Janus: “Al Maestrale” (1978) – di Gianluca Chiovelli

In realtà non molto progressivi… forse fascisti; e detentori di una patente di alternatività garantita, più che dalle scelte musicali, dalla quasi totale clandestinità. Un’aura da ghetto dovuta certamente alla temperie politica coeva, alla carenza di un pubblico partecipe e, forse, anche ad un sommesso compiacimento underground per l’autoesclusione (“Le aquile volano sole, i corvi vanno a stormi”). Formatisi a Roma a metà dei Settanta su impulso di Mario Ladich, gli Janus risentono, rispetto alla media della produzione italiana del periodo, degli stessi limiti che questa soffre nei confronti di quella maggiore europea: debolezza delle parti vocali, improvvisazione, privilegio della parte militante su quella squisitamente musicale, ricerca esclusiva del melodismo. Nonostante tali manchevolezze, gli Janus si differenziano, però, dalle precedenti esperienze di destra: sia per il loro eclettismo sonoro (il rock indurito tipico dei Settanta, il progressive, il punk), sia per un deciso arricchimento dei riferimenti culturali a detrimento della pura testimonianza nostalgica: De Aegypto è il volgarizzamento d’un poema di Ezra Pound, il testo di Al Maestrale pare liberamente ispirato all’omonima canzone da ballo di Friedrich Nietzsche. Altrove i Nostri diluiscono meritoriamente eventuali tributi al nazifascismo in un’elegia funebre (Dresda); celebrano l’escapismo con rimandi al folclore celtico e tolkeniano (An dro, King of the fairies); si concedono raramente alla lutulènza dell’odio politico (Kampf: “Attento compagno inizia la lotta!”), anzi declinano tale sentimento con accenti frontisti che, oggi, non possono che muovere al sorriso (L’Europa delle aquile: “No, non credo all’uomo massa / No, non credo alle follie di Karl Marx / No, non credo all’uomo ingranaggio / No, non credo ai grattacieli dello Zio Sam!”); celebrano il cameratismo con riservato contegno (Note per un amico [A Stefano], Canzone di un prigioniero politico); mostrano una certa forza d’ensemble (nella Janus first session, 26’14”). La storia di quegli anni li inseguì per lasciare cicatrici e ingenerare future nostalgie. Il chitarrista Stefano Recchioni, infatti, venne ucciso nel 1978 da un membro delle forze dell’ordine durante gli scontri scoppiati in seguito ai fatti di Acca Larentia (altri due militanti del MSI caddero per mano di un sedicente Nucleo Armato di Contropotere Territoriale). In realtà le istanze politiche del tempo (di qualunque parte) erano già carne da macello da almeno un quinquennio; la normalizzazione del Potere Unico avanzava incontrastata. Pochi la riconobbero, ancor meno la denunciarono esplicitamente. The brave new world, che ora viviamo, era alle porte. Tutto il mondo politico dei Settanta, strumentalizzato e annientato proprio da quel Potere, recava già le stimmate di una sconfitta epocale. Si sparava e la guerra era perduta. Se non fosse ormai inutile una  pacificazione storica dovrebbe partire da qui.

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