Jethro Tull: “Aqualung” (1971) – di Nicholas Patrono

Esistono i Jethro Tull prima di “Aqualung” e quelli dopo. È il 19 marzo 1971 quando uno dei più famosi album spartiacque della storia vede la luce. Pubblicato da Chrysalis e Island Records in Europa, dalla Reprise in America, Giappone e nel continente oceanico, “Aqualung” si piazza nelle alte posizioni di innumerevoli classifiche di vendita e diventa il disco di maggior successo commerciale dei Jethro Tull. Prodotto da Ian Anderson, leader della band e polistrumentista, e da Terry Ellis, vecchia conoscenza del quintetto inglese, produttore dell’album d’esordio “This Was” (1968), al gusto di Blues Rock, e del seguente “Stand Up” (1969). L’abbandono del chitarrista Mick Abrahams dopo “This Was”, a causa di divergenze stilistiche, lascia a Ian Anderson la completa leadership della band, fatto che causa un’evoluzione già in “Stand Up”. Ma è in “Aqualung” che viene compiuto il definitivo passo della band, e il territorio dell’allora nascente Progressive Rock viene esplorato, per poi essere approfondito ulteriormente l’anno successivo con “Thick as a Brick” (1972).
“Progressive” è una parola spesso abusata, in ambito musicale, a cui si ricorre molte volte per classificare l’inclassificabile, una categorizzazione quasi forzata per quegli artisti che, come i Jethro Tull e molte altre band di quel periodo, sfuggono a qualsiasi definizione. Musicisti geniali che trascendono i generi, che fanno ciò che vogliono delle tradizionali regole della metrica, e che incastrano armonie di gusto ricercato pescate ora dal Blues, ora dal Jazz, ora dalla Musica Classica. In “Aqualung” echeggiano influenze Blues, Folk, di Rock tradizionale e sfumature psichedeliche, tutti generi molto apprezzati e suonati negli anni 60 e 70, rivisitati dai Jethro Tull in chiave personale. “Aqualung” si presenta come un album diverso, con una forte personalità, a partire dalla copertina. Il lavoro pittorico, realizzato da Burton Silverman, immortala una figura curva in abiti trasandati, riproducendo una foto scattata dalla moglie di Anderson ad un senzatetto a Thames Embankment, gli argini del Tamigi. Un rifiuto della società eletto provocatoriamente a protagonista del disco, le cui vicende sono narrate nel primo brano, intitolato proprio Aqualung.
Ci perdonino gli appassionati che conoscono il disco a memoria, ma descriverlo e riviverlo è un piacere che noi di Magazzini Inesistenti intendiamo riservarci, soprattutto per i neofiti, giovani e no. Sulle decise note della chitarra Martin Barre, sostituto di Mick Abrahams, si apre la title-track. Un racconto dalle liriche dissacranti narra la vita di un senzatetto, sostenuto da uno splendido arrangiamento in cui gli strumenti procedono affiancati, senza manie di protagonismo che penalizzino alcun componente della band. La prima traccia scorre e si evolve per cinque minuti, per poi riprendere il tema d’apertura, sfociando e chiudere il cerchio con un picco di qualità spaventoso. Il racconto dei diversi, dei rifiutati, procede in Cross-Eyed Mary, che dopo un’apertura dolce di flauto scorre sui tracciati di un Hard Rock più tradizionale, narrando la storia di una studentessa che si prostituisce. Più breve, per certi versi più contenuta di Aqualung, la canzone scorre che è un piacere su un ritmo semplice, con un riff di chitarra che vi si pianterà in testa… sempre che non vi si sia già piantato, dopo anni di ascolti. Il testo richiama anche il personaggio di Aqualung, poi un botta-e-risposta triplice tra flauto, chitarra e pianoforte ci avvia alla conclusione del brano. Tocca alla chitarra acustica aprire le danze, questa volta, con Cheap Day Return: un intermezzo di appena un minuto e mezzo di voce, chitarra e archi.
