Japan: “Oil on Canvas” (1983) – di Alessandro Freschi

Quando il primo ottobre 1982 alla Concert House di Stoccolma prende il via il Sons of Pioneers Tour il destino dei Japan è fatalmente compromesso. A ben poco servano gli applausi (e gli incassi) raccolti nei quaranta concerti portati sulla scena tra Nord Europa e Sol Levante nei mesi successivi. A Nagoya in Giappone il 16 dicembre di fatto si celebra l’ultima esibizione live della formazione. Con il sopraggiungere della celebrità si sono irreversibilmente amplificate le incomprensioni in seno alla band e gli spazi divenuti maledettamente ristretti per personalità tanto geniali quanto ingombranti come quelle dell’introverso vocalist David Sylvian e del talentuoso bassista Mick Karn, due autoritarie ‘prime donne’ inadatte a ricoprire il ruolo di semplice comprimario. Se poi a ciò sommiamo le agitate implicazioni sentimentali suscitate dall’amore condiviso dai due per una ragazza (Yuka Fuji) è agevolmente intuibile come, nonostante la bramata notorietà conquistata dopo anni di estenuante gavetta, venga deciso in un sol colpo di gettare tutto alle ortiche.
Corre la fine degli anni sessanta e David Alan Batt e Andonis Michaelides (queste le reali identità di Sylvian e Karn) frequentano la scuola secondaria di Lewisham, uno dei tanti sobborghi della periferia londinese. Capigliature variopinte, pesanti make-up, abbigliamenti stravaganti, i due adolescenti non rappresentano indubbiamente il prototipo dell’alunno modello rendendosi protagonisti di soventi allontanamenti dalla lezioni. Amanti della musica si ritrovano ad improvvisare in una stanzetta ubicata sopra i locali della macelleria del padre di Andonis. Ad accompagnarli alla batteria è Stephen, fratellino di David, (il futuro Steve Jansen) e un brillante tastierista anch’egli studente a Lewisham, Richard Barbieri. Il sogno da rock-band inizia a prender corpo con le prime esibizioni nei locali di quartiere; il repertorio proposto attinge a piene mani dai classici Tamla Motown e Sylvian battezza il progetto con il monicker Japan, soluzione del tutto transitoria che finirà per non rivelarsi tale. Nel 1977, dopo aver reclutato con un annuncio su Melody Maker il chitarrista Rob Dean, il quintetto si aggiudica un concorso per formazioni emergenti patrocinato dalla Ariola-Hansa ed entra a far parte della scuderia teutonica.
L’esordio discografico “Adolescent Sex” (1978) è un discreto lavoro di matrice post-punk dove, nonostante alcune fisiologiche sbavature dettate dall’immaturità, si scorgono le pregevoli potenzialità del gruppo. Il 33 giri raccoglie consensi in Giappone e nei Paesi Bassi mentre non riesce nell’impresa di convincere la stampa di casa, intenta nel soffermarsi più sull’immagine glam del combo e la latente androginia del leader – che rimanda a mostri sacri come Bowie e New York Dolls – che sui valori effettivi della proposta musicale. Poco cambia pochi mesi dopo con la distribuzione del secondo atto, “Obscure Alternatives”, dove viene confermata, oltre la lusinghiera accoglienza da parte degli estimatori orientali, il solito snobismo tra le mura amiche ed una vendita di copie al di sotto delle aspettative. Incontrato casualmente nell’aprile del 1979 in un studio di registrazione di Los Angeles Giorgio Moroder, mente pensante della fortunata macchina Disco bavarese (chi non ricorda le hits di Donna Summer o degli Sparks?) si rivela decisivo elemento spartiacque nel cammino artistico dei Japan.
