Jean Michel Basquiat e la velocità – di Ginevra Ianni

Se si pensa a Jean Michel Basquiat, si pensa ad un genio, ad una vita fantastica piena di tutto, bellezza, talento incontenibile, sregolatezza, eccessi di ogni tipo ma, soprattutto, velocità. Si, perché sembra che tutta l’esistenza ed il genio di Basquiat fossero consapevoli che gli sarebbe stato concesso poco tempo per esprimersi e tutto doveva trovare luce in fretta, velocemente, senza intervalli o ripensamenti. Una specie di corsa sfrenata che avrebbe divorato la vita intera in una manciata di secondi. Così è stato per Jean Michel Basquiat, l’uomo, l’artista, sta tutto in questo suo modo accelerato e convulso di divorare la sua vita prima che lei divori lui. E’ una fiamma fortissima che acceca e si consuma quando ancora si è abbagliati della sua luce. Ma di questa vita repentina bisogna parlare rallentandone un po’ i tempi per capirne i ritmi e le ragioni, per guardare le sue opere e vedere, capirne il messaggio che contengono. Nasce a New York nel 1960, ma non è un membro dell’upper class. La sua New York è quella dei sobborghi, di Brooklin, i genitori sono di origine haitiana, portoricana, gente che lavora per campare e non è certo un caso che i graffiti, quelli che sporcano i muri, che deturpano la città siano stati la sua prima forma di espressione prima di venire acclamati come “arte” in senso canonico. In questi primi anni sembra che sia stata la madre la sua musa ispiratrice, coinvolgendolo nelle visite nei musei cittadini  ma è la vita in sé a stimolare la sua furia creatrice, la televisione, i cartoni animati dell’infanzia con i loro tratti netti ed i colori accesi che lasceranno una traccia palese nei futuri lavori. L’impressione è che egli debba assorbire rapidamente tutte le sollecitazioni del suo mondo per restituirle reinterpretate dalla sua personale visione, nel bene e nel male.  Quando ha un incidente che lo immobilizza a letto, quando i suoi si separano, quando segue il padre a Portorico, quando torna ma scappa di casa. Il primo capitolo della sua esistenza è scorso via rapido e ne comincia subito un altro. Michel è veloce, non ha tempo di crescere e maturare e allora impara subito a suonare, impara le lingue straniere, parla oltre all’inglese anche francese e spagnolo, finisce in una scuola “speciale”, quella per ragazzi dotati ma cui non si addice l’insegnamento tradizionale. E qui si accelera ancora, il tempo brucia, Basquiat suona in gruppi musicali, si inizia  alle droghe, la sua arte si raffina, migliora finché non incontra Al Diaz, geniale graffitaro come lui e inizia tra i due un sodalizio artistico che costella i muri della Grande Mela di graffiti firmati Samo (same old shit), producono opere nel senso maturo della parola che sono già frutto di un pensiero artistico compiuto. I graffiti del sodalizio sono i chiari segnali della volontà di esprimersi, di dare voce a persone che altrimenti sarebbero rimaste divorate e sottomesse dai ritmi di una società che già non li capiva e li ghettizza ulteriormente facendo frequentare loro scuole non ordinarie. Scrivere sulle opere di Samo Save Idiots era già una denuncia di disadattamento, di malessere e incomprensione verso il mondo che li aveva generati ma mai accettati, tenuti sempre ai margini, fuori dai territori dove accadeva la vita vera, quella bella, quella dei vincenti. La prematura perdita del compagno morto per overdose segna profondamente Basquiat che, senza tale collaborazione, smette il graffitismo ma continua a correre dentro la sua vita alla ricerca di altre direzioni e comincia così un nuovo periodo della sua esistenza: l’abbandono della scuola, i club frequentati dagli artisti di moda e dagli intellettuali dove talora suona, la vendita di cartoline disegnate da lui stesso nei locali che lo porterà ad incontri folgoranti con le icone dell’epoca, Andy Warhol, Madonna, con cui intreccerà una breve liaison, Keith Haring, artista geniale e che resterà suo amico per tutta la vita. L’incontro con Andy Warhol segna una tappa fondamentale nella vita e nella carriera di Jean Michel Basquiat:  Warhol ha un’immediata percezione del suo genio, intuisce subito che egli costituisce l’anello di congiunzione che lega la sua pop art agli artisti della nuova generazione ed inizia con lui un proficuo sodalizio artistico fatto di dipinti a quattro mani e mostre congiunte. Per Warhol è una sorta di ritorno alle origini dell’ispirazione, per Basquiat è la fama e la consacrazione come unico artista di colore assurto nell’empireo dei più grandi e discussi pittori della sua epoca. In questo periodo della sua vita Basquiat incarna alla perfezione il suo tempo: essere un artista emergente negli anni ottanta a New York vuol dire trovarsi nell’ombelico del mondo, è nel posto giusto al momento giusto con le persone più capaci di comprendere appieno la sua arte o di