Jeff Tweedy: “Together at last” (2017) – di Massimiliano Speri

Un sonnambolico sbuffo di armonica, una tenera chitarra folk appena accarezzata, poi quella voce antica e modernissima, sempre uguale e sempre diversa, a sgranocchiare una melodia a suo modo già classica: così si apre il primo disco che Jeff Tweedy ha voluto siglare semplicemente con il suo nome, anche perché dentro c’è solo e soltanto lui… e non è un caso che sia proprio Via Chicago ad inaugurare questa dimessa fiera autocelebrativa: quale migliore canzone per “riportare tutto a casa” e fare il punto sulla carriera di uno dei più brillanti ed influenti songwriters degli ultimi vent’anni? Per citare ancora Bob Dylan, è un po’ il suo “Good As I Been To You”: l’inaspettato ritorno ad una dimensione francescana di un cantautore rock di successo, con la differenza che qua ad essere riletti non sono traditionals ma brani scritti di proprio pugno. Le persone che nel titolo del disco si trovano “finalmente insieme” sono, presumibilmente, proprio lui e l’ascoltatore, per una volta liberi di parlarsi nelle orecchie senza intromissioni o sovrastrutture. Il disco tiene fede dall’inizio alla fine a questo approccio “domestico”, enfatizzato da una produzione suggestivamente vintage (che a tratti non può non richiamare “Nebraska”): canzoni strimpellate più che suonate, senza alcun particolare sforzo arrangiativo o esecutivo, cotte&mangiate come se ci si trovasse in un vecchio caffè del Greenwich Village. Anche il repertorio, non è che riservi queste grandi sorprese: a parte le due puntate sui progetti paralleli Loose Fur (Laminated Cat) e Golden Smog (Lost Love), a rimanere è una carrellata di ultra-classiconi Wilcoiani, da Ashes Of American Flags a Hummingbird, passando per I’m Trying To Break Your Heart. Il che, sia ben chiaro, non è certo un motivo per lamentarsi… Il punto è: perché ascoltare questo disco? A cosa o a chi dovrebbe servire? Se devo essere sincero, non l’ho capito. Ma forse è la domanda ad essere superflua: 11 canzoni meravigliose interpretate da un gigante della musica contemporanea non possono certo nuocere a nessuno, e se Jeff Tweedy ha sentito il bisogno di farci questo spiazzante regalo perché rifiutarlo? Allora, non resta che sprofondare in poltrona, versarsi un buon bourbon e godersi questo adorabile quanto imperscrutabile capriccio da rockstar, la prima opera minore di un personaggio che finora tutto ha fatto fuorché risparmiarsi: chi siamo noi per negargli 38 minuti e 20 secondi di meritatissimo disimpegno?

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