Dalla inaspettata collaborazione nasce Life in Tokyo, gettonato singolo e primordiale esempio proto-new wave nel quale si mischiano le velleitarie sperimentali elettro-pop di Sylvian ad i conturbanti sequencers da dancefloor del baffuto produttore-arrangiatore altoatesino Delineate le nuove traiettorie sonore da percorrere, sotto l’egida del rinomato produttore John Punter, già al fianco dei Roxy Music di Ferry, nel dicembre dello stesso anno viene rilasciato alle stampe “Quiet Life”, album che conferma ancora una volta lo smisurato talento e l’invidiabile qualità tecnica della formazione, pur non sottraendola ai soliti antipatici raffronti. L’ennesimo flop in termine di vendite (sebbene in terra d’Oriente i Japan siano sempre più osannati) induce però l’etichetta berlinese ad interrompere i rapporti con Sylvian e soci che ben presto però ripiegano sulla titolata e lungimirante Virgin Records. I risultati raccolti sotto il patrocinio della casa discografica fondata da Newman e Branson sono a dir poco esaltanti. “Gentlemen Take Polaroids” e subito a ruota Tin Drum” diventano due pietre miliari della produzione eighty d’oltremanica grazie al loro aggraziato mix di elegante art-rock, decadente new-romantic e (soprattutto nel disco con Mao in copertina) melodiche divagazioni orientaleggianti figlie dei rapporti idillici tra il sempre più platinato vocalist ed il maestro Ryuichi Sakamoto.
La band ripone nel cassetto atteggiamenti e travestimenti glam-punk per abbracciare uno status prossimo al dandismo. In mezzo a trascinanti movimenti quali Methods of Dance, Visions of China e Taking Islands in Africa, trovano posto le minimali ed ovattate atmosfere di Nightporter e Ghosts, lasciando intravedere quello che diverrà un trademark dell’importante produzione solistica sylvaniana. Sull’onda così del mirabolante successo prende il via dalle lande scandinave il promozionale Sons Of Pioneers Tour, titolo che richiama al trascinante incedere della tribale composizione inclusa in “Tin Drum”. In fase di preparazione Sylvian ha rafforzato il suo legame con l’ex deux ex machina della Y.M.O. Sakamoto ed inciso il 45 giri Bamboo Music, mentre dal canto suo Mick Karn si è rinchiuso negli AIR Studios della City londinese per realizzare il personale debut-act “Titles”. Con l’aumentare della notorietà della band, protagonista sui rotocalchi, in TV e alla radio, sembrano proporzionalmente accrescere gli scricchiolii interni tra i componenti. Rob Dean, chiuso da una proposta musicale non più consona alle proprie attitudini da chitarrista rocker, si era fatto da parte prima delle sessioni dell’ultimo lavoro così che la scelta per il quinto sul palco finisce per ricadere sull’amico Masami Tsuchiya, leader del progetto tecno-pop Ippu Do.
Le oltre quaranta performances in giro per il mondo della tourneè sono comunque da incorniciare. I Japan dal vivo si confermano la loro proverbiale precisione esecutiva con un Sylvian che dall’alto della sua accattivante presenza scenica declama poesie in musica suggestionando un pubblico che puntualmente risponde con entusiasmo. Un successo di dimensioni ragguardevoli, seppur l’impressione sia quella di una macchina meravigliosamente rodata che viaggia sempre meno con il cuore e sempre più sui favori di una demotivata inerzia. Così, quando la sera del 16 dicembre 1982 a Nagoya, dopo aver deliziato la platea con Life in Tokyo si abbassano le luci, insieme al concerto andrà definitivamente in archivio l’esperienza Japan. Le registrazioni effettuate nel corso dei sei concerti tenuti all’Hammersmith Odeon di Londra nel mese di Novembre confluiscono nel doppio album “Oil On Canvas”, unico live ufficiale della band.
Dalla set-list originale dei concerti la Virgin Records taglia fuori per esigenze di durata brani come Alien, Life in Tokyo ed European Son, dando spazio prevalentemente ad estratti dagli ultimi due lavori. Vengono inserite tre tracce inedite strumentali, il breve opener pianistico Oil on Canvas, Voices Raised in Welcome Hands Helds in Prayer (composta da David in collaborazione con il fratello) e la coda Temple of Down opera di Barbieri. Sulla prima della verde gatefold cover campeggia il dipinto del pittore Frank Auerbach, “Head of J.Y.M.“, designato su espressa richiesta da un Sylvian che sta già volgendo lo sguardo verso i suoi ‘alberi brillanti’, lasciandosi alle spalle tre lustri di geniale baraonda musicale ed affamati figli di pionieri. Sons of Pioneers are Hungry Men, indelebile scritta ad olio su una pregiata tela sonora.

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