Jesse Ed Davis: la chitarra delle Grandi Pianure – di Claudio Trezzani

Ecco un artista che è stato proprio figlio delle sue origini… sottovalutato e dimenticato troppo in fretta. Jesse Edward Davis III, conosciuto come Jesse Ed Davis, nacque da un comanche e da una kiowa nel 1944, quindi un vero nativo americano. Un pellerossa proveniente da un sobborgo metropolitano di Oklahoma City, una città musicalmente molto importante che gli diede l’opportunità di conoscere e suonare con tantissimi artisti fondamentali per la musica americana. Il padre di Jesse fu un importante artista di pitture tradizionali dei suoi avi e le sue opere vennero esposte spesso ad Oklahoma City… quindi non fu il primo ad intraprendere la carriera artistica in famiglia, pur fra le mille difficoltà che l’essere un nativo americano comportava, soprattutto in quegli anni negli Stati Uniti. Emarginato e deriso. L’amore fra Davis e la chitarra nacque in età liceale attorno alla fine degli anni 50, quando diventò amico di musicisti diventati poi collaboratori di artisti quali Emmylou Harris, Donovan e Blood Sweat & Tears. Frequentò la facoltà di letteratura inglese dell’Università dell’Oklahoma ma a metà degli anni 60 capì che il suo futuro sarebbe stato legato alla musica ed ebbe la fantastica opportunità di unirsi in tour al musicista country Conway Twitty. La sua carriera decollò definitivamente quando decise di trasferirsi a Los Angeles, precisamente a Marina Del Rey, dove ebbe un figlio dalla compagna Patti Delay ma, soprattutto, diventò ottimo amico di Levon Helm (membro fondatore di The Band) che lo introdusse nel mondo dei session men, grazie ad un altro artista eccezionale, Leon Russell che intravide in lui potenzialità eccelse alla chitarra, soprattutto slide. Questo suo talento cristallino e i suoi modi gentili tipici della sua gente, gli aprirono le porte del music business e divenne uno dei session men più richiesti d’America già dal 1968, quando intraprese forse la sua collaborazione più famosa e decisiva: apparve nei primi tre dischi del bluesman di colore Taj Mahal. Una vera rivelazione, soprattutto il primo disco (con un certo Ry Cooder alla chitarra ritmica) dove regalò delle assolute perle alla chitarra slide, come in Leavin’ Trunk o la celeberrima Statesboro Blues, che divennero degli assoluti classici. Proprio questi due pezzi diedero ispirazione a quello che divenne il vero “proprietario” del suono slide e cioè quel genio assoluto che risponde al nome di Duane Allman, folgorato dal suono del pellerossa Davis. Leggenda vuole che questa folgorazione fu la scintilla che Duane stava aspettando e, da lì in poi, fu il riferimento per il “suono del Sud”… ma questa è un’altra fantastica storia. Tornando al nostro Jesse, la sua carriera decollò proprio assieme a Mahal e impressionarono così tanto le band della Terra d’Albione che i Rolling Stones li vollero come unica band a stelle e strisce nello speciale tv chiamato Rock And Roll Circus assieme agli stessi Stones, Eric Clapton, John Lennon e Yoko Ono. Jesse Ed Davis apparve in tantissimi album fondamentali di artisti altrettanto fondamentali come chitarra solista… magari, senza saperlo, lo avrete di certo ammirato e ascoltato nei dischi di Gene Clark (ex membro dei Byrd), Bob Dylan, John Lennon, George Harrison, Eric Clapton, Rod Stewart e tantissimi altri. Un talento richiestissimo. La sua capacità di suonare e il suo magnetismo catturò così tanto le attenzioni di “Mister Slow Hand” Clapton, che il chitarrista inglese fece di tutto per aiutare Davis ad ottenere un contratto per due album con la Atco (società satellite della Atlantic Records). Ecco allora che nel 1971 Davis diede alle stampe il suo esordio discografico da solista, “Jesse Davis”. Un album eccellente che vide la partecipazione di numerosi artisti di livello: fra tutti Gram Parsons e Leon Russell, il “responsabile” della sua esplosione. Nel lavoro solista Jesse esplora un sound oscillante fra il blues rock e il soul sudista, con la sua profonda voce tipica del southern ma anche con ispirazioni Jazz. Ci sono brani di rock ‘n roll come Tulsa County e poi la stupenda Every Night Is A Saturday Night che con i suoi fiati ha un sapore proveniente dalla Crescent City (New Orleans)… ritmiche trascinanti, il piano e il suo lavoro eccezionale alla chitarra, con un assolo finale magistrale. Come non citare poi la collaborazione con Clapton in questo primo disco con Washita Love Child: due assi veri! I testi sono profondi, legati alle sue esperienze da emarginato pellerossa, ma con una scrittura semplice che non appesantisce ma anzi, arricchisce la sua eredità di nativo americano. In fondo al bellissimo disco anche una cover riuscitissima di Crazy Love di Van Morrison. Proseguendo incessante il suo lavoro di session man in album di amici e colleghi, Davis appena un anno, dopo trova il tempo per registrare il suo secondo disco solista per la Atco, “Ululu”. L’incisione ha un sound più ricercato e c’è più spazio alla sua voce intensa e alle sue scorribande chitarristiche. Anche qui alcune cover mozzafiato: White Line Fever di Merle Haggard e la prima registrazione di Sue Me, Sue You Blues con George Harrison… ma le canzoni più riuscite sono senz’altro