Jefferson Airplane: “Crown Of Creation” (1968) – di Maurizio Garatti

Se dovessimo citare un disco che ha il potere di fotografare un determinato periodo storico, la nostra scelta cadrebbe inevitabilmente sul quarto album dei Jefferson Airplane, quel “Crown Of Creation” realizzato nel 1968, che ha il potere di riportare l’ascoltatore a quel periodo così incredibilmente intenso e a quei luoghi ormai entrati a far parte della Storia della Musica. Il periodo è, come noto, la Summer Of Love, e il luogo non può che essere San Francisco. Dove se no? San Francisco, che ha raccolto i nostro cuori e le nostre anime, cullandoli per un breve ma intensissimo istante di eternità. San Francisco, a cui tendiamo inevitabilmente a tornare, nell’illusione di poter rivivere qualche labile brandello di gioventù. “Crown Of Creation” dunque, quarta disco dell’Aeroplano Psichedelico, uscito nel settembre del 1968 e che fa seguito a quel monumento di psichedelia che è After Bathing at Baxter’s del 1967 (a sua volta seguito del seminale Surrealistic Pillow, sempre del 1967). In poco più di 18 mesi i Jefferson pubblicano tre album che delineano, diventandone Manifesto, la Psichedelia Californiana.
La storia racconta che la band, prima della registrazione, aveva fatto in modo che il loro manager e promotore Bill Thompson acquistasse una grande casa di 20 stanze, su tre piani, in 2400 Fulton Street, di fronte al Golden Gate Park di San Francisco, i musicisti andarono a vivere in comune. Al prezzo di 73.000 dollari la casa, conosciuta come The Airplane House o semplicemente The Mansion, comprende anche un seminterrato ristrutturato con uno studio di registrazione incorporato. Qui i Jefferson diventano una cosa sola, vivendo a stretto contatto tra loro, condividendo tutto, cibo, droghe, sesso e, naturalmente, idee musicali e cultura varia. In questo vero e proprio quartier generale, questa esplosiva combinazione di elementi dà origine alla sperimentazione e alle visionarie composizioni liriche che farà di loro la vera e inconfondibile icona della scena rock psichedelica di San Francisco.
La scrittura dei brani viene condivisa da tutti i musicisti, ciascuno porta il proprio personalissimo contributo, per creare un’opera che contenga le riflessioni personali di ciascuno su commercialismo, criminalità e maturità di fronte all’enclave bohémien assimilata da San Francisco durante questo periodo. La registrazione ha luogo nell’estate del 1968, negli studi RCA in cui la band aggiunge effetti sonori distorti, sezioni di chitarra e tracce arricchite in sovraincisione. Stilisticamente, “Crown Of Creation” si presenta come il loro album più vario, raccogliendo tutto ciò che la band aveva fatto in precedenza e sviluppandolo fino a quel punto. I Jefferson creano una sorta di marmellata heavy-rock molto simile a quella che propongono nelle esibizioni live, aggiungendo un tocco di folk rock, sullo stile di “Surrealistic Pillow“. Quello che ne esce è un lavoro molto più strutturato rispetto al passato della band; gli arrangiamenti delle tracce sono complessi e sofisticati: ogni singolo brano è un mondo a sé stante, onirico e stilisticamente perfetto nella sua immediatezza.
Lather, la canzone scritta da Grace Slick che apre il disco, è ispirata dalla relazione con il batterista Spencer Dryden, che aveva compiuto 30 anni: all’epoca era considerato vecchio e la canzone fa riferimento al cambio di età e alle difficoltà dell’invecchiamento in una cultura giovanile. Con la melodia e la progressione degli accordi il giovane viene sottoposto alle pressioni degli standard sociali dell’invecchiamento, con gli effetti sonori doppiati dal testo: “commanding his own tank” ad esempio, è seguito dal suono di un’esplosione di carro armato. I Jefferson si evolvono verso una concezione musicale diversa, figlia delle esperienze che stanno vivendo. A seguire c’è uno splendido romanzo psichedelico-romantico a firma Paul Kantner/Marty Balin: In Time è rilassante e costruita attorno a un’utopia onirica, con un profondo senso di meraviglia e innocenza. Le emozioni sono descritte con colori che si spandono in un ambiente sensuale e l’ultima strofa sembra riflettere “The Chrysalids“, un romanzo di John Wyndham, che ha fornito molto del testo della title-track. Le voci sono parallele alla linea di basso e all’eco di una sensualissima Grace Slick: un bellissimo esempio dell’armonia vocale della band, con Marty Balin che padroneggia perfettamente l’armonia e una chitarra acustica che viene utilizzata per creare il più morbido dei brani dell’album.
