Jerusalem In My Heart: live in Pisa at Caracol – di Ignazio Gulotta

Pisa, 27 luglio 2019. Si chiude davvero col botto la prima stagione del nuovo Caracol, locale che dopo otto anni di inattività ha riaperto questo aprile in una nuova location molto bella, comoda e adatta alla visione dei concerti. In questi primi quattro mesi di attività sul palco del locale si sono alternati fra gli altri musicisti quali Idris Ackamoor and the Pyramids, Mike Cooper, Julia Kent, Lisa Papineau, Ian Svenonius: una programmazione di qualità e anche coraggiosa, con scelte tutt’altro che scontate. Stavolta a fare tappa a Pisa l’artista libanese di famiglia palestinese e ora residente in Canada, Radwan Ghazi Moumneh che, insieme all’artista visuale Charles-André Coderre, ha dato vita al progetto Jerusalem In My Heart. Quello pisano è il primo concerto di questa breve apparizione europea del duo che prevede un’altra data all’Ortigia Sound System di Siracusa. Tre i dischi prodotti fino a ora, più un altro in compagnia dei Suuuns, attraverso i quali si propone un incontro fra la musica tradizionale mediorientale, sia classica che pop, e la sperimentazione elettronica e il noise. Quando Moumeh sale sul palco, occhiali da sole, abito scuro, espadrillas verdi, si siede subito fra i suoi numerosi aggeggi, lancia uno sgradevole suono elettronico e poi silenzio… sono alcuni secondi agghiaccianti e che spiazzano il pubblico, incerto su cosa aspettarsi, mentre sullo sfondo cominciano ad agitarsi le inquietanti immagini che tre proiettori, manovrati da un’instanacbile Charles-André Coderre, proiettano sullo schermo alle spalle del musicista. Da quel momento in poi lo show inizia a decollare in un crescendo sempre più coinvolgente, soprattuto quando JIMH, oltre alle varie manipolazioni elettroniche, prende in mano il buzuq – liuto diffuso in Libano e Siria simile al saz – e il suo suono metallico riempie la sala, viene distorto, manipolato, aggredito a volte con furia da JIMH: c’è rabbia, dolore nel modo di suonarlo, perfino nella postura fisica rigida, nel volto teso mai un sorriso ad allentare la tensione emotiva… ma diventa anche evocativo di un mondo passato, dolce e sensuale, quando JIMH si produce in melodiosi arpeggi, omaggio alla musica della sua terra. E poi c’è la voce, un canto le cui radici mediorientali sono evidenti ma, le melodie vengono anch’esse aggredite, sembrano grida di dolore che si alzano da una terra martoriata e infelice, mentre sullo schermo si alternano immagini di edifici e strade bombardate, visi di uomini e donne palestinesi, combattenti con kalashnikov e kefia. Il connubio fra musica e immagini è uno dei punti di forza di una performance che ha del memorabile, che scuote e non lascia indifferenti: come la musica è ossessiva, furibonda, fra noise, distorsioni, bordoni, campionamenti, così le immagini si rincorrono, si ripetono, spariscono, si accavallano. A volte le foto sono alterate da colori pastello e fanno da corollario a una musica che, oltre la rabbia, comunica un profondo senso di nostalgia per una terra perduta, strappata e che si può tenere solo nel cuore. La Palesina è sempre presente nell’opera di JIMH, innanzitutto come riferimento culturale e musicale, ma anche come aspirazione alla terra e alla libertà. Nel suo disco “If He Dies, If, If, If, If, If, If” del 2015, pubblicato dalla Constellation, in retrocopertina c’è la foto di tre bambini di Gaza uccisi da un razzo israeliano mentre giocavano in spiaggia nel 2014. Dopo circa un’ora di musica ininterrotta il live si chiude fra gli applausi convinti del pubbliconon ci sarà bis, non potrebbe essere altrimenti. Non si è trattato tanto di un susseguirsi di canzoni, ma di una vera e propria opera compatta, da fruire nella sua pienezza e completezza, uno spettacolo, se così possiamo definirlo che, dopo un inizio volutamente interlocutorio e provocatorio, si è rivelato tutt’altro che freddo, come a volte avviene con l’elettronica ma anzi, emotivamente molto coinvolgente. Finito il live, sia Radwan Ghazi Moumneh che Charles-André Coderre si sono intrattenuti col pubblico a chiacchierare rivelandosi, svestiti i panni severi dello show, molto cordiali, disponibili e amichevoli.

Foto Michele Faliani © tutti i diritti riservati 
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