Jeff Buckley: “Grace” (1994) – di Lorenzo Scala

Roma: la ragazza dai capelli corvini e le occhiaie enormi, chiese ai suoi amici quale posto del mondo avrebbero voluto visitare. I due si scambiarono sguardi d’intesa, si gingillarono brevemente con aria compiaciuta; il più grasso, dondolando il busto, lo stomaco e facendo ciondolare le braccia, lo smilzo dalla faccia ustionata, fischiettando una melodia che ricordava vagamente il ritornello della canzone Grace. La ragazza, che chiameremo occhi di panda, chiese se il viaggio avrebbe riguardato Jeff Buckley. “Esatto miss insonnia” rispose il ragazzo che chiameremo faccia ustionata, “vogliamo andare sulla riva del Wolf River, abbiamo voglia di rendere omaggio a Jeff”. Occhi di panda sorrise malinconica… un sorriso che sembrava abbracciare le galassie gravide dei ricordi legati a quella musica romantica. “Va bene, mettetevi in posizione, io preparo tutto”. I due ragazzi si accovacciarono sul pavimento e si presero per mano, mentre occhi di panda metteva sul piatto “Grace”… il disco, lasciando la puntina planare morbida tra i solchi. Dopo aver spento la luce e acceso un incenso,  prese posizione vicino ai suoi amici, afferrò  le loro mani andando a formare una piccola comunione d’anime ingolfate, chiudendo così il triangolo. “Conoscete la procedura, chiudete gli occhi e lasciatevi andare, al resto penserò io”. Mojo Pin fece il suo timido ingresso nella stanza dell’appartamento al terzo piano, scala E, quartiere San Lorenzo. La voce di Jeff fluì dolce come un abbraccio dalle casse alle sinapsi dei giovani. Dopo neanche trenta secondi l’appartamento di Roma divenne orfano dei corpi adolescenti. Il disco continuava a girare per un pubblico ormai assente. Wolf River (affluente del Mississippi), Stati Uniti d’America: Tre ragazzi  comparvero nella quiete estiva, seduti sul terriccio sassoso color madreperla, con le mani saldate le une alle altre e gli occhi chiusi. La prima ad aprirli, liberando il passaggio a un grappolo di lacrime obese, fu occhi di panda e sussurrando disse, “non posso farci niente, questo disco mi commuove tutte le volte”.  Il ragazzo grasso e con gli occhi simili a quelli di una faina, da qui in poi, per tutti noi, semplicemente occhi di faina, fu il secondo ad aprirli, con un movimento rapido voltò la testa, chinò il capo e prese a vomitare. Poi fu il turno di faccia ustionata… dopo un primo momento di riassetto mentale, invece di perdersi nel paesaggio circostante, prese a fissare la ragazza e le sue lacrime: la trovò bellissima e maledì il suo volto sfigurato. I tre si alzarono e a turno si abbracciarono. Davanti a loro l’acqua leggermente torbida si forzava di apparire trasparente nel suo scorrere, ma il marroncino del fondo sabbioso aveva la meglio davanti agli occhi dei ragazzi. Oltre il fiume e alle loro spalle, s’imponeva mastodontica una vegetazione fitta d’alberi che andavano a restringere il nastro del cielo che aveva modo di apparire celeste solamente sopra il letto del fiume. “Eccoci qua, miei piccoli impiastri, un altro viaggio gratuito concessovi dalla vostra piccola strega preferita”. I due si misero a ridere, più per l’emozione dell’arrivo che per la frase affettuosa in sé. Rimasero in silenzio per un pochino, poi occhi di faina chiese: “chissà dove è annegato, ho letto da qualche parte che questo affluente è lungo 179 km”… faccia ustionata si voltò verso di lui dandogli un pugno amichevole sulla spalla: “è così importante?”. Tre piccoli esseri (una ragazza rimandata in matematica e dalle doti eccentriche, un ragazzo orfano scampato all’incendio che uccise la famiglia e un punk bulimico e vergine) rimasero a fissare l’acqua fluire, ad ascoltare il vento tra gli alberi, senza avere molto da dire. Finché qualcuno, alla fine, disse qualcosa. Nell’appartamento di Roma il vinile cessò di girare.

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