Jericho: “Jericho” (1972) – di Piero Ranalli

Jericho” (A&M Records 1972) è un disco che già alla sua uscita, nel 1972, poteva considerarsi underground. La band era originaria di Israele, conosciuti come Churchills suonarono e pubblicarono un album omonimo (orientato verso il pop psichedelico) nella loro terra natale, successivamente trasferendosi in Inghilterra si ribattezzarono in Jericho Jones e pubblicarono un album eccellente nel 1971 intitolato Junkies, Monkies and Donkies. Per qualche ragione cambiarono di nuovo il nome, questa volta eliminando Jones e mantenendo solo Jericho. Questo disco omonimo fu il loro ultimo capitolo, un capolavoro di hard rock progressivo con venature psichedeliche composto da cinque tracce che rivelano lo spessore creativo dei musicisti, non c’è una nota fuori posto e tutto così ben strutturato come se fossero delle cattedrali che custodiscono tesori all’interno, è davvero stupefacente come siano riusciti a rendere affascinanti brani in apparenza semplici con dinamiche compositive molto personali.
Mai banali, mai noiosi ognuno di questi brani porta in sé un umore e un profumo del tutto originale, di sicuro frutto della perizia strumentale dei singoli musicisti ed anche del bagaglio culturale proveniente dalla loro terra natia, vi sono arrangiamenti che lasciano a bocca aperta e ad ogni nuovo ascolto provocano sensazioni sempre diverse, capacità davvero rara. L’apertura è affidata a Ethiopia, un brano esplosivo e virtuoso. Una chitarra che già dalle prime battute orientaleggianti traccia le linee guida della sua naturale evoluzione verso un suono corposo e deciso, facendo decollare la canzone nella stratosfera (sembra che il titolo provenga da un’erba africana che la band si stava godendo quando la scrisse). Un ottimo suono di basso, un grande assolo di chitarra e una voce gutturale contribuiscono a mantenere alto il livello della composizione portando l’ascoltatore a un finale mozzafiato.
Don’t You Let Me Down è introdotta da una chitarra acustica che non resta a lungo, infatti subentrano subito chitarra elettrica, batteria e voce. La melodia ha un ritmo forte e impetuoso con un fantastico lavoro di basso e chitarra. Un brano che con la sua diversità conferma l’approccio eclettico della band, una canzone che oscilla tra atmosfere mediorientali e country rock statunitense che sono ben messe in evidenza dagli arrangiamenti del chitarrista. Featherbed ricorda, con le sue belle armonizzazioni vocali iniziali, le vibrazioni degli anni 60, non tardano ad arrivare cambi di tempo che vanno dal duro e veloce con fiammeggianti assoli di chitarra, al lento e ipnotizzante. Un assolo di chitarra esteso con echi psichedelici e distorsione, le chitarre hanno ampio spazio per brillare. La canzone poi ritorna al suo tema principale e termina con il fragore della batteria e accordi potenti, un altro bel pezzo.
Justin And Nova viene introdotta da effetti del sintetizzatore che simulano l’atterraggio di un’astronave. Ad aprire arriveranno chitarra acustica e pianoforte, seguito da batteria e basso. Una sensazione molto psichedelica e spaziale avvolge questa canzone, gli archi orchestrali in sottofondo aiutano l’atmosfera a raggiungere il cosmo. Di nuovo un ottimo suono di basso e una bella chitarra riempie dappertutto. Le atmosfere sono orientate al volo spaziale (chimico o meccanico che sia) lasciando nell’ascoltatore una sensazione eterea. Kill Me With Your Love arriva galleggiando su un suono di acqua accompagnato dalla chitarra acustica che apre la strada alla chitarra elettrica con effetti di eco. Il suono del flauto si unisce aggiungendo colore e ambiente. Effetti simili a un tuono danno la sensazione di ascoltare una tempesta mentre il tempo e l’umore virano di 180 gradi, con la batteria e il basso che entrano in gioco. Il tempo gira velocemente, la batteria diventa dura, il basso pesante e la chitarra urla, chiudendo l’album piacevolmente con impeto e musicalità eccellente.
I Jericho si assicurano importanti tour nel Regno Unito, nonostante questo, i problemi di gestione vedono la band dissolversi all’inizio del 1973. Purtroppo non è uscito un album successivo. Ci si può solo chiedere cosa avrebbero potuto creare ancora. Si dice che Peter Grant (manager dei Led Zeppelin) fosse così impressionato da voler gestire la band. Purtroppo ciò non è accaduto a causa di problemi contrattuali. Riuscire a comunicare attraverso un linguaggio non verbale e per questo motivo universale, penso sia lo scopo di ogni artista autentico, e questo album ne è una degna testimonianza.

Line-up: Robb Huxley (chitarra), Ami Triebich (batteria), Haim Romano (chitarra solista),
Michael Gabriellov (basso), Danny Shoshan (voce).

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