Janis Joplin: “Me and Bobby McGee” (1971) – di Benedetta Servilii

Era l’estate del 1970 ed io me ne andavo in giro per il nord Europa senza soldi e senza meta. A quei tempi, ciò che importava di più erano il viaggio e gli incontri che potevano avvenire sulla strada. Avevo incontrato Paul in un autogrill e avevamo semplicemente proseguito il viaggio insieme. Ero partita da pochi giorni con il maggiolino arancio che mio padre aveva tirato a lucido per permettermi di vivere l’avventura che avevo a lungo sognato. I miei genitori non erano mai stati proibitivi e, per quanto non condividessero il modo di vivere di quegli anni, erano consapevoli che non avrebbero potuto arrestare gli eventi, né la mia corsa. Avevo 22 anni e il forte desiderio di conoscere il mondo con i miei occhi. Non avrei mai immaginato che avrei conosciuto anche la mia anima e le avrei dato un nome. Non mi ero mai sentita così, libera. Fino a quel momento pensavo fosse libertà allontanarmi da casa e seguire solo le mie passioni o lasciarmi andare a tutte le esperienze che mi si presentavano davanti senza alcuna remora, senza alcuna regola. Fino a quell’autogrill. Percepivo il suo sguardo mentre chiedevo a un caffè di svegliarmi. Un crampo allo stomaco e la netta sensazione che fosse lì per me ed io fossi arrivata lì per lui. Un appuntamento a cui entrambi non avremmo potuto tardare. Lui era fermo dall’altra parte della strada ed io non avevo avuto alcun dubbio nell’abbandonare la mia colazione e correre da lui che non aveva mai distolto lo sguardo dai miei occhi e continuava a sorridere, come chi ti sta aspettando da tanto tempo e, finalmente, ti riconosce da lontano. Avevo bisogno di abbracciarlo.
Non lo avevo mai visto in vita mia, eppure non desideravo altro che stare tra le sue braccia. Nessuna esitazione, nessuna paura, nessuna parola. Mi ero avvicinata a lui lentamente ma ero mossa da un’urgenza che non avevo mai provato. Ci eravamo ritrovati in un abbraccio che sapeva di un passato ormai lontano e della certezza che qualsiasi futuro sarebbe stato possibile. “Se vuoi guido io” erano state le sue uniche parole, io avevo sorriso al pensiero che avevamo deciso insieme l’ovvio senza nemmeno parlarci. Avevamo così proseguito il viaggio insieme, ci muovevamo l’uno nell’altra scoprendo in noi mondi che mai avremmo ritrovato sulla nostra strada. Ne avevo avuto consapevolezza quando una sera ero rimasta incantata ad ascoltare la sua voce e la sua chitarra: viaggiavo dentro di me, mi riconoscevo nei suoi occhi e lo incontravo in qualsiasi direzione decidevo di andare. Eravamo arrivati in Portogallo a settembre e procrastinavamo il nostro soggiorno a Lisbona perché avevamo incontrato un gruppo di ragazzi tedeschi che ci aveva accolto nel loro appartamento come fossimo stati da sempre compagni di viaggio. La mattina del 5 ottobre ci svegliarono delle urla. La notizia era rimbalzata da una radio all’altra, di casa in casa e noi eravamo tutti increduli. Ofelia aveva gridato con quel filo di voce reperibile al risveglio e ci aveva chiamati tutti davanti a quella radio mal assemblata per condividere l’inaccettabile. Hendrix era morto da poco più di due settimane e perdere anche Janis Joplin era troppo. Lei aveva dato voce ai miei tormenti tante volte e tante volte mi aveva risollevata con quella sua forza che arrivava dalle viscere.
Provavo emozioni difficilmente descrivibili, mi lasciavo semplicemente trasportare, come in quel viaggio. La mia inquietudine aveva la sua voce, i miei istinti inespressi la sua intensità. Janis era stata ritrovata nella sua stanza d’albergo a Los Angeles, dopo un’overdose di eroina e nessuno se ne faceva una ragione. Non avevo ascoltato la sua musica per molto tempo, per paura di lasciarla andar via davvero. Custodivo gelosamente in me la sua voce insieme a tutto quello che mi risuonava dentro e ne ero maledettamente gelosa. Non riuscivo a condividere con nessuno il terremoto che aveva innescato la sua morte e, ancor di più, quello che Janis aveva rappresentato per me. Non lo facevo nemmeno con Paul, perché sapevo che sentiva ciò che stavo provando. Ci eravamo conosciuti attraverso qualcosa che non aveva né un suono né una forma e così ci eravamo incontrati davvero, ognuno perso nel proprio mondo, con l’altro sempre al suo fianco. Era passato un anno dal nostro incontro e, a quel punto del viaggio, avevamo raggiunto la certezza che ci saremmo ritrovati e riconosciuti anche se le nostre strade si fossero divise per sempre. Così è stato. Eravamo a Vienna quando, dopo giorni inquieti e insonni, avevo deciso che fosse arrivato il momento di tornare a casa. C’era una parte di me che temeva la nostra separazione, l’altra sapeva che non ci saremmo mai davvero divisi. Appartenersi non ha a che fare con il tempo trascorso insieme, con la strada percorsa, né con i sentimenti. Tutto cambia. Appartenersi elude tempi e spazi, lo dice la parola stessa: significa diventare l’uno parte dell’altra ed io ero certa che mai avremmo avuto la sensazione di essere lontani.