interrogarsi sul suo vero significato. Per alcuni viene visto come l’emblema del decadentismo dell’arte occidentale, incapace di evolversi ulteriormente se non attraverso una regressione della rappresentazione grafica, per altri la sua cifra artistica potrebbe avvicinarsi all’effetto rivoluzionario della visione della realtà che gli impressionisti produssero sulla concezione tradizionale di rappresentazione pittorica. Comunque sia l’ambiante newyorkese lo scopre e funge da cassa di risonanza, suoi quadri cominciano a girare il mondo, viene esposto oltre che in America anche in Europa, e in Italia a Modena ove però non viene compreso. È, malgrado la tenera età, il periodo della sua piena espressione artistica. Dipinge, collabora con Warhol, Haring, riempie i quadri di colori selvaggi, primitivi, di tinte forti piene di cromie stridenti e parole che a volte fanno da sfondo, a volte costituiscono l’amplificazione vera delle sue opere. Parole scritte sulle tele che, per farsi sentire e vedere meglio, talora non solo vengono scritte ma anche cancellate con una linea decisa, per risaltare di più, per urlare più forte dietro quella linea di negazione. Che è il razzismo, l’isolamento, il rifiuto, tutte condizioni che egli conosce bene. L’arte di Basquiat infatti è nuova, unica, non inquadrabile in nessuna categoria e, soprattutto, è l’espressione di un malessere, di un dolore causato da razzismo, senso di non accettazione, di una famiglia dissolta che continua a cercare nei nuovi amici pittori cui si affida e crea con un’ispirazione comune. Con i dovuti e doverosi distinguo come era già accaduto per Van Gogh, per Ligabue, la pittura si fa  terapia, diviene un  mezzo per comunicare al mondo la sofferenza interiore che si scontra con il genio e la giovanissima età dell’artista. Il profondo legame con Andy Warhol cessa bruscamente con la morte di quest’ultimo e sarà l’ennesimo abbandono per Basquiat che ha già lasciato dietro di se Al Diaz, morto anch’egli per consumo di droghe. Un dolore da cui non riuscirà più a reagire e che gli farà sciogliere per sempre gli ultimi legami con la vita. Non si riprenderà più fino alla morte, avvenuta appena un anno dopo. E’ indicativo che un artista originale come lui abbia sempre cercato altri pittori con cui creare insieme nuove cose, in un mondo in cui l’ego dell’artista è generalmente portato ad isolarsi per esaltare l’unicità del proprio lavoro, Basquiat è sempre stato generoso, collaborativo, pronto ad aprirsi al confronto con gli altri pittori, senza gelosie o timore di venire oscurato dall’altrui grandezza. Questa è la più alta espressione di un talento puro e vero. I tratti sui quadri sono sempre veloci, istintivi, primitivi ed essenziali, tracciati su tele senza cornice, senza riflessione, proprio come nei graffiti in cui la velocità della realizzazione vuol dire lavorare senza farsi scoprire dalla polizia nel compiere una cosa proibita, per colpire l’attenzione dei passanti come un pugno allo stomaco. Perché l’arte è come tirare di boxe, bisogna prepararsi prima, allenarsi duramente ma, quando si è sul ring vi è poco tempo per ponderare, bisogna agire e velocemente. Per Basquiat, infatti, la boxe è una vera e propria metafora dell’esistenza, una scuola di vita: colpire forte, subito, senza attendere che la vita colpisca te all’improvviso e ti atterri e, se capita, bisogna rialzarsi subito. Forte e Fragile insieme, potente e rapido finché dura, finché ce n’è. Sono così le sue opere, proprio come lui, semplici come tutte le cose intelligenti, fuori dagli schemi e forse la migliore espressione dei suoi anni, di quegli anni, divorate dalla loro diversità, da un’insicurezza che si traveste in crani digrignanti, colori feroci aggressivi, fragili. Come Lui, nato per vivere intensamente tutto e per bruciare tutte le tappe dell’esistenza in un’unica fiammata di colori che, al di là di tutti i discorsi interpretativi, resta forma di espressione semplice, diretta. Passeggiando per il museo con uno Jacopo dodicenne si gira pigramente tra le opere, talora fermandoci senza perché, solo attratti dai colori o dai segni ma svogliatamente, senza ragione, ignoranti proprio nel senso di non sapere nulla di ciò che ci circonda. D’un tratto lui si allontana dall’altro lato della sala e si sofferma dinanzi ad una tela blu scuro attraversata da segni orizzontali irregolari di bianco e giallo intenso che si intersecano, mi appropinquo e con apparente nonchalance gli chiedo perché, perché è stato attratto proprio da quell’opera tra le altre più vivaci esposte. Lui senza girarsi fa brevemente spallucce e risponde con il tono rapido degli adolescenti “perché è bello da guardare”… poi si volta e passa oltre. Sono sicura che dovunque si trovi ora, alle parole di Jacopo in quel momento Basquiat ha sorriso felice. Tutto qui.

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