le due che Davis riprende dalla collaborazione con Taj Mahal e cioè Farther On Down The Road e Oh Susanna! Grandissima prova vocale per il Nostro in canzoni come Red Dirt Boogie, in cui non solo il lavoro alle chitarre è sopraffino ma anche la voce dà un tocco unico e originale. Due album di qualità eccezionale che però non lo proiettano nell’Olimpo… un successo “normale” quasi underground nell’affollato panorama musicale di inizio anni 70, ma che accresce il suo apprezzamento presso gli addetti ai lavori e le richieste per averlo come session man non calano, anzi. Nel 1973 ottiene un nuovo contratto con la CBS ed esce il suo ultimo lavoro come solista a suo nome: “Keep Me Comin’”. Il disco possiede una produzione di prima qualità e il sound è ancora più maturo e consapevole. Apre le danze la breve jam strumentale Big Dipper, un aggressivo assaggio delle abilità alla sei corde di Davis, un pezzo alla maniera delle grandi band di quegli anni… Allman Brothers Band su tutte. I testi sono sempre ispirati e profondamente legati alle sue origini e alla sue esperienze come in Ching, Ching, China Boy, dove ricorda gli anni degli scherni per la sua etnia. La sua evoluzione nel sound va di pari passo con quella vocale e in She’s A Pain ne fa sfoggio, in una canzone che si ispira fortemente ai lavori di Delaney & Bonnie. Cori e un magistrale lavoro di risposta continua fra i fiati e la chitarra. Proprio i fiati danno a tutto il disco un forte carattere del sud, un sapore soul funk che ha il suo apice nella fantastica seconda jam strumentale, 6:00 Boogaloo. Il suono della chitarra è eccezionale e il suo continuo intrecciarsi con i fiati e la line di basso avvolgente ne fa un brano sopra le righe. Il passato con Taj Mahal non abbandona mai Jesse e anche in questo disco troviamo un brano ripreso da quelle sessioni… e cioè Bacon Fat. La sua voce è sempre all’altezza della situazione… non solo chitarrista ma artista vero. La sua crescente fama fra i colleghi gli permette di partecipare come seconda chitarra al tour americano nel 1975 dei Faces ma anche di ottenere ingaggi da produttori leggendari come Phil Spector, che lo vuole nel disco “Death of a Ladies Man” di Leonard Cohen (1977). Per il grande pubblico invece rimane una carriera quasi ai margini… solo gli appassionati sanno che artista sia: eccezionale. Nel 1977 si trasferisce alle Hawaii per poi ritornare a Los Angeles, dove gli amici lo ricordano tornato completamente “distrutto” e assuefatto a droghe e alcool. Un altro artista si stava autodistruggendo. Cercò di ripulirsi entrando ed uscendo da numerose cliniche ma non servì a molto e nemmeno i due matrimoni servirono allo scopo, anzi (escludendo il rapporto con Pattie con la quale non si sposò mai). Nel 1985 ritornò brevemente sulle scene collaborando con il mitico John Trudell, nativo americano anche lui e con la sua Graffiti BandTrudell era anche apprezzato poeta, attore e attivista per i diritti dei nativi e mise in scena numerose proteste e raduni per smuovere qualcosa in seno alle coscienze della società americana, dalla quale i pellerossa erano sempre stati esclusi, come se le terre dove erano nati i loro avi non fossero state loro. Memorabile fu un concerto al Palomino Club di North Hollywood nel 1987 assieme alla sua nuova band, quando venne raggiunto sul palco da alcuni Artisti che erano fra il pubblico: Taj Mahal, George Harrison, Bob Dylan e John FogertyLa serata regalò momenti indimenticabili nei duetti in canzoni come Blue Suede Shoes e Proud MaryPurtroppo la sua vita dipendente dalle droghe gli chiese il conto e il 22 giugno 1988 e a soli 43 anni Jesse Ed Davis morì a Venice a causa di un’overdose. Probabilmente il buon successo, la carriera e le mogli non erano bastati a fargli dimenticare la sua dura infanzia da emarginatoNel 2002 fu introdotto postumo nella Oklahoma Jazz Hall of FameCi resta di Lui il lascito di un artista dal talento sopraffino, un maestro della chitarra slide, un illuminato che purtroppo ci ha lasciato troppo presto e che non ha ottenuto i riconoscimenti che avrebbe meritato quando era in vita, solamente tre dischi solisti ma una marea di tocchi magici in canzoni di artisti fondamentali. Probabilmente uno dei session men più importanti del nostro tempo assieme a quel Duane Allman che inconsapevolmente lo ispirò in maniera decisiva… altro merito assoluto del quale non si può che ringraziarlo. Un musicista e un poeta che ha portato la questione dei Nativi Americani all’attenzione del mondo del music business americano, proseguita in maniera poi più vigorosa dal citato John TrudellLa sua intensa vita è stata più lunga di quella degli altri due geni della chitarra morti giovanissimi… Jimi Hendrix e Duane Allman, ma comunque troppo breve e, lascia l’amaro in bocca immaginare cosa avrebbe ancora potuto dare al mondo con il suo talento. Non suggeriamo canzoni particolari ma recuperare i tre dischi solisti ci pare doveroso. Vi può aiutare l’uscita nel 2017 di una splendida raccolta che raggruppa le due uscite per la Atco (1970-72). Per chi ama la musica di qualità, un ascolto assolutamente fondamentale. Non ve ne pentirete. Grazie JesseBuon ascolto.

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