Jerzy Skolimowski: “Essential Killing” (2010) – di Dario Lopez

L’uomo ridotto alle mere funzioni basiche e fatto bestia. Siamo dalle parti dell’Afghanistan (ma non ne siamo certi).
In un deserto di canyon e rocce, tre soldati americani sono alla ricerca di qualcosa, forse in semplice perlustrazione. Un autoctono (Vincent Gallo) si nasconde in una delle tante grotte della zona. L’elicottero di supporto segue i tre militari. Il contatto visivo è inevitabile, il talebano spara con un R.P.G., il colpo va a segno, i pezzi di quelli che un secondo prima erano i tre militari si sparpagliano in tutte le direzioni. Una breve fuga per tentare di sfuggire al guardiano nel cielo, una seconda esplosione, i timpani che saltano, la prigionia. Un posto simile a Guantanamo. Gli interrogatori, le torture. Poi il trasferimento in un luogo che potrebbe stare tra la Polonia e la Russia in pieno inverno. Notte, neve, gelo. Il trasporto ha un incidente, i prigionieri sbalzati dal mezzo, l’uomo in fuga. Solo, scalzo, ammanettato, vestito poco e immediatamente riconoscibile nella sua tuta arancione. Immerso nella neve, esposto alle intemperie, perso tra le montagne di un paese sconosciuto senza cibo ne acqua. Braccato e in fuga. L’uomo diventa animale. Non c’è altro se non l’istinto di sopravvivenza. Noi spettatori non percepiamo altro che l’istinto di sopravvivenza. Pochissime voci, assenza completa di dialoghi, commento musicale ridotto all’osso, un uomo, la telecamera e l’idea estrema di Cinema di Jerzy Skolimowski. Un grandissimo Vincent Gallo tiene il film da solo senza pronunciare una sola parola, c’è qualche fugace comparsa, brevi contatti umani, spesso terribili e violenti; l’unico altro personaggio degno di menzione è quello interpretato da Emmanuelle Seigner che rimane in video per non più di quattro o cinque minuti. Per il resto è un soliloquio della sopravvivenza, una ricerca di calore, cibo e sicurezza quasi ancestrale. È un film ostico “Essential Killing”, può non piacere, è però uno di quei film che osano che spostano l’asticella per saggiare anche la risposta di un pubblico abituato alla proposta di immagini più addomesticate e dome; è la realizzazione con tanto di cifra estetica di un’idea audace, ben calibrata dal regista nella sua durata non eccessiva. Non ci sono particolari riflessioni da fare sul conflitto, sui buoni e sui cattivi, si può abbozzare un’idea personale da un paio di flashback di pochi secondi ma non sta lì il punto nodale dell’opera. C’è l’uomo, c’è la Natura, ci sono le condizioni avverse. Tutto diventa una sfida primitiva con la morte, con la fame, come quella di un cucciolo alla ricerca della mammella materna. Presentato a Venezia 2010, il film raccoglie il Gran Premio della Giuria e la Coppa Volpi al miglior attore per Vincent Gallo.

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