Janis Joplin: “Little Girl Blue” (1969) – di Francesco Picca

“Preferirei non cantare piuttosto che cantare piano”. In questa affermazione secca e priva di seconde vie c’è lo spirito, l’anima, la controcultura di Janis Joplin. Ci sono le sue veloci parentesi, i suoi cambi di rotta repentini, la sua incapacità di restare nel mezzo. C’è la piccola Janis studentessa modello in una scuola del Texas razzista e maschilista degli anni 50, così come c’è pure la giovane performer blues che sgomita sui palchi dei clubs della California. C’è la ragazza delusa che ritorna a casa, nel vano tentativo di calarsi nuovamente in un clima austero, nel magma familiare, salvo poi ritornare sui propri passi e divenire una irresistibile icona hippy. Nel 1969 la Columbia Records incide l’album “I Got Dem Ol’ Kozmic Blues Again Mama!”tra i brani Little Girl Blue, una cover del brano di Nina Simone che dava il titolo al suo primo album del 1958 (Bethlehem Records). La questione razziale e tutta la musica afroamericana avevano segnato e forgiato la formazione musicale e sociale di Janis.
La versione originale di Nina Simone è un capolavoro jazz affidato alla danza lenta tra i tasti del pianoforte e le trame setose di una voce impeccabile; il significato profondo del testo passa quasi in secondo piano. L’interpretazione decisamente blues di Janis Joplin racchiude, invece, ogni grammo di ogni singolo prezioso ingrediente di quel meraviglioso intruglio alchemico che ha nutrito la sua breve e spregiudicata vita artistica. Le note, la voce modulata e moderata su timbriche non consuete, ci dicono che il Southern Comfort, prima ancora di essere una bottiglia di alcool ambrato, è un “confortevole” intruglio di whiskey, arancia, vaniglia e cannella, nato nel quartiere francese di New Orleans; ci dicono, sommessamente, che l’eroina è solo un errore, una spallata alle disillusioni e ai desideri perduti, alle occasioni mancate, alle attese infinite, al vuoto di chi non ritorna; ci dicono che Janis ama disperatamente la “piccola” Janis, e ama le sue piccole dita, anche se ha qualche difficoltà a dimostrarlo, ma che comunque la abbraccia, la stringe a se, la accoglie, con tutti i suoi difetti, che sono più delle gocce di pioggia; ci dicono che una canzone può riappacificare il mondo intero, così come può stanare quell’inferno di incomprensioni che hanno allontanato Janis dalla propria famiglia e hanno trasformato una camera d’albergo nella nuova casa; ci dicono che un letto disfatto e una bottiglia sono due “non luoghi” terribili, accoglienti fino a che l’incoscienza domina e prevale, fino a che uno sprazzo di amara lucidità non ricolloca i nomi nelle apposite caselle lasciandone, come sempre, qualcuna vuota.
Little Girl Blue è un brano di profondo intimismo che la Janis riesce a trasformare in uno dei suoi innumerevoli tentativi, spesso disperati, di accreditamento ad un mondo ostile, in una manifestazione delicata del suo opprimente bisogno di accettazione. Quel “siediti lì” evoca i gradini di una veranda affacciata sul deserto del Texas e reclama l’ombra accudente che difende dal sole feroce; sussurra di vicinanza, di taciturna complicità, di sorellanza solidale tra anime che provano ad annullare, per quanto sia concesso, quel senso di inutilità e quella morsa soffocante di profonda infelicità. In quel “siediti lì, perentorio e in apparenza brusco, c’è buona parte della vita di una ragazza di Port Arthur che ha avuto la pretesa di riscriverne i passaggi salienti, con tratti netti, definiti, in una sorta di biografia irrituale pullulante di quelle fedeli anime blues che ha intercettato e catturato con la propria arte e di quei corpi, maschili e femminili, che hanno incrociato occasionalmente il suo, compresi quelli accalcati sotto il palco, sui quali allungava le mani e spandeva irresistibili sorrisi. Con lo stesso gesto, con mani tese ed un sorriso, qualcuno, nell’ottobre del 1970, ha sparso le sue ceneri nel blu dell’Oceano Pacifico. A noi restano, per sempre, l’energia e il vuoto, il solco profondo e la pienezza, la voce poderosa e i silenzi, le vocali graffianti e i respiri profondi, il trasporto totale e incondizionato di una donna/ragazzina. Sopra tutto ci resta la certezza di “come ti senti”, piccola ragazza blue.

Siediti lì, conta le tue dita / che altro, che altro puoi fare? / E so come ti senti sola
So che senti di essere inutile / Ma continua a sederti qui / vai e conta, conta le tue dita
mia infelice, sfortunata, / oh, mia piccola, piccola bambina triste
siediti lì, vai e conta quelle gocce di pioggia
E so che ti stanno cadendo tutte attorno, tutte attorno a te
Era tutto ciò su cui dovevi contare / tutto su cui vorrai contare
e tutto quello di cui avrai mai bisogno / tesoro, voglio dirti giusto adesso
si sentirà semplicemente come quelle gocce di pioggia
Quando stanno cadendo, dolcezza, tutte / dolcezza, tutte attorno a te, tutte attorno
dolcezza, tutte attorno te, sì / siediti lì, vai, vai avanti e conta le dita
non so cos’altro, cos’altro devi fare / dolcezza e so come ti senti
e so che senti di essere finita / Dolcezza, siediti lì / voglio che conti, conta le tue dita
perché sei la mia infelice, sfortunata / sei la mia piccola, piccola bambina triste
dolcezza, so che sei sola / ooh, dolcezza, so come ti senti / dolcezza, so come ti senti, è finita
dolcezza, so semplicemente come ti senti / ho detto ”giuro di farlo”
dolcezza, giuro, dolcezza, ora, ora, ora, ora / Ora, ora, ora, ora
Dio, ora, ora, ora, ora, ora, ora, ora / semplicemente, dolcezza, semplicemente,
semplicemente so come ti senti.

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