Jethro Tull: “Thick as a Brick” (1972) – di Nicholas Patrono

“Thick as a Brick”. Ottuso come un mattone. Lo storico quinto album dei Jethro Tull, pubblicato il 3 marzo 1972 per la Chrysalis Records in Europa e la Reprise Records in America, Giappone e Oceania, non solo è un toccasana per l’apparato uditivo, con i suoi 43 magnifici minuti di durata, ma porta con sé significati più profondi. I Jethro Tull dell’epoca provengono da “Aqualung”, uscito l’anno precedente. La band inglese, guidata dal carismatico cantante, flautista e polistrumentista Ian Anderson, è chiamata a scrivere il successivo capitolo di una storia che sembra già avere raggiunto l’apice. Scrivere qualcosa all’altezza di “Aqualung” sembra, se non impossibile, piuttosto complicato… e in parte è proprio merito di “Aqualung”, e del tipo di impatto che ha avuto sul pubblico, se esiste il “Thick as a Brick” che conosciamo. Contestualizziamo il momento storico per i neofiti, e insieme invitiamo gli appassionati che conoscono non solo l’album, ma anche la sua storia a memoria a seguirci, a rivivere con noi la genesi del disco, e poi il disco stesso.
Ci troviamo nei primi anni 70, l’Inghilterra è ormai la capitale mondiale della musica Rock e non solo. I Genesis sono al terzo disco, “Nursey Crime” (1971), e altre band di caratura enorme sono agli albori: Pink Floyd, King Crimson, i meno conosciuti Camel, Caravan, e tanti altri ancora, inclusi i nostri Banco del Mutuo Soccorso. Sta nascendo la tendenza, soprattutto nelle band di un certo tipo, quelle più vicine a questo genere-non genere, a questa catalogazione fuori dai cataloghi che è il terreno della musica Progressive, a creare concept-album. Non solo musica, quindi ma anche una narrazione che si snoda attraverso le canzoni, concatenando a doppio filo i momenti musicali e i testi. Il concept-album è, spesso, considerato il non-plus-ultra dell’espressione dell’arte, specie da quella critica che ha una certa tendenza a definirsi elitaria e sopra la media, che ricerca la distinzione assoluta dalla massa, qualcosa che sia superiore alla forma-album “raccolta di un numero variabile di canzoni slegate l’una dall’altra”. All’uscita di “Aqualung”, la critica musicale impazzisce, il pubblico va in visibilio. Meritatamente, aggiungiamo noi, sbilanciandoci in un giudizio. Non paga, quella fetta di ascoltatori, tra pubblico e critica, che anela a dichiararsi a tutti i costi d’élite va alla ricerca di qualcosa di più. “Aqualung” è un album che parla del rapporto tra Dio e la religione, che distingue l’ipocrisia dell’istituzione ecclesiastica dalla volontà di credere in qualcosa; ma questo non può bastare. Dev’essere di più e, allora, ecco che nascono teorie su teorie, su come in verità “Aqualung” sia un concept-album, perché i brani sono collegati, per questo o quel motivo. Ian Anderson smentisce questa voce più volte, ma non è sufficiente a fermare il dibattito.
Questa la situazione di sfondo in cui va a collocarsi “Thick as a Brick”, e questa volta sì, il seguito di “Aqualung” è davvero un concept-album. I Jethro Tull concedono una soddisfazione all’élite di cui sopra, ai ricercatori ed esaltatori del “concept a tutti i costi”, ma allo stesso tempo li prendono in giro, e lo fanno già a partire dal titolo, che tradotto significa “ottuso come un mattone”. Superfluo specificare a chi si rivolga, a questo punto. Attingendo all’umorismo surreale dei Monty Python (un sestetto comico inglese), Ian Anderson e compagni decidono di creare “la madre di tutti i concept-album”, e scelgono la via della satira anche per sbeffeggiare il Progressive Rock stesso. Due soli brani compongono il disco, due suite di più di venti minuti ciascuna: Thick as a Brick, Part I e Thick as a Brick, Part II. Inizia con un’apertura dal sapore Folk la Parte I, sorretta da chitarra acustica e colorata dal flauto. Arriva poi la memorabile linea di testo “And your wise men don’t know how it feels, to be thick as a brick” (I vostri uomini saggi non sanno come ci si sente ad essere ottuso come un mattone). Dobbiamo aspettare tre minuti per sentire Martin Barre usare un po’ di distorsione. La sezione ritmica, che conta Jeffrey Hammond al basso e Barriemore Barrow alla batteria, accelera di colpo, costruisce un’impalcatura su cui si imperniano i virtuosismi di John Evan alle tastiere. Un brusco cambio trasforma l’atmosfera intorno al quinto minuto e concede più spazio al basso, per poi evolvere in uno stacco strumentale. La canzone prosegue il suo percorso senza un momento di calo. Bilanciate variazioni di ritmo e stile impediscono all’ascoltatore di annoiarsi, e allo stesso tempo, evitano esagerazioni disorientanti.
La Parte II inizia più frenetica, concedendo anche un po’ di meritato spazio solista alla batteria, sul cui assolo si inseriscono strampalati interventi di flauto. Le cose si fanno più confuse e sperimentali, i temi si mischiano e fondono assieme, accompagnati da frasi parlate registrate, per poi tornare allo stile acustico e non lontano dal Folk che apriva la Parte I. Ma c’è ancora tanto tempo, tanti passaggi, tante trasformazioni, digressioni, riprese ed evoluzioni di temi. Dopo un magistrale botta e risposta finale, si ritorna alla chitarra acustica e Ian Anderson conclude il disco con l’iconica frase: “And your wise men don’t know how it feels, to be thick as a brick”. Si chiude così un cerchio perfetto. Sarebbe impossibile descrivere ogni passaggio dei brani di questo disco, e intendiamo lasciare all’ascoltatore il piacere di scoprirli – o riscoprirli – da solo. Quasi tre quarti d’ora di materiale in cui immergersi per scoprirne ogni strato, fino alle fondamenta.
Parodia o meno, satira o meno, gli appassionati di Progressive noteranno quanto gli elementi di “Thick as a Brick” siano stati ripresi da band successive. Dividere i brani in più parti, scrivere suite dalla durata superiore a venti minuti, reprise ed evoluzioni di temi musicali. I Dream Theater sono un esempio, con la famosissima suite Octavarium, di ben ventiquattro minuti, conclusione di “Octavarium” (2005) ma anche la più recente Illumination Theory, da “Dream Theater” (2013), della stessa durata. O ancora i brani In the Presence of Enemies Part I, e In the Presence of Enemies, Part II, del disco “Systemathic Chaos” (2007). I Porcupine Tree si sono spinti ancora oltre, con una suite di ben cinquantacinque minuti, nel loro decimo e ultimo disco “The Incident” (2009). Tante band più moderne, divenute a loro volta iconiche e storiche, devono perciò ringraziare profondamente i Jethro Tull. Generazione dopo generazione, le premesse di “Thick as a Brick” si sono evolute e trasformate nella musica Progressive di oggi. Ed è sempre bello tornare dai “nonni Jethro Tull”, per tutti. Per chi ha vissuto quegli anni, significa tornare indietro nel tempo, immergersi nei ricordi. Per chi, come l’autore di questo articolo, è invece più acerbo, significa toccare con mano – anzi, con orecchio – le origini di gran parte del Progressive Rock e del Progressive Metal moderni.

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