Gli avevo comunicato la mia decisione di rientrare in Italia una sera, mentre cercavamo di capire dove avremmo trascorso la notte. Lui mi aveva fissato negli occhi per qualche minuto, io avevo smesso di respirare. Poi aveva semplicemente detto: va bene, però adesso andiamo a mangiare. Avevamo trovato un piccolo ostello che ci avrebbe ospitato per la nostra ultima notte insieme. Avevamo preparato le nostre cose per la partenza del mattino seguente come se il nostro viaggio dovesse ancora proseguire.  Lo sentivo fischiettare su accordi che non conoscevo. Ho un regalo per te e aveva iniziato a cantare Me and Bobby McGee. Io avevo iniziato immediatamente a piangere. Era la prima volta che ascoltavo qualcosa che mi parlasse di Janis, l’ennesima volta in cui mi riportava a me, stavolta a noi. Quella canzone era stata scritta da Kris Kristofferson, compagno di Janis nel 1969, lei l’aveva incisa poco prima di morire. Io l’ascoltavo per la prima volta dalla voce di Paul ed era stata un’emozione disarmante. Kris non aveva scritto quella canzone per Janis ma era stata sua sin da subito, lei ne aveva cambiato alcune parole e l’aveva declinata al femminile. Ora era anche mia, nostra. La storia di un viaggio, di una libertà che ci aveva dato vita e di un amore incondizionato. Freedom’s just another word for nothin’ left to lose noi non avevamo nulla da perdere e avevamo trovato e condiviso quello che non avrei mai più dimenticato. Quella notte avevamo dormito abbracciati così forte da ricordarci l’intensità del nostro primo incontro, consapevoli di un addio che sarebbe stato inevitabile. Le nostre strade non si sono mai più incrociate, eppure condivido ancora con lui i miei passi. Quando ascolto Me and Bobby McGee mi commuovo ancora, chiudo gli occhi e Paul è ancora lì davanti a me con la sua chitarra. Scambierei tutti i miei domani per un solo ieri, poi mi dico: va bene, però adesso andiamo a mangiare e torno a sorridere.

Busted flat in Baton Rouge, waitin’ for a train / When I’s feelin’ near as faded as my jeans
Bobby thumbed a diesel down just before it rained / And rode us all the way into New Orleans
I pulled my harpoon out of my dirty red bandana / I’s playin’ soft while Bobby sang the blues
Windshield wipers slappin’ time / I’s holdin’ Bobby’s hand in mine
We sang every song that driver knew / Freedom’s just another word for nothin’ left to lose
Nothin’, it ain’t nothin’ honey, if it ain’t free / And feelin’ good was easy, Lord, when he sang the blues
You know feelin’ good was good enough for me / Good enough for me and my Bobby McGee
From the Kentucky coal mines to the California sun / Yeah, Bobby shared the secrets of my soul
Through all kinds of weather, through everything we done / Yeah, Bobby baby kept me from the cold
One day up near Salinas, Lord, I let him slip away / He’s lookin’ for that home and I hope he finds it
Well, I’d trade all my tomorrows for one single yesterday / To be holdin’ Bobby’s body next to mine
Freedom’s just another word for nothin’ left to lose / Nothin’, and that’s all that Bobby left me
Well, feelin’ good was easy, Lord, when he sang the blues / And feelin’ good was good enough for me
Good enough for me and my Bobby McGee, yeah / La da da, la da daa, la da daa da daa da daa
La da da da daa dadada Bobby McGee-ah / La li daa da daa daa, la da daa da daa
La la laa la daada Bobby McGee-ah yeah / La di da, ladida la dida la di daa, ladida la dida la di daa
Hey now Bobby now now Bobby McGee yeah / Lo lo lo lolo lo lo laa, lololo lo lolo lo lolo lo lolo lo la laa
Hey now Bobby now now Bobby McGee yeah / Lord, I called him my lover, I called him my man
I said I called him my lover, did the best I can / C’mon, hey now Bobby now, hey now Bobby McGee, yeah
Lo lo Lord, a Lord, a Lord, a Lord, a Lord, a Lord, a Lord, oh / Hey, hey, hey, Bobby McGee, Lord.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Questo slideshow richiede JavaScript.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: