Jamey Johnson: “That Lonesome Song” (2008) – di Claudio Trezzani

A volte si fa un uso improprio o esagerato del termine artista di culto, ma non stavolta. Jamey Johnson è forse uno degli artisti (se non l’artista) più importanti e sottovalutati della musica americana. Non limito la mia definizione solo al country (di cui è uno degli esponenti più celebrati) ma la sua importanza compositiva, lirica