Jethro Tull: “Stand Up” (1969) – di Fabrizio Medori

“La prima e ultima volta con te, e ci siamo divertiti un po’” è il verso iniziale di “Stand Up” (Chrysalis 1969), secondo album dei Jethro Tull, dopo l’esperienza rock-blues del primo disco, “This Was” (1968). Mick Abrahams, il chitarrista del primo disco, deciso a continuare con lo stile degli esordi, esce dal gruppo per fondare i Blodwyn Pig lasciando il posto a Martin Barre e la leadership a Ian Anderson, autore di quasi tutto il materiale proposto fino ad oggi dai Jethro Tull, cantante e polistrumentista. Ovviamente lo strumento a cui si lega principalmente l’immaginario del pubblico è il flauto, marchio di fabbrica del suono del gruppo, ma Anderson suona anche chitarra, mandolino, balalaika, tastiere e armonica. La ricchezza timbrica, da sempre cifra identificativa dei Jethro Tull, inizia ad esprimersi compiutamente proprio in “Stand Up”, che può essere tranquillamente considerato come il primo passo nel mondo del rock progressivo, e non soltanto per la band. Contemporaneo degli esordi di Yes e King Crimson, “Stand Up” è, al pari degli altri due, un vero e proprio manifesto del nascente rock sinfonico, con le sue residuali influenze blues, ha anche forti influenze classiche, jazz e folk. La capacità di Anderson e di Terry Ellis (che collabora alla produzione del disco), è notevolissima perché, non avendo punti di riferimento in un genere già esistente, riescono a creare un amalgama sonoro unico e inedito.
Tutto inizia con A New Day Yesterday, nella quale si racconta di una fugace avventura sentimentale, con un importante riff di chitarra, accompagnata dal basso, su cui si inserisce il flauto, in un coinvolgente incedere ritmico. Prosegue il discorso un solo di chitarra memore del recente passato blues, che a sua volta lascia spazio ad un solo di flauto dal quale si può intuire lo sviluppo romantico dello stile del gruppo. Il timbro diventa immediatamente acustico nel brano seguente, Jeffrey Goes To Leicester Square, dal sapore folk e rinascimentale allo stesso tempo. La canzone, come Song For Jeffrey, presente nel disco precedente, è esplicitamente dedicata a Jeffrey Hammond, amico di Anderson e, in seguito, bassista del gruppo. Si prosegue con una funambolica rilettura della Bourée tratta dalla prima suite per liuto di Johann Sebastian Bach. Indimenticabile l’intreccio tra il flauto e il basso elettrico di Glen Cornick, che trascinano il brano dal rock dell’inizio ad una bellissima struttura jazz. Il quarto brano parla dell’eterna insoddisfazione di un personaggio eternamente combattuto tra la fuga da una città frenetica e la voglia di ritornare nella tranquillità della noiosa famiglia di origine. Qui si sente meglio l’impronta rock dei Jethro Tull e, come nel brano iniziale, si possono rintracciare facilmente le radici del prog. Il primo lato del disco in vinile termina con un altro gioiello folk-rock, Look Into The Sun, dominata dagli strumenti a corda e dal flauto, con un delicato solo di chitarra elettrica nel mezzo.
La seconda parte si apre con Nothing Is Easy, un bel rock dai toni brillanti ma non eccessivamente accesi, con diversi break, nei quali si mettono in mostra chitarra elettrica, flauto, batteria ed infine basso, contribuendo a gettare le basi di uno stile che col tempo darà sempre più spazio al virtuosismo strumentale. L’atmosfera mediorientale di Fat Man mette in risalto un’altra caratteristica del genere, la contaminazione con suoni provenienti da culture non occidentali. Il batterista Clive Bunker può sfoggiare una bella padronanza delle percussioni etniche in questo brano. We Used To Know mostra invece una struttura armonica che ricorda in maniera fin troppo evidente Hotel California, che gli Eagles realizzeranno sette anni più tardi. Perfino i soli di Martin Barre ricordano da vicino il grande successo del gruppo californiano. Reasons For Waiting è un gioiello folk, con una struttura armonica per niente banale ed un misurato mix di chitarra acustica, flauto e organo Hammoind, con un romantico, sebbene moderato, crescendo nel ritornello, tipico di quello che, all’epoca, veniva etichettato come, per l’appunto, rock romantico o “pop inglese”. La conclusione dell’album si intitola For A Thousand Mothers ed è ancora una volta un rock tirato e trascinante, sebbene sia mitigato dal flauto, maestosa chiusura di un disco da riascoltare con attenzione prima di tutto per la sua bellezza intrinseca, poi per l’intelligenza visionaria di Ian Anderson, capace di anticipare alcune tematiche stilistiche affermatesi negli anni successivi e, infine, per la grande influenza che “Stand Up” ha avuto su un grandissimo numero di prodotti musicali successivi, anche in Italia.

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