Jethro Tull: “A Passion Play” (1973) – di Nicholas Patrono

Che succede quando una band ha raggiunto il suo magnum opus, è all’apice della carriera e sia l’ambizione artistico-creativa che il mercato discografico esigono un degno seguito? Stiamo parlando dei Jethro Tull e siamo nei primi anni Settanta, l’album in questione è “A Passion Play”, registrato nei Morgan Studios di Londra e pubblicato per la Chrysalis Records nel marzo 1973. Un disco chiamato al difficile, anzi difficilissimo compito di rivelarsi il degno seguito di Thick as a Brick, uscito l’anno precedente, fra l’altro sempre a marzo. Stesso studio di registrazione, stessa etichetta discografica, stessa band, formazione immutata, produzione affidata a Ian Anderson e Terry Ellis. È nota a tutti l’importanza di “Thick as a Brick”, sappiamo che quel disco ha fatto la storia e conosciamo la divertente idea di fondo partorita dall’eclettico frontman, vocalist e flautista Ian Anderson, di costruire un concept-album che fosse una parodia dei concept-album stessi, una sorta di reazione allergica alla “ricerca del concept a tutti i costi” che la band aveva subito dal precedente Aqualung (1971, anche questo uscito in marzo, evidentemente mese fortunato per la band).
Contestualizziamo il tutto: anni Settanta abbiamo detto, dunque – incredibile ma vero, oggi sarebbe impensabile visto quanto sono mutati i requisiti della musica mainstream – il progressive rock, soprattutto quello britannico, raggiungeva il grande pubblico con ottimi successi di vendite, innumerevoli sono le band importanti del periodo e di molte abbiamo raccontato su Magazzini Inesistenti (Genesis, Gentle Giant e tantissime altre). Sappiamo che molto spesso progressive rock fa rima con concept-album, dischi che non si limitano a essere raccolte di canzoni slegate ma che tramite musica e testi raccontano una storia, introducendo temi ricorrenti, reprise e mille altre sottigliezze care agli amanti del genere. Ecco che i Jethro Tull aprono la decade Settanta con il loro quarto album in studio, “Aqualung” appunto, e i fan della band partono alla ricerca del “legame nascosto” tra i brani, nonostante le ripetute smentite di Anderson sull’esistenza di un concept. Di qui la genesi di “Thick as a Brick”, come abbiamo già detto parodia di un concept, disco che già dal titolo (ottuso come un mattone) prende il giro in maniera abbastanza eloquente l’ambiente.
Però il tempo passa e “A Passion Play”, uscito l’anno dopo, abbandona l’idea della parodia e finalmente i Jethro Tull accontentano i fan con un disco che narra il viaggio nell’aldilà di un certo Ronnie Pilgrim. Dunque c’è continuità col disco precedente, anche se stavolta la band non rompe la quarta parete parodiando sé stessa; e per fortuna, aggiungiamo, perché in caso contrario sarebbe stata una sterile imitazione che non avrebbe portato nulla di buono. Simili ma diversi dunque, collegati ma in un certo senso concettualmente contrari. “A Passion Play” è costruito come durata e divisione delle tracce come il “fratello maggiore” che lo precede: minutaggio totale intorno ai tre quarti d’ora, due soli brani di oltre 20 minuti ciascuno, A Passion Play, part I e A Passion Play, part II, ognuno dei quali diviso in sezioni, ciascuna articolata in capitoli minori. Ian Anderson, neanche a dirlo, è autore della maggior parte dei pezzi ma non si creda che gli altri membri della band siano figurine che servono solo a supportare il frontman, dal chitarrista Martin Barre al bassista Jeffrey Hammond al tastierista John Evan al batterista Barriemore Barlow, ogni membro ha il suo importante ruolo da giocare nella costruzione di brani tanto elaborati e complessi: c’è spazio per tutti per un personale momento di gloria.
Chi conosce la band ritroverà facilmente elementi di sonorità molto familiari, soprattutto l’immancabile flauto di Anderson, anche se ormai è chiaro che i Jethro Tull non sono più la stessa band dei primi tre dischi, il blueseggiante This Was (1968) e i validi ma meno complessi Stand Up (1969) e Benefit (1970). La band ha proseguito il percorso evolutivo iniziato con “Aqualung” nel 1971 ed esploso a tutta forza l’anno dopo con “Thick as a Brick” e, se vogliamo, a questo punto possiamo considerare “A Passion Play” il disco che consolida il nuovo sound in maniera definitiva. C’è qualche elemento nuovo, l’atmosfera generale ha più che mai un che di teatrale, sensazione comunicata già dalla copertina in bianco e nero. E allora sediamoci in platea, spegniamo le luci e prepariamoci ad assistere al primo atto.

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