorriso sul volto e il cuore a ululare Yodel tristi ma che regalano sorrisi a chi avesse la voglia di riascoltarlo ancora oggi.

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