Jane’s Addiction: “Nothing Shocking” (1988) – di Maurizio Fierro

Se negli Stati Uniti alla metà degli anni Ottanta la new wave può quasi considerarsi acqua passata e il punk si è ormai depotenziato in un rock senza nerbo, l’emersione dei R.E.M. dalla semiclandestinità dell’underground ha convinto molti che dai “garage del rock” possano saltar fuori realtà capaci di imporsi anche dal punto di vista commerciale. Siamo nell’epoca in cui gli States sono attraversati dal fantasma dell’oscurantismo, a cui danno carne associazioni come il Parents Music Resource Center, sorta nel 1985 per iniziativa di Mary Tipper Gore (moglie di Al Gore, eletto al Congresso per il Tennessee) con lo scopo di misurare i contenuti dei prodotti discografici con il metro morale del conservatorismo Wasp. In questo contesto il rock indipendente, che si mantiene vivo attraverso locali, fanzone ed emittenti radiofoniche, mette nel mirino le major come metafora del potere e lancia i suoi strali contro gli stilemi dell’intrattenimento codificato alla MTV.
Se a New York viene preso di mira lo yuppismo simboleggiato da “Wall Street”, pellicola portata sul grande schermo da Oliver Stone nel 1987, a Los Angeles a farne le spese è la sdolcinatezza californiana, con il suo stile di vita sibarita, il finto glamour modaiolo hollywoodiano a cui, come in un salto quantico, si giustappone la frustrazione rabbiosa delle periferie, devastate dalle sanguinose lotte fra le gang. È questa la dimensione in cui si muove Perry Farrell, cantante di origine ebraica (il suo vero nome è Peretz Bernstein), personalità eccentrica e ambiziosa, eroinomane convinto, surfista per passione, segnato dal suicidio della madre avvenuto quando aveva tre anni che in seguito evocherà nella dolente Then She Did. Dopo essere stato il frontman degli Psi Com – gruppo attivo all’inizio degli anni Ottanta sulla scena underground di Los Angeles che incide un mini LP nel 1985 prima di dissolversi fra paranoie mentali e manie pseudo religiose di alcuni suoi componenti – Farrell conosce il talentuoso bassista Eric Avery e, poco dopo, il batterista Stephen Perkins.
Nasce l’idea di una band, Perkins coinvolge anche un suo ex compagno di scuola, Dave Navarro, un chitarrista diciannovenne di origine messicana, anche lui con un passato segnato dalla tragedia (sua madre e sua zia furono assassinate quando aveva 15 anni) con cui ha suonato per un periodo in un gruppo chiamato Dizastre e, da lì a poco, nascono i Jane’s Addiction, che mutuano il nome da un’amica eroinomane di Farrell. Il gruppo si muove nel circuito underground di Los Angeles, diventando la house band dello Scream, sull’Hollywood Boulevard, il club fondato da Michael Stewart e dalla sedicente “Queen of Sunset Strip”, ovvero Dayle Gloria, un locale che si sta affermando come uno dei più in vista di Los Angeles/Hollywood, e dove i Jane’s Addiction inaugurano i venerdì musicali alternandosi con i Guns N’ Roses e i Red Hot Chili Peppers.
Registrano l’album d’esordio omonimo nel 1987 al Roxy Theatre, sul Sunset Boulevard e, il buon successo del 33 giri attira l’attenzione della Warner. Le sirene della major non lasciano indifferente Farrell, un tipo ambizioso, ammantato da una stravaganza naïve, uno a cui non frega nulla di rischiare la pira degli eretici, troppo innamorato dell’idea di quanta polvere di stelle il suo romanticismo sui generis possa far cadere intorno a sé: la luce dei riflettori sono un luogo d’elezione per la sua personalità istrionica, i panni anonimi dell’underground gli vanno stretti e così traghetta i Jane’s Addiction dalla piccola etichetta Triple X del primo LP alla Warner, indossando il vestito con i lustrini del mainstream e consentendo alla band di confidare nella proprietà transitiva di fama e guadagni conquistati dai R.E.M.. È un’anima tormentata Perry Farrell, sempre in bilico fra la penombra della marginalità di periferia e i riflettori del palcoscenico, tra l’idea dell’indipendenza e l’attitudine a commercializzarla (il successivo festival itinerante Lollapalooza organizzato dal cantante, sorta di rituale di passaggio in cui sacrificare il nascosto sull’altare della visibilità, ne sarà il plastico esempio). Però Farrell è anche un eccentrico, e allora decide di declinare a suo modo il “vivere alla grande delle corporation”.
