“Jesus Christ Superstar”: il sogno hippie – di Fabrizio Medori

Il sogno hippie era un bersaglio troppo facile per non essere sfruttato selvaggiamente dall’industria, in particolare da quella dello spettacolo. A partire dalla seconda metà degli anni 60, tra mistificazioni e parodie, lo show business creò una serie infinita di prodotti che fecero leva sulle mode, travolgenti di solito, i più giovani. Pochi, tra questi prodotti, raggiunsero poi un livello artistico tale da far passare in secondo piano il fatto che erano studiati per trarre il maggior profitto possibile dalla inedita disponibilità economica della classe sociale emergente, i “teenagers”. L’industria statunitense creò, all’epoca, i Monkees, un gruppo musicale che solo dopo qualche anno di successo riuscì a dimostrare il proprio valore, con il solo scopo di dare vita ad un prodotto che potesse contrastare lo strapotere britannico dei gruppi capitanati dai Beatles. Parallelamente nacquero invece prodotti di livello artistico notevole come, ad esempio il film Blow-up, di Michelangelo Antonioni, del 1966, riuscito tentativo di descrivere una parte del mondo giovanile nel centro della “swingin’ London”. Poco dopo Broadway propose un musical, “Hair” (1967), che raccontava in maniera molto spettacolare le disavventure di un colorato gruppo di giovani hippies. Il colpo magistrale, però, arrivò con “Jesus Christ Superstar” (1970), dapprima fortunato musical e poi indimenticabile kolossal cinematografico nel 1973. La storia è quella degli ultimi giorni di vita di Gesù, il punto di vista è però molto anticonvenzionale, visto che il “narratore” è Giuda Iscariota e l’ambientazione è quella contemporanea, tra elmetti d’acciaio e carri armati. 
JCS“, opera del compositore Andrew Lloyd Webber su testi di Tim Rice, tre anni dopo il debutto teatrale, nel 1973, diventerà un film per la regia di Norman Jewison. I protagonisti assoluti della pellicola sono Ted Neeley, che interpreta Gesù, Carl Anderson, nei panni di Giuda ed Yvonne Elliman nel ruolo di Maria Maddalena; ma anche le loro capacità recitative scompaiono di fronte alla bellezza della colonna sonora, una lunga sequenza di canzoni che, prendendo spunto dal tema della “Passione”, permettono a Lloyd Webber e a Rice di creare un capolavoro unico e irripetibile. Il film si apre con una lunga sequenza nella quale un gruppo di ragazzi, gli attori, arriva sulla scena vera e propria a bordo di un pullman, e si appresta a venerare il Messia. Giuda, però, comincia ad insinuare in loro il seme del dubbio rivolgendosi direttamente a Gesù con la prima, dirompente canzone dello show… Heaven On Their Minds. Dopo una lunga assolvenza la musica esplode in un fragoroso rock, che evolve in un intricato 7/8 nel ritornello. Rivolgendosi al leader indiscusso, l’apostolo cerca di metterlo in guardia dal suo stesso potere e soprattutto dalla sua popolarità, che rischia di fargli perdere di vista lo spirito che anima il loro sodalizio.
Cristo tenta subito dopo di rassicurare i discepoli che, animosamente, gli chiedono cosa sta succedendo in What’s That Buzz, un funky corale molto serrato, alternato alle ferme risposte dell’interrogato e all’intervento di Maria Maddalena, accorsa a rinfrescare Gesù. Il primo picco poetico è raggiunto in Everything’s All Right, nella quale Gesù prosegue nel duetto con Maria Maddalena. Ancora una volta c’è un contrasto tra la scena nella quale la donna cerca di dare serenità all’Uomo e la musica, che si spezza in un 5/4 tutt’altro che rassicurante. Immediatamente dopo si scontrano in un crudele botta e risposta l’Osanna, cantato trionfalmente dal coro ed il velenoso This Jesus Must Die di Caifa. L’apostolo Simone, insieme al coro, canta Poor Jerusalem, ricordando al Messia che lui è attratto dal potere e dalla gloria, mentre la chiave di tutto è il sacrificio. Entra in scena Pilato, che sogna di essere accusato, come presagio, per aver causato la morte di un galileo. Non può far altro che accettare a prescindere, impotente, il giudizio che I posteri daranno di lui. Il ritmo torna ad essere serrato con l’ingresso di Gesù nel tempio, dal quale caccia i mercanti, i ladri e le prostitute. L’Uomo amareggiato che accenna I Only Want To Know viene assalito, ancora su una base in 7/8, dai lebbrosi in cerca di una guarigione che lui non è capace di dispensare… e questo lo fa sentire troppo piccolo di fronte al compito che sente di dover svolgere.
