Javier Limón: “Mujeres de agua” (2010) – di Francesco Picca

“Mujeres de agua” (Casa Limón 2010) è un bellissimo e audace esperimento che affonda nelle solide certezze della tradizione flamenca per poi riemergere, con uno strepitoso lavoro di ricerca, tra le sonorità della cultura mediterranea e mediorientale. Un progetto visionario, non facile, in cui al Limón musicista è di grandissimo aiuto il Limón produttore, una veste ben rodata, di accertato valore, che nel 2004 gli era valso il Latin Grammy Award per il suo lavoro su Làgrimas negras di Diego El Cigala e Bebo Valdès, un brano della grande tradizione popolare cubana di cui abbiamo già parlato su queste pagine. Anche la produzione e la post-produzione di “Mujeres de agua” hanno sposato lo spirito del progetto, dividendosi tra gli studi di registrazione di Istanbul, Atene, Tel Aviv, Lisbona e, infine, Madrid per il missaggio. La presentazione del lavoro al pubblico è del marzo 2011, con un concerto al Auditorio Nacional di Madrid. Era inizialmente prevista per il 13 dicembre 2010: in quel giorno, però, la Spagna e tutto il mondo del flamenco piansero la perdita del Maestro Enrique Morente, il grande “cantaor” di Granada, e quindi l’intero Paese si fermò per porgergli il dovuto commiato. L’ascolto di “Mujeres de agua” spalanca finestre sonore inimmaginabili su diverse matrici: sulla musica classica sefardita, ovvero quella secolare ebraica; sulla musica turca ottomana, contaminata dalla prima; sul rebetico greco, con le sue storie di povertà e marginalizzazione sbrogliate dalle note del bouzouki, pizzicato nelle esecuzioni dallo stesso Limón; sulla musica arabo-andalusa della Spagna islamica e, non ultimo, sul fado, quello popolare, della piccola malavita urbana di Lisbona. Il tema portante della diversità, calmierato dal crocevia liquido del Mediterraneo, narra di incontri e scontri di genti e culture, quelle culture musicali solo apparentemente distoniche che Javier Limón definisce “rami dello stesso albero”. Nel disco Javier è accompagnato da Charlie Mendes al basso e da Ramon Porrina alle percussioni. Si registra anche il prezioso contributo del turco Hüsnü Senlendirici al clarinetto e del cantante tunisino Dhafer Youssef in alcuni cori. I dodici brani sono tutti affidati a voci femminili. Un ideale omaggio alle donne del Mediterraneo e, soprattutto, alle donne iraniane, a cui è proibito cantare in pubblico. Sono dodici fughe attraverso la tradizione musicale mediterranea, tra un paso doble turco e uno tunisino, tra le sonorità libanesi e quelle del Kurdistan iracheno, in una sequenza di composizioni che, dietro una apparente casualità, celano la coerenza sonora di un viaggio immaginifico che impregna i vestiti di profumi speziati e persistenti. Come ad esempio l’ouverture Amanecer an Estambul, affidata alla voce di Aynur Doğan: una escursione emozionale che attraversa la notte di Istambul per poi librarsi in volo sugli altopiani dell’Anatolia. Ma il brano che meglio rappresenta lo spirito dell’album è Oro santo, sviscerato dalla voce inconfondibile di Concha de Buika, magistralmente eseguito in una esibizione live che offre l’occasione ad entrambi gli artisti di esaltare le rispettive caratteristiche. Javier Limón non è certo un fanatico dei virtuosismi e della velocità nell’esecuzione, ma è tra quei pochi chitarristi che possono accompagnare un cantante, qualunque cantante, con un tocco di elegante originalità e di improvvisazione senza mortificare la tecnica, l’armonia e il ritmo. Buika è impossibile da classificare: ogni sua performance è impregnata di novità assolute e di una dote interpretativa che attinge a piene mani alle sue origini isolane e ad una risacca culturale dove il mare può essere un ponte o un ostacolo e, come il mare, Buika va e viene, si adatta al profilo della melodia, senza mai pagare dazio al contesto, senza mai piegarsi alla dittatura degli standard stilistici. Conduce, statuaria e inflessibile, armonizzando il testo tra gli ampi spazi concessi dalla chitarra di Javier Limón. Le mani, talvolta, accennano piccole figure e i piedi nudi, costretti all’immobilità, si rifugiano in impercettibili coreografie. La danza resta imprigionata negli snodi del testo e dei suoi significati, nella modulazione di una voce che racchiude un intero universo sonoro che abbraccia la tradizione canora flamenca, le note lunghe e sostenute delle rancheras messicane, ma anche le contaminazioni Jazz, la musica cubana e quella africana: una voce che ad ogni svolta tonale può essere un caldo benvenuto o un malinconico addio. La vita, l’esistenza troppo spesso tormentata, l’equilibrio precario tra il cuore e l’anima, tra l’amore e il disincanto, tra la tenacia rabbiosa e la struggente tenerezza, tra le mille paure e le poche certezze dell’essere: c’è tutto nella voce di Buika, che è essa stessa voce in un viaggio articolato, pensato in una notte e organizzato come una fuga all’alba. Restano i suoi occhi chiusi, come fosse “penumbra”, sotto lo sguardo accudente di Javier Limón. Resta una esecuzione di rara bellezza e complicità. Resta l’arte, ricercata e fortemente voluta. “Javier, ho parlato con l’assistente di studio: gli ho chiesto di abbassare l’asta del microfono e di portare un’altra sedia per me. Ma ho visto la tua, di sedia, e non mi sembrava adatta. Aveva le gambe in acciaio… allora l’ho pregato di trovare qualcosa di più rustico”
“Va bene Concha. Ho intravisto il tuo abito appeso in camerino. Suonerò la Vincente Carrillo bianca, così, sui primi piani da destra, ti farò da sfondo neutro”
“Questa sera devi seguirmi, Javier. Devi starmi attaccato. Partiamo piano. Cerca di arrotondare l’intro, deve calzare morbida. Devo poterla calpestare a piedi nudi e ad occhi chiusi,
en la penumbra. Deve essere rassicurante, portare la pacificazione, come l’agonia di una morte lenta.
“Ti seguirò, Concha, non è un problema”
“Toglierò le scarpe, Javier. Mi fanno male i piedi, tremendamente male, come se avessi camminato sul fondo del mare da Maiorca sino alla Guinea
.

En la penumbra / De esta noche divina y prieta / Sobre la tundra
Que puebla mi alma siempre despierta 
Se oye un lamento como preludio de las horas muertas
Horas que pasan con la agonía de una muerte lenta 
Vuelve el silencio a vestirme de oro mi santo
Vuelve el recuerdo de mis abuelas a hacerme fuerte en la espera
Vuelven los discos que me enseñaron a adorar la música 
Volvió mi padre después de veinte años
Ay si tu volvieras / Si tu volvieras te vestiría de oro mi santo
Callaría las cosas para que tu puedas oír mi canto desesperado
Sí tu volvieras te vestiría de oro mi santo  
Callaría las cosas para que pudieras oír mi canto desesperado
Si tu volvieras te vestiría de oro mi santo  
Callaría las cosas para que pudieras oír mi canto desesperado
Si tu volvieras te vestiría de oro mi santo 
Que se pare el mundo para que tu puedas oír mi canto desesperado.
 

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