Ne è prova la copertina del secondo LP “Nothing Shocking”, del 1988, una controversa scultura da lui stesso ideata e realizzata che raffigura la compagna, l’attrice Casey Niccoli, sdoppiata in due sorelle siamesi nude e con la testa in fiamme sedute su una surreale sedia a dondolo: un’istantanea che è come un pugno nel ventre molle del finto perbenismo a stelle e strisce, ben effigiato dalla Warner in rappresentanza di tutte le major. Un pugno art rock che sembra sottintendere: “Ci avete voluti nel salotto buono? Bene, beccatevi questo!”. Ma il 33 giri non è solo un buon lavoro, come il primo live, ma è il più innovativo dell’anno, una bomba ritmica che sconquassa… e allora alla Warner stanno buoni, accontentandosi di far rivestire la copertina con una pellicola marrone. Nelle undici tracce contenute nell’LP sembra quasi di viaggiare insieme a Farrell su una delle sue amate tavole da surf, alla ricerca di un agognato quanto illusorio stato di grazia, tracce che sono degne del miglior rock anni Settanta e che permettono ai Jane’s Addiction di diventare un punto di riferimento irrinunciabile per la narrazione alternativa di quegli anni. Nella prima track, Up the Beach, il basso vibrante di Avery e i vocalizzi allucinati di Farrell sono una specie di conto alla rovescia in attesa dell’esplosione, che puntualmente prende forma in Ocean Size, ed è come la sferzata di un’onda anomala che ti investe e ti lascia sulla battigia tramortito, con la voce impetuosa di Farrell e i riff prepotenti della Ibanez di Dave Navarro a marchiare a fuoco lo stile del gruppo.
Se in Had A Dad la sezione ritmica di Avery e Perkins danno un degno sostegno al dirompente chitarrismo di Navarro, mentre Farrell si interroga sull’inutilità di avere un padre grande e forte che nella realtà non c’è, sineddoche di una generazione cresciuta senza padri, in Ted Just Admit It il cantante evoca il processo in corso contro uno dei più ferini serial killer vomitati dall’Inferno, Ted Bundy, l’assassino gentile, quello laureato in psicologia, ben vestito e dai tratti affascinanti, che conquista la fiducia delle sue vittime con i suoi modi da studente modello e che da lì a poco finirà sulla sedia elettrica per aver ucciso 36 ragazze, tutte con i capelli castani e la riga in mezzo perché ricordano la sua ex fidanzata da cui è stato abbandonato (Debbie Harry raccontò di aver accettato un passaggio da Bundy ma di essere riuscita a fuggire). Nella lunga song Farrell, ossessionato dall’idea di violenza e dalla giustificazione morale che l’umanità si crea per sostenerla, quasi fosse un percorso filosofico il suo, compie un viaggio nel cuore di tenebra di un’America anestetizzata dall’oscurantismo reaganiano, fra soap opera e telenovelas. Sex Is Violence, ammonisce il cantante, e la sua cantilena, accompagnata dalle note funk di Dave Navarro, assomiglia a una sorta di canto salmodiante, e sembra quasi di essere spinti sull’orlo di un abisso in attesa di ricevere la spinta finale.
È un attacco tout court all’establishment culturale, colpevole di trasmettere attraverso la TV immagini che sono solo “un altro show con sesso e violenza”, e pare di sentire l’eco delle parole di Pier Vittorio Tondelli che, dall’altra parte dell’oceano, in quegli stessi anni afferma: “se tutti noi offriamo ai giovani solo schifezze, che cosa mai potremo chiedere in cambio?”. Standind In The Shower…Thinking corre su un mood esaltato dalle percussioni di Perkins, a cui fanno da contrappuntato le riflessioni di Farrell, che si interroga sulle dinamiche del potere e su quel labile confine che separa un leader da un fuorilegge, mentre “l’acqua calda mi scivola sulle spalle e io mi piscio addosso”. L’onirica Summertime Rolls e la deliziosa Mountain Song, con l’inconfondibile giro di basso iniziale di Avery, altri due esempi dell’innovativo stile del gruppo, capace di coniugare echi psichedelici con cambi di ritmo hard, ci proiettano nell’orbita di Idiots Rule, un boogie rock stralunato, con i fiati di Christopher Dowd, Angelo Moore (Fishbone) e Flea (Red Hot Chili Pepper) a richiamare certe horn band californiane del passato.
Infine Jane Says, che diventerà l’inno della band, una dolente ballata folk che fa da intermezzo acustico a tanto rock elettrico, un tuffo nei tormenti di un’anima persa fra eroina e prostituzione e, chissà “se e quando potrà mettere via i soldi sufficienti per raggiungere la Spagna”, come vagheggiato dal testo di Farrell. L’album si chiude con i richiami tribali dell’ironica Thank You Boys, con il cantante a ringraziare fan e sostenitori, accompagnato da una sorta di minimalismo ritmico di stampo brasiliano. È un album difficilmente etichettabile “Nothing Shocking”, una scatola magica di nuovo conio che shakera hard rock e new wave, lampi di psichedelica e atmosfere funk, facendone saltar fuori la sorpresa di un cocktail ibrido, inedito, elettrizzante, capace di accendere bagliori di luce nell’oscurità e di mettere a nudo, senza mediazioni e senza menzogne, l’ipocrisia del perbenismo in doppiopetto. Un ustionante viaggio interiore, in un certo senso, inevitabile riflesso delle personalità sulfuree dei componenti della band.

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