Jethro Tull: “This Was” (1968) – di Nicholas Patrono

This Was”. Questi erano i Jethro Tull prima di tutto, agli albori di una storia destinata a durare fino ai giorni nostri. Uscito il 25 ottobre 1968 in Inghilterra (Island Records), il 3 febbraio 1969 negli Stati Uniti (Reprise Records), primo capitolo di una prolifica discografia: ben ventun dischi contando solo gli album in studio. Leader e perno stabile della formazione attraverso i decenni, il carismatico polistrumentista e compositore principale Ian Anderson fonda la band nel 1967. I Jethro Tull impiegano un solo anno a pubblicare l’album d’esordio, questo “This Was” così diverso da ciò che diventeranno in seguito. Salta anzitutto all’occhio un’importante differenza di formazione tra questo disco e il successivo Stand Up (Island / Reprise 1969): il chitarrista Mick Abrahams viene sostituito da Martin Barre; il bassista Glenn Cornick e il batterista Clive Bunker restano invece stabili.
Ecco allora spiegato il cambio di sonorità, dal blues-rock degli esordi al sound che da “Stand Up” in poi porterà sempre più la band verso i territori del progressive rock, fino a dischi dall’enorme importanza per il genere quali Aqualung (1971) e Thick as a Brick (1972), solo per citare i più conosciuti. Elemento blues in buona parte abbandonato nei dischi successivi dato l’addio di Mick Abrahams il quale, visto anche quanto fatto con i Blodwyn Pig, doveva essere l’appassionato della Musica del Diavolo nel gruppo. Vista la breve vita dei “maiali” c’è da chiedersi se Abrahams abbia rimpianto la scelta: questa è una delle frequenti situazioni nel mondo musicale in cui non possiamo che chiederci: “Cosa sarebbe successo se le cose fossero andate diversamente? Se Mick fosse rimasto nel gruppo, che cosa sarebbero diventati i Jethro Tull?” 
Risposta destinata a non trovarsi mai. Possiamo solo constatare che se le influenze blues si sono ridotte lo stesso non è accaduto alle sonorità folk, già presenti in parte in “This Was” e destinate a diventare una delle colonne portanti del futuro sound. Dieci brani, cinque per lato (A e B) del vinile, trentotto minuti totali. Ben quattro brani strumentali: Serenade to a Cuckoo, cover del jazzista Rashaan Roland Kirk; Dharma for One, poi Cat’s Squirrel, riarrangiamento di un brano popolare e la conclusiva Round. Ian Anderson è flauto e voce in ogni pezzo eccetto il quarto, Move on Alone, scritta e cantata da Mick Abrahams.
Dalla stramba intro del pezzo d’apertura, My Sunday Feeling, sorretta da un groove ritmato reso diverso e originale da incursioni di flauto, si passa a Some Day the Sun Won’t Shine for You. Qui Anderson suona l’armonica a bocca in un pezzo che suscita immagini di bar affollati e liquori a fiumi, atmosfera molto comune nel blues. Con Beggar’s Farm si va più sul folk, toccando somiglianze con il country, pezzo che per titolo e musica richiama verdi pianure e fattorie. In Move on Alone, come già detto cantata da Mick Abrahams, esplode a tutta forza l’anima blues – e come potrebbe essere altrimenti? – per andare a sfiorare accenni di jazz-fusion. La già citata cover Serenade to a Cuckoo è arrangiata in perfetto stile Jethro Tull (almeno, quelli di “This Was”) e regala sei minuti di meritato spazio agli strumentisti. Ian Anderson non si sarà certo annoiato senza cantare, visto che il flauto è una forte presenza nel brano. Dharma for One apre il lato B del vinile, altro pezzo strumentale che non sfigurerebbe come colonna sonora di un cortometraggio di Tom e Jerry (non è un fattore sminuente, anzi), concedendo il meritato spazio al batterista Clive Bunker, co-autore del pezzo. It’s Breaking Me Up continua sulla strada già tracciata senza grandi scossoni. È Cat’s Squirrel a introdurre un po’ di varietà, non nel sound ma nella struttura, con enorme spazio per la chitarra di Abrahams. A Song for Jeffrey, scritta in onore dell’amico di Anderson e futuro bassista della band Jeffrey Hammond, si dirige allegra verso la conclusione: il minuto strumentale di Round che si chiude con un piccolo assolo di flauto.
This Was” è stato l’inizio di tutto e, benché inferiore al successivo periodo dei capolavori, è un tassello necessario per completare il puzzle e conoscere una band che merita di essere studiata a fondo. Il futuro della formazione non è felicissimo, Glenn Cornick e Clive Bunker non sono infatti destinati a restare a lungo: Cornick viene licenziato nel 1970, Bunker se ne va l’anno dopo perché si sposa e decide di trascorrere il resto della vita accanto alla moglie. Ian Anderson e Martin Barre diventano la coppia portante fino allo scioglimento della band nel 2012. Segue un progetto solista di Anderson, che decide poi di riformare i Jethro Tull nel 2017, proprio per il cinquantesimo anniversario di “This Was”, chiamando musicisti che hanno collaborato con lui: Martin Barre purtroppo non ritornerà. Questo è destinato a restare l’ennesimo “Cosa sarebbe successo se…?” insoluto, anche se possiamo accettare a cuor leggero il mancato ritorno di Barre. Dopotutto, nei Jethro Tull ha già scritto la storia della musica.

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