Un breve respiro prima di saltare in Mother Goose, per la maggior parte 
acustica. Colorata di flauti e di cadenze che profumano di Folk ed evocano immagini di verdi campagne, il brano si regge su motivetti che accompagnano liriche surreali, portandoci in gita per le campagne londinesi. Troviamo poi Wond’ring Around, penultimo brano del Lato A dell’edizione originale in vinile. Altro breve intermezzo, due minuti di voce, chitarra acustica e pianoforte. Un frammento più emotivo e introspettivo, colorato da archi riflessivi che arricchiscono a dismisura l’arrangiamento. Pezzo da ascoltare e cantare sottovoce in una giornata grigia, accompagnati dalla pioggia che batte sui vetri delle finestre. Atmosfera diametralmente opposta nella successiva Up to Me. Il Lato A del vinile si chiude con un brano ondeggiante come il sentore di una sbornia, dove il flauto ha un importante ruolo nel tratteggiare l’allegria generale, enfatizzata da risate registrate in sottofondo. Episodio un po’ meno di spessore dei precedenti, destinato ad essere quasi annientato dalla maestosità di My God, primo brano del Lato B del vinile e pezzo più lungo del lotto. Una critica fortissima alla Chiesa e alla religione, espressa dall’evoluzione di un’intro acustica in un Rock acido e rabbioso.
“The bloody church of England, in chains of history”, recita Ian Anderson: “la maledetta chiesa d’Inghilterra, nelle catene della storia”
Brano che esplora, sperimenta, osa e si spinge molto in là, con una struttura ritmica molto libera. Splendida la sezione centrale con l’assolo di flauto, accompagnato da arrangiamenti corali ricchi di eco e solennità, come se ci si trovasse dentro ad un edificio sacro. Qui si vola altissimo a livello di liriche e sonorità, in un brano destinato a lasciare il segno. Si torna ad un Rock più tradizionale con Hymn 43, con una strumentazione amalgamata, dove gli intrecci di pianoforte e flauto creano sonorità interessanti e avanguardistiche, specie se ricondotte all’epoca. Il tema religioso è ancora presente, ancora dissacrante. In questo, i Jethro Tull sono figli della propria epoca, discendenti dalle lotte progressiste del Sessantotto per una società più libera e più laica. Scorre via velocemente Slipstream, altro breve intermezzo che ricalca lo stile di Cheap Day Return e Wond’ring Around, e che nel suo concludersi prepara il terreno a Locomotive Brath, brano concepito da Anderson sul tema del sovraffollamento e del capitalismo senza freni. Un pianoforte finalmente solista mette in risalto le capacità del tastierista John Evan, protagonista un’intro che sa di Blues e Jazz, per trasformarsi dopo un minuto e mezzo in un brano dalla struttura più Hard Rock.
Coinvolgente, trascinante come la locomotiva di un treno, la canzone si regge sul basso inarrestabile di Jeffrey Hammond, accompagnato dalle percussioni del batterista Clive Bunker, qui in gran forma. Non mancano gli spunti solisti di flauto e ritorna in primo piano anche il pianoforte. Brano tutto sommato breve, considerata la quantità di variazioni e idee che contiene, Locomotive Breath termina in sfumando, come una locomotiva che svanisce in lontananza nel cielo grigio londinese. Wind Up si elegge a pezzo conclusivo. Aperto da voce e pianoforte, strutturato in un crescendo che costruisce l’aggregarsi degli strumenti l’uno all’altro in sequenza, la canzone avanza senza mai rallentare. Il brano di chiusura rischia di essere il punto debole per molti dischi, ma non qui. Sei minuti senza perdere un colpo, in cui si respira una sensazione di costante ascesa. Degna chiusura di un album che, per i tempi in cui è uscito, affronta temi molto scottanti: la distinzione tra Dio e la religione, tra la volontà di credere in qualcosa e l’ipocrisia di un’istituzione che predica povertà mentre naviga nel lusso. Molti considerano “Aqualung” un concept-album, nonostante le ripetute smentite di Ian Anderson, come queste differenziazione tra dischi tradizionali e concept aggiungesse qualità all’opera in sé. Questo voler classificare “Aqualung” a tutti i costi come un concept-album ha spinto poi i Jethro Tull a scrivere “Thick as a Brick” (1972)… ma questa è un’altra storia.

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