JAPAN: miniature mitteleuropee nel giardino zen – di Massimiliano Manocchia

L’ipotesi che “Quiet Life” (1980) sia l’album che più di ogni altro ha contribuito a forgiare il suono degli Eightes è assai plausibile. Sì, lo so, ci sono prima Bowie e Roxy Music, per dirne solo un paio;
eppure ogni volta che ascolto il terzo album dei Japan, il pensiero che in questi otto brani sia racchiuso il succo estetico e sonoro di quel decennio mi solletica senza posa… e questo merito (posto che di merito si possa parlare) ai cinque ragazzi di Catford, South London, non è mai stato riconosciuto appieno.
Il fatto è che, a differenza dei due mostri sacri citati poc’anzi, i Japan non sono mai stati in grado di scrollarsi di dosso quella patina di elegantissima ma vuota effimerità che indusse i critici dell’epoca ad ascriverne il nome tra i protagonisti del movimento New Romantic. Attribuzione tanto errata quanto fatale per la Band, che, pur respingendola a parole e a fatti, non riuscirà più a venir fuori dalle vellutate pastoie di quell’etichetta impropriamente affibbiatale, se non (ironia della sorte) poco prima dello scioglimento. A dire il vero, ci avevano messo del loro
(e non poco) ostentando fin dagli esordi influenze glam e raffinato estetismo, relegando dunque alla mera ragione sociale l’esotismo e la fascinazione per l’oriente che diverranno in seguito caratteristiche precipue anche nella sostanza.
“Adolescent Sex”, opera prima datata marzo 1978, parla una linguaggio ibrido costruito su verbi disco-funk, sostantivi hard-rock e qualche aggettivo, sparso qua e là, mutuato dall’elettronica:
i neonati – discograficamente parlando, perché la Band è attiva dal 1974 – Japan suonano un cosiddetto “white soul” saccheggiando umori (e armadi) del Bryan Ferry solista e del Bowie periodo Young Americans. In patria, l’album non se lo fila nessuno (manca persino l’ingresso nella Top 100), ma curiosamente Sylvian e soci scoprono di avere un discreto seguito in Giappone. Poco da segnalare nei dettagli, comunque: i brani risultano nel complesso gradevoli ma innocui, e se proprio si deve menzionare almeno un titolo, la scelta cade, più per ragioni di presagi su future evoluzioni che per il suo valore intrinseco, su Communist China.
Un paio d’anni dopo, intervistato da Melody Maker, lo stesso David Sylvian dirà: “Credo che non avremmo dovuto pubblicare quel primo album. Davvero, non mi piace. Era prematuro.”
Prematuro anche il parto dei tre singoli estratti: Don’t Rain On My Parade, eccentrica cover tratta dal musical Funny Girl, una versione registrata ex novo di Adolescent Sex, e The Unconventional, una robetta ballabile che nelle mani di Nile Rodgers sarebbe quasi sicuramente diventata un tormentone da dance-floor.
In aprile si imbarcano per un tour europeo di supporto ai Blue Öyster Cult e non credo ci sia bisogno di parlare dell’accoglienza ricevuta dal pubblico metal (metal per palati fini, certo, ma pur sempre metal). L’ansia “sylviana” sul controllo artistico della produzione regala le prime allarmanti avvisaglie quando si tratta di entrare in studio per dare un seguito al fallimentare (commercialmente parlando) album d’esordio.
La Hansa-Ariola, etichetta tedesca che li aveva messi sotto contratto nel 1977, chiede un disco più “rock” che possa soddisfare i palati statunitensi, non avvezzi alle comunque già raffinate partiture di Adolescent Sex.
