Jim Morrison: la leggenda, la poesia… – di Gabriele Peritore

“Crea un varco, crea un varco dall’altra parte”. Quando penso a Jim Morrison, penso a questo varco, al suo invito a squarciare il velo, ad esplorare l’ignoto e, per me, è un invito degno della Poesia più alta che si ricollega a tutta la Letteratura dei primi del Novecento. Vedo il suo modo di porgere le parole, di cercarle, di esprimere i contenuti dei suoi versi e tutto… il suo modo di esibirsi e di cantare è, semplicemente, Poesia. L’insieme di tutti questi fattori era in lui Poesia. Poeta, quindi, voglio definirlo sin da subito così perché è la definizione che lo descrive meglio. Ha anche pubblicato una silloge di poesie, ma non è di questo che voglio parlare. La Poesia era nei testi delle sue canzoni perché lui era un cantante, un musicista, e la musica era uno dei mezzi per comunicare la sua visione poetica. Fortunato anche, se fortuna si può chiamare (sicuramente è stato più uno scegliersi), ad incontrare musicisti eccezionali come Ray Manzareck, Robby Krieger e John Densmore, che hanno saputo tradurre in spartiti Rock\Blues, le contaminazioni culturali e cromosomiche di Jim, creando a loro volta uno stile musicale unico, diverso da tutti quelli che nascevano in quel periodo nel ricco panorama statunitense. Così come Jim, anche loro hanno fatto della contaminazione il loro punto di forza. Moderni, classici, Rock, Blues, psichedelici, Jazz, volti verso l’Oriente, Progressive, espressionisti e, alla guida, la voce suadente e penetrante dell‘istrionico Poeta che, anche come cantante aveva il suo spessore espressivo. Morrison incontra Ray Manzareck, tastierista geniale, in un corso universitario sulla cinematografia. Sin da subito sono in sintonia intellettuale, sul modo di volere comunicare e ideare la loro musica e, dalla sintonia, scatta la scintilla che porta alla nascita della band a cui danno il nome di The Doors, Le Porte… ed è questo il primo riferimento letterario, perché queste “Porte” sono quelle della percezione. Influenzati dalla lettura del libro “Le porte della percezione” (1954) di Aldous Huxley, sugli effetti della mescalina, e dall’evocativo verso del Poeta William Blake: “Quando le porte della percezione saranno purificate tutte le cose appariranno all’uomo così come sono: infinite”. Jim interpretava a suo modo i versi del Poeta esortando con coraggio a sondare tutto quello che non si conosce, creare un varco, fiondarsi nel lato oscuro, affrontando il fascino dell’ignoto, l’altra parte, l’oltre, dove forse tutto è buio o ancora più luminoso, sicuramente libero. Imboccherei la “Porta” con Break on through, (“The Doors” del 1967) o anche avvicinandosi alla lettura di End of the night, sempre nello stesso disco. Siamo a metà degli anni Sessanta e in quel periodo la psichedelia è in voga, come l’invito all’uso consapevole e inconsapevole delle sostanze, per dilatare la capacità percettiva, permettendo al proprio io interiore di espandersi, viaggiare… e questo è, forse, l’unico elemento che avvicina Jim al suo periodo storico; lui però aveva un obiettivo in più, quello di raggiungere la trance sciamanica e curare. Credeva infatti in una forma di Poesia taumaturgica, tesa alla liberazione dei sensi e delle barriere psicologiche. Introducendo così, attraverso lo stato ipnotico della danza rituale, la cultura indigena americana nel linguaggio Rock, come si può cogliere nei brani My wild love (“Waiting for the sun” del 1968), o Shamhan’s Blues, (“The soft parade” del 1969). Raccontava spesso di aver assistito, da bambino, ad un incidente stradale in cui persero la vita diversi indiani d’America e di aver assorbito, come una spugna, le loro anime durante la dipartita, attraverso la pura sensibilità di bambino, fragile come quella di un guscio d’uovo. “Indians scattered on dawn’s highway, bleeding / Ghosts crowd the young child’s fragile eggshell mind” (Peace frog, “Morrison hotel”, 1970). Sinuoso nei movimenti e con sbuffi sibilanti, suadenti, Jim è il serpente. Cavalca il serpente, bambino. Nei suoi versi spesso viene citato il rettile, simbolo proprio di derivazione sciamanica, elemento visionario dovuto alla trance e allo stato allucinatorio. Ma il serpente oltre a simboleggiare la mutazione, per via del suo cambiare pelle, ed essere un evidente riferimento sessuale, ricopre anche tantissimi altri significati, in tantissime altre culture in tutto il mondo. È il simbolo dell’energia vitale, ma anche del male; è il simbolo della spirale evolutiva, o del cerchio dell’infinito e, in alcune interpretazioni dei Vangeli, anche Gesù Cristo venne accostato alla stessa figura. Jim amava l’essenza rettilea, tant’è che ad un certo punto della sua carriera non disdegnava di presentarsi come King Lizard, il Re Lucertola. A cui è possibile ogni cosa, ogni trasformazione. La stessa aria che si respira, o il sentimento di amicizia verso una persona, e la voglia di peccare, tutto. “I am the Lizard