Triad, scritta da David Crosby, è l’unica traccia non almeno parzialmente composta da un membro Airplane. Il brano è stato precedentemente respinto dai Byrds perché troppo osé per i suoi riferimenti a una relazione a tre, ma Grace la interpreta con sicurezza, ignorando qualsiasi controversia all’interno del testo. La canzone è a dir poco splendida e seducente, e rappresenta una delle vette dell’intera produzione dei Jefferson Airplane, con il basso di Jack Casady sviluppato al punto da diventare uno dei cardini del brano. Per la traccia Star Track Casady utilizza il pedale wah-wah e la linea di basso con la sua Guild Starfire dal corpo cavo per creare un suono unico che va di pari passo con la voce frenetica. Star Track presenta l’interazione più ampia di strumenti sull’album: i cambi di accordi sono presi in prestito dall’opera di Gary DavisDeath Don’t Have No Mercy” e il brano riflette ancora una volta i temi dell’amore, della vita e del tempo. Gran parte dello stesso concetto viene utilizzato nello sviluppo della seguente Share A Little Joke, divertente intermezzo che precede Chushingura, composizione elettronica sperimentale che non contiene testi, con una distorsione molto legata all’acid rock e a A Small Package of Value Will to You, Shortly (brano di “After Bathing At Baxter“) che, sebbene breve, è uno dei primi esempi di musica elettronica in un album rock.
Il lato B dell’album inizia con una traccia che ricorda le composizioni folk rock del gruppo relative ai loro primi due album. If You Feel ha nella presenza del pedale wah-wah il perfetto accompagnamento alla linea vocale, e chiama l’ascoltatore ad amare quando e dove si può e si desidera. Crown Of Creation è uno degli inni meglio conservati della band: il riff della canzone era stato scritto da Kantner ai tempi della scuola militare e alla fine è apparso su questo album. La sua energia riflette il periodo di tempo nel quale è sostanzialmente restata rinchiusa e cerca di raccontare la continuità della vita creata e distrutta dal trascorrere del tempo: Kantner prende alcune frasi dal romanzo di fantascienza “The Chrysalids” e le modifica leggermente per la composizione. Quando gli è stato chiesto, in un’intervista del 1996, riguardo al suo utilizzo del lavoro altrui, Kantner dice: “Ho migliaia di influenze nella letteratura e sono certo che sia giusto fare alcune citazioni“. Con Ice Cream Phoenix il gruppo registra qualcosa di diverso rispetto a qualsiasi altra cosa fatta in precedenza: la voce di Grace ha una profondità incredibile, e riflette sull’amore e su quanto tempo debba realmente durare l’amore per un altro essere umano. Il brano esprime il desiderio di essere accettato nel modo in cui l’individuo viene percepito e di non essere costretto a cambiare. È una delle tracce dell’album che meglio mostra le armonie vocali della band, a differenza degli altri nei quali l’Aeroplano si concentra sulle partiture degli strumenti.
Greasy Heart continua in una direzione simile, ma in questo caso le voce predominante è quella di Grace: la prestazione è considerata la migliore dai tempi di Somebody to Love. Una canzone incentrata sulle persone false e sul pesante uso del trucco per nascondere il vero io: la stessa Grace afferma in realtà che la traccia riflette sé stessa. Il disco termina con The House at Pooneil Corners, una canzone momento per momento che ci racconta l’evolversi di una esplosione nucleare: “That’s the last hour to think any more / Jelly and juice and bubbles on the floor / There will be no survivor my friend / Suddenly everyone will look surprised / Stars spinning wheels in the skies / Sun is scrambled in their eyes / The earth will be quiet again / Seen from the stars, hour by hour, as splintered struts and black powder“.
Al termine del disco le sensazioni sono diverse: un senso di vuoto, una mancanza, sono le prime cose che si palesano: poi subbentra la convinzione di aver ascoltato un album irripetibile, forse datato ma irraggiungibile per tutti. “Crown of Creation” resta, a distanza di ben 52 anni dall’uscita, uno dei cardini della musica rock: se cercate una qualsiasi spiegazione inerente al termine Psichedelia, l’avete trovata.

Side one: 1. Lather. 2. In Time. 3. Triad. 4. Star Track.
5. Share a Little Joke. 6. Chushingura.

Side two: 1. If You Feel. 2. Crown of Creation. 3. Ice Cream Phoenix.
4. Greasy Heart. 5. The House at Pooneil Corners.
Marty Balin: vocals, rhythm guitar. Grace Slick: vocals, piano, organ.
Paul Kantner: rhythm guitar, vocals.

Jorma Kaukonen: lead guitar, electric chicken, vocals.
Spencer Dryden: drums, piano, organ, steel balls, vocals.
Jack Casady: Yggdrasil bass.
Additional musicians: Arthur Tripp: percussion. Gary Blackman: nose solo.
Charles Cockey: guitar, vocals. David Crosby: guitar. Tim Davis: congas.
Bill Goodwin: talking drums. Dan Woody: bongos.
Gene Twombly: sound effects.
Al Schmitt: producer.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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