I riflettori tornano ora sulla splendida Yvonne Elliman, la Maddalena, che interpreta in maniera struggente l’invocazione all’uomo che ama, I Don’t Know How To Love Him, altro momento di lirismo incredibile. Giuda vende il suo Maestro ai Sommi Sacerdoti a tempo di boogienel brano Damned For All The Time / Blood Money. Il clero lo ricompensa con trenta denari d’argento e con la promessa dell’incolumità di Gesù, in un’atmosfera che ci proietta in uno scenario di guerra con carri armati e aerei. L’ultima cena si svolge su un prato, tra gli ulivi e mette in mostra la splendida e versatile voce di Ted Neeley, capace di passare dal sussurro flautato al ruggito potente e al grido disperato. Proseguendo, il tempo di 5/4 sottolinea la lacerazione di un uomo che sa che sta per abbandonare il mondo terreno, anche se per un disegno superiore, per poi concludere con un richiamo a I Only Want To Know. Giuda, sempre più a disagio per la sua scelta, bacia Gesù, ma soltanto per farlo arrestare. La folla inferocita contro l’uomo che fino a poco tempo prima aveva osannato, chiede di portarlo di fronte al governatore di Galilea, mentre Pietro nega di averlo mai conosciuto. Gesù viene portato davanti a Pilato, che lo tratta con una certa strafottenza, mandandolo di fronte ad Erode, in quanto ebreo, anzi, “Re degli ebrei”. 
King Herod’s Song è un piccolo capolavoro di pop art, in cui il protagonista irride il Messia e gli chiede di compiere per lui uno dei suoi miracoli, fino a quando, deluso ed annoiato, lo caccia via dalla sua vista. Tutto ciò avviene in un’ambientazione farsesca, con l’improbabile Erode circondato da un colorato gruppo di giovani premurosi, che si muovono al ritmo di una canzoncina vaudeville, accompagnata da un piano honky tonky. Nello stesso momento gli apostoli si chiedono se non sia possibile iniziare tutto di nuovo, ripartire dall’inizio, guidati ancora una volta dalla voce di Maria Maddalena. Una nuova grande emozione arriva con Juda’s Death, nella quale Giuda chiede a Caifa e Anna di liberare Cristo, lancia ai loro piedi i trenta denari e fugge per andare ad impiccarsi. Il processo definitivo, ancora una volta davanti a Pilato, aumenta ancora la tensione drammatica, mettendo Gesù di fronte al suo giudice, che gli chiede di difendersi e la folla che invece chiede la crocifissione con sempre maggiore insistenza. 
Il momento più rappresentativo di tutto il film, Superstar, racconta l’ultima notte di Cristo, quando lo spirito di Giuda gli chiede ragione di tutto quello che sta succedendo, se ne è valsa la pena e se la situazione non gli sia davvero sfuggita di mano. Dopo un’asciutta e sintetica crocifissione tutto il gruppo degli attori lascia il set, risalendo sul pullman che li aveva accompagnati ma, tra loro, non c’è Ted NeeleyGesù Cristo. Solo i principali protagonisti si soffermano a guardare verso la croce e, l’ultimo a salire, Carl Anderson, viene strappato alla contemplazione della croce dalla brusca partenza del veicolo. Rimane, stagliata nel tramonto, la croce, poetica conclusione di un’opera che, all’epoca, divise la critica e diventò, a causa dell’argomento trattato, un caso di cronaca. A distanza di così tanto tempo restano la genialità e, forse, la furbizia di un gruppo di lavoro straordinario, in grado di dare una lettura al passo con i tempi di una pagina di storia più pericolosa di un campo minato.

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