King / I can do anything” (No to touch the earth, “Waiting for the sun” del 1968). Come in una sorta di rituale esorcistico incarnava il male per liberare dal male. La sua concezione di incarnazione del male è volontariamente assimilabile al concetto dì capro espiatorio. Concetto che lo avvicina ad un’altra figura letteraria e mitologica, quella di Dioniso, derivante direttamente dalla lettura del saggio sulla tragedia greca di Nietzsche (“La Nascita della Tragedia dallo Spirito della Musica” del 1872). Nella tragedia greca c’è qualcosa di più che la semplice ricerca del senso tragico e doloroso dell’umano sentire: c’è la possibilità di trascendere, dopo aver attraversato il dolore per accedere a stadi percettivi più elevati. La tragedia greca era cantata in ditirambi dai seguaci del caprone, tragos (da cui il termine “tragedia”), cioè Dioniso, e attraverso il timore panico, l’ebbrezza, l’estasi si comunicava con il dio dell’energia, della natura, della Vita e della Morte. È quello che faceva Jim in ogni sua performance: cercava l’ebbrezza, l’estasi, la trance. Proprio dal riferimento ad una tragedia, all’opera di Sofocle, “Edipo re”, arricchito da sfumature psicologiche derivanti dalle teorie freudiane, nasce una delle canzoni più scandalose della storia della musica, la leggendaria The End. In cui inneggia in modo teatrale, drammatico, la volontà di possedere la madre. Lo scandalo, altra escamotage; che sia evangelica l’ispirazione o teatrale, sono molteplici le situazioni in cui l’atteggiamento di Jim ha destato scandalo, dovendosi addossare anche tutto ciò che ne conseguiva. La teatralità del suo modo di stare sul palco era dovuta al suo amore per la tragedia classica ma, è indubbio che grande influenza su di lui debbano averla avuta le correnti artistiche dei primi del Novecento. Ha assorbito alla perfezione la lezione del Teatro della Crudeltà di Antonin Artaud e, nell’atteggiamento provocatorio, c’è sicuramente l’adesione alle teorie sovversive degli artisti del Dadaismo, come Hugo Ball o Tristan Tzara, che cercavano sempre una reazione da parte del pubblico, anche soltanto per manifestare il dissenso. Jim esortava spesso il pubblico a svegliarsi, voleva una partecipazione attiva, non un semplice trasporto emotivo subito passivamente. Inoltre, aveva totalmente abbracciato lo stile di vita bohémien dei poeti maledetti francesi, teso a raggiungere la veggenza attraverso la lunga, ragionata, sregolatezza di tutti i sensi. I suoi versi infatti sono pieni di citazioni del suo poeta preferito, Arthur Rimbaud. Un album intero, “The soft parade” (1969), è dedicato alla Poesia del suo maestro spirituale. Come RimbaudJim pensava che il linguaggio fosse una delle principali attività umane, tanto da cercare una continua alchimia del verbo, dove poter fondere gli opposti, per trovare l’essenza pura della comunicazione. Splendidi esempi ne ritroviamo tra i versi di Soul kitchen, (“The Doors”, 1966), o People are strange, (“Strange days”, 1967), e ancora Easy ride, (“The soft parade”, 1969). Tutta questa attenzione verso gli autori del passato può far pensare che i versi di Jim potessero risuonare come anacronistici, invece, in un’unica strofa spesso riusciva ad unire il lirismo alla durezza del suono. In tutti i suoi testi Morrison riusciva a essere diretto, a entrare senza ostacoli nel cervello e nei sensi degli ascoltatori, non disdegnando anche di esasperare l’invito alla libertà sessuale. In certi momenti il ritmo si fa crudo, singultante, beat, e ciò avvicina Jim ai poeti della sua generazione, come Kerouak, Ginsberg, Borroughs, con sguardo rivolto anche al sociale. Non dimentichiamo che in quegli anni gli Stati Uniti sono impegnati su più fronti di guerra. Magistralmente Jim non si tira indietro, nel far sentire la sua voce ai potenti della terra, in performance come quella di The Unknown Soldier (“Waiting for the sun”, 1968), o in tante altre strofe, sempre nello stesso album, come in No to touch the earth, o anche Peace frog, (“Morrison hotel”, 1970). Nel suo lungo peregrinare, durante l’infanzia e l’adolescenza, Morrison ha vissuto qualche anno a San Francisco, dove frequentava la City light books, la libreria di Lawrence Ferlinghetti, passando ore e ore a leggere e a formare la sua visione. Personalità e cultura: ecco da che cosa era fatta la sua visione. Tutto questo insieme di elementi Jim li metteva in ogni registrazione, in ogni esibizione, in ogni performance, e li porgeva con la sua voce. Perché anche questa era la sua visione: nel cuore e sulla pelle, incarnava quello che era nei suoi versi. Viveva quello che scriveva, facendolo vivere al suo pubblico, facendolo vivere ancora anche a noi, come un Poeta che canta La Fine… e l’inizio di ogni cosa. “This is the end / beautiful friend / This is the end, my only friend / The end of our elaborate plans / The end of everything that stands/The end”

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