Jethro Tull: “Benefit” (1970) – di Nicholas Patrono

Noi di Magazzini Inesistenti rifiutiamo le convenzioni. Non crediamo che la bella musica sia esistita solo in un certo periodo storico: molti progetti musicali moderni potrebbero smentire questa miope affermazione; al contrario, crediamo in un concetto che potrebbe apparire anche banale: senza gli anni Sessanta, Settanta e Ottanta la musica dei giorni nostri non sarebbe stata la stessa. Lo sanno bene gli appassionati di Progressive: senza i Jethro Tull questo genere sarebbe praticamente monco e l’impostazione delle canzoni, le scelte sperimentali di songwriting riprese e modernizzate da band contemporanee sono il frutto di questo fondamentale passaggio di testimone. Si è parlato in un altro articolo di “Aqualung” (1971), ma non va dimenticato “Benefit” (1970), vero e proprio ponte tra i Jethro Tull degli esordi e quelli di “Aqualung”, i cui progressi si sono poi concretizzati in “Thick as a Brick” (1972). Le premesse dell’album d’esordio, “This Was” (1968), hanno subito già una sterzata importante in “Stand Up” (1969). Grande influenza, in questo senso, ha avuto la sostituzione del chitarrista Mick Abrahams, allontanatosi dai Jethro Tull per divergenze stilistiche, con Martin Barre.
A proposito di “Benefit”, Martin Barre dichiara per la rivista Classic Rock Revisited: “Questo disco è stato molto più semplice da creare rispetto agli album precedenti, perché il successo di “Stand Up” ha concesso ai musicisti maggiore libertà artistica”. Già, la libera espressione dell’arte, troppo spesso soffocata e costretta ad adattarsi alle esigenze di un mercato che fa del “gusto comune”, del mediocre, il suo pilastro principale. Certo è che i Jethro Tull non sono mai stati comuni, né mediocri. “Benefit” ne è un perfetto esempio. Disco che possiamo azzardarci a definire di transizione, che ha portato la band inglese a produrre poi due capolavori in rapida successione; i già citati “Aqualung” e “Thick as a Brick”. Lavori, questi ultimi, che hanno condotto i Jethro Tull nel grande regno del Progressive Rock, e che li hanno resi una delle band più influenti nel genere, assieme ai contemporanei Genesis, King Crimson, e parecchi altri ancora: non basterebbe un articolo intero per elencare la quantità di artisti che hanno reso grande il Progressive Rock. Quest’oggi però, noi di vogliamo indagare sul cos’erano i Jethro Tull prima del grande spartiacque, prima di “Aqualung”; prima, insomma, dell’evoluzione definitiva. Invitiamo chi conosce i Jethro Tull – a memoria o solo di nome – a mettersi comodo e a rivivere con noi le suggestioni di “Benefit”, dal primo all’ultimo secondo e, magari, perché no, nel nostalgico formato di un vinile. Per esplorare l’ascolto di questo disco faremo riferimento alla tracklist dell’edizione inglese.
Un dolce flauto tremolante apre il primo brano, Wish You Were There To Help Me, pezzo dalla durata importante, sui sei minuti e mezzo. Le tracce vocali di Ian Anderson si incastrano tra loro, creando armonizzazioni su una solida base strumentale di chitarre, basso e pianoforte. Il flauto va e viene, tratto distintivo della band inglese. Influenze più sul versante del Folk aprono Nothing To Say, ma il sound prosegue sugli stessi binari tracciati dal pezzo d’apertura: un Rock non troppo spinto, che fa dell’atmosfera la sua migliore arma. La leadership di Ian Anderson, cantante e musicista di grande caratura, non penalizza la libertà d’espressione degli altri membri. Alive And Well And Living In, dall’apertura ritmata come una marcia, si assesta poi su lidi musicali più sereni, conducendo l’ascoltatore per mano in un pezzo di transizione, di poco superiore ai due minuti, seguito dall’acida Son. Qui vi è un’esplorazione più importante delle influenze Blues che i Jethro Tull di “Benefit” ancora si portano dietro. Brano dal ritmo trascinante, tanto breve quanto sorprendente. Suddiviso in due da un intermezzo acustico, Son sfoggia riff trascinanti di chitarra, si cimenta in aperture acustiche di pianoforte e chitarra, per poi chiudere il cerchio come l’aveva aperto. La brusca interruzione del brano scaraventa l’ascoltatore in To Cry You A Song, altro pezzo sui sei minuti di durata, aperto da un gustoso riff chitarristico cantabile, memorabile e divertente. La voce doppiata di Ian Anderson introduce le prime strofe, e si tracciano di qui in poi le prime influenze Progressive nella sua struttura irregolare, nelle improvvise digressioni virtuosistiche di Martin Barre. Non solo, degno di menzione è anche il lavoro alla sezione ritmica del bassista Glenn Cornick, accompagnato egregiamente dal batterista Clive Bunker. Canzone molto godibile, da segnalare tra gli episodi particolarmente riusciti. Segue A Time For Everything?, con un singolare incastro tra flauto, chitarra e, più in sordina, pianoforte. Emerge chiaramente, specie se confrontato con l’ascolto di “Aqualung”, il ruolo in secondo piano delle tastiere in tutto “Benefit”, album guidato principalmente dal sound della chitarra di Martin Barre. Ci si avvia alla conclusione con l’accoppiata di brani Inside e Play in Time, che vede prevalere la seconda per intrattenimento e particolarità. Se Inside si arresta su terreni più conservatori e si accontenta di essere un semplice brano dei loro, Play in Time sfrutta il suo ritmo terzinato ed incalzante per creare un’atmosfera straniante, resa ancora più inusuale dagli stacchi di flautola conclusiva Sossity; You’re A Woman è ariosa e solenne e il dualismo tra voce e chitarra acustica conquista meritatamente il centro della scena e merita un lungo applauso. Un disco, “Benefit”, che ha appassionato le generazioni di quegli anni, nonché i cultori della grande musica. Un passaggio obbligato, a metà tra ciò che i Jethro Tull erano stati e ciò che sarebbero diventati. Il preambolo ad uno spartiacque, nonché ad un capolavoro, come “Aqualung”. Per conoscere a fondo Ian Anderson e compagni, questo disco è un tassello fondamentale.

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