Tra aspri litigi con Roy Singer, produttore, e discussioni accese sulla direzione da intraprendere, i Japan sfornano “Obscure Alternatives”, opera fondamentale della loro breve storia, studiata puntigliosamente fin nei minimi particolari (la track listing muterà più d’una volta prima di assumere la configurazione definitiva). Idealmente lo si potrebbe suddividere in due parti: il primo lato con brani vecchio stile e già ampiamente rodati dal vivo, il secondo lato con materiale nuovissimo, assai più equilibrato nella composizione e nella resa sonora. Stupisce ancora oggi la title-track, e stupirà ancor più ascoltarla trasformarsi negli anni a venire, durante i tour, testimone dell’universo in costante cambiamento dei Japan.
Il pop, qui e là, fa ancora capolino (Sometimes I Feel So Low, uscita anche come singolo, o Automatic Gun, che apre il disco), la Band, liberatasi quasi del tutto dai capricci disco dell’esordio, sfoggia una maturità impensabile a così pochi mesi di distanza, e mostra di avere le idee già abbastanza chiare sulla direzione futura. The Tenant, non a caso posta a chiusura dell’album, è lo splendido seme (di loto) gettato sul sentiero dei futuri Japan, che qui sembrano trovare una loro collocazione spazio-temporale all’interno dell’allora imperante sensibilità post-punk. Sotto il profilo commerciale, “Obscure Alternatives” segna un altro passo falso; tuttavia la versione registrata ex novo e pubblicata su singolo di “Adolescent Sex” comincia a riscuotere un discreto successo nel resto d’Europa, cosa che, oltre all’ormai assodato sostegno dei fan giapponesi, dona ai Japan coraggio e motivazioni per proseguire.
In quell’autunno, la Band intraprende quello che sarà il primo e unico tour americano: quattro date davanti a poche manciate di spettatori. L’insuccesso porta fortissime tensioni in seno al gruppo, che arriva quasi a decidere per lo scioglimento. La tappa successiva doveva essere l’Australia, ma Sylvian accusa problemi alle tonsille. Il tour viene annullato, il cantante subisce un intervento chirurgico e in poco tempo si rimette…
ma la sua voce, per somma fortuna del mondo, non sarà più quella di prima.
Nel 1979, prima d’imbarcarsi a marzo nel tour giapponese, registrano alcuni demo per il nuovo album.
I brani che producono in questo periodo virano con decisione verso un elettro-pop ballabile basato sui synth.
La svolta definitiva arriva col singolo “Life In Tokyo”, la cui produzione è affidata al Re Mida della Disco, Giorgio Moroder. Per il mondo, i Japan sono ora, a tutti gli effetti, una band new wave.
Buona parte dell’anno trascorre in tour: marzo in Giappone, aprile in Europa (Germania, Belgio, Olanda) e poi ritorno in Gran Bretagna. La conferma dei “nuovi” Japan arriva a fine anno, quando esce lo splendido e sontuoso “Quiet Life”. È il primo album di cui sono pienamente soddisfatto e lo vedo come un picco per la band,” dirà Sylvian alla rivista Smash Hits. Classico anello di congiunzione tra un prima e un dopo, l’opera si snoda su ambiziosi arrangiamenti all’insegna dell’eleganza estetica e formale (affidano la produzione, guarda un po’, a John Punter, storico produttore dei Roxy Music), e punta verso un suono moderno che fa l’occhiolino al Bowie della trilogia berlinese. Su tutto, spicca la “nuova”, magnifica voce baritonale di David Sylvian, ora crooner modernissimo che mutua i fraseggi del Ferry più languido. Quiet Life, brano uscito anche come singolo, è una sorta di Sacro Graal al quale attingeranno a piene mani i Duran Duran degli esordi (ascoltare, prego, Planet Earth) e gli esponenti del movimento New Romantic.

japan manocchia seconda

Sorprende l’ennesimo fallimento commerciale. Despair è forse il capolavoro del disco: echi d’esotismo orientale incastonati su un mosaico tipicamente mitteleuropeo. Frastornante e indimenticabile. C’è spazio anche per un omaggio ai Velvet Underground, altra influenza fondamentale della Band (pur se meno evidente): All Tomorrow’s Parties si veste di suggestioni elettroniche lievi e squisitamente complesse.
In sintesi, otto piccole perle dove le trame ritmiche di Steve Jensen si fanno intricate e intriganti, il basso fretless di Mick Karn pervade sinuosamente gli arrangiamenti e accarezza il cuore dell’ascoltatore, le tastiere di Richard Barbieri creano indefiniti paesaggi ambient e i contrappunti pianistici cesellano algidi orizzonti dai quali giunge la sublime voce di Sylvian a tingere il tutto con melodie oscure, oblique, intrise di passionale languore.
Nella primavera del 1980, dopo il mezzo fallimento del singolo “I Second That Emotion” (caruccio ma nulla più), la Hansa scarica il Gruppo. Alcune major, pur non mostrando troppo entusiasmo, tiepidamente corteggiano: alla fine, la spunterà quel volpone di Branson (Virgin) attentissimo ai trend. Proprio in quell’anno, infatti, il New Romantic comincia a conquistarsi le prime pagine delle riviste specializzate, e i suoi principali esponenti citano, guarda caso, i Japan tra le loro principali influenze. Di punto in bianco, la Hansa ci ripensa, ma ormai Sylvian e soci sono decisi a firmare per la Virgin. A causa del solito cavillo contrattuale, dovranno però pagare un pesantissimo dazio all’etichetta tedesca. A fine estate, vengono comunque ultimate le registrazioni del nuovo album, programmato per l’uscita a novembre.
“Gentlemen Take Polaroids” riprende e arricchisce i percorsi sonori tracciati dal precedente lavoro.
L’elegante esotismo di Sylvian pervade l’intero album con ammaliante discrezione, senza mai diventare eccessivo; i dogmi del pop easy listening vengono irrisi con una classe che non ha forse paragoni se non nei Roxy Music (ancora…). Sylvian, ormai leader indiscusso, fa sfoggio di una scintillante maturità compositiva e di una vocalità tenue e struggente. Eppure questo è il momento in cui la Band comincia a sfaldarsi. La title-track apre il lotto insinuando suggestioni decadenti e malate nel cuore della più fruibile orecchiabilità: è già troppo tardi quando ci si accorge dell’effetto “cavallo di Troia”.
La resa definitiva arriva con Nightporter, indescrivibilmente bella (e infatti non ci provo nemmeno) e con la conclusiva Taking Islands In Africa, scritta da quel Sakamoto che in seguito accompagnerà Sylvian nei suoi futuri, intricatissimi percorsi da solista; da citare, infine, anche l’algida Burning Bridges, che avanza pericolosamente sulla linea di confine tra plagio e omaggio al Bowie di “Warszawa”.
I Japan confermano l’amore per il dettaglio e la passione per la miniatura, dando vita a una musica che più d’una volta si avvicina alla perfezione formale, studiata con rigore geometrico, certosino, senza sbavature, e che riesce a sposare pop e avanguardia con somma maestria. L’album, finalmente, consegna loro il successo ormai insperato. Dopo l’ormai usuale giro di concerti in Giappone, Rob Dean decide di lasciare, e Sylvian si accolla le parti di chitarra. Nel frattempo, la Hansa ripubblica (naturalmente senza il consenso del gruppo, che, come detto, era passato alla Virgin) il singolo “Quiet Life”, che questa volta finisce dritto nella Top 20, regalando ai Japan la loro prima apparizione a Top Of The Pops. Dopo quattro anni, giunge finalmente il successo su scala europea:
i Japan sono uno dei gruppi del momento. Anticipato dal singolo “The Art Of Parties”, nel novembre del 1981 esce l’atteso quinto album, “Tin Drum”.
Pur tra i cronici dissidi interni, la Band è in stato di grazia e il disco può essere definito come il loro capolavoro: mai banale, fascinoso e ispiratissimo. Il sound si sposta ancor più verso un elettro-pop di sublimi fattezze, sostenuto dalla magia del basso di Karn e dall’inesauribile creatività ritmica di Jensen;
la voce di Sylvian, pur non riuscendo a liberarsi del tutto da certi manierismi, regala sensazioni da pelle d’oca. Nonostante l’immediato successo, non è opera facile. Tin Drum, costruita com’è su idee che nascono in territori diversissimi: da un lato la passione romantica, dall’altro la glacialità elettronica e in mezzo la sempre più accentuata fascinazione per la cultura orientale e un’intelligente attitudine al minimalismo, tutti elementi perfettamente compendiati in “Ghosts”, terzo singolo estratto dall’album e loro più grande successo.
All’apice della tanto bramata notorietà, i Japan decidono di sciogliersi.
Il tour d’addio, documentato dal live postumo “Oil On Canvas”, sarà il più lungo e si concluderà il 16 dicembre del 1982 a Nagoya, in Giappone. Troppo frettolosamente archiviati da critica e pubblico dopo lo scioglimento, i Japan rimangono uno degli ensemble più originali e influenti del pop inglese:
la loro ricerca sonora è un ponte cesellato di gemme rare e pregiate che collega la cultura mitteleuropea ai giardini zen del Sol Levante, e che si può percorrere con estremo piacere, tenendo gli occhi fissi sull’orizzonte senza paura d’inciampare in orribili “robe” new age.

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Un pensiero riguardo “JAPAN: miniature mitteleuropee nel giardino zen – di Massimiliano Manocchia

  • Agosto 5, 2016 in 12:47 pm
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    Post da lode. Concordo con quello che scrivi : “rimangono uno degli ensemble più originali e influenti del pop inglese”. L’album migliore, a mio parere, è TIN DRUM. Ghost è eccezionale, ma anche Cantonese boy, Vison of China… Ma è l’accostamento fra la tribalità evocata dalle percussioni, e la tecnologia dei suoni campionati e sintetici che colpisce.E’ come pensare ad un energumeno che brandisce un machete per le strade nei giorni nostri seguito da un drone pronto a colpirlo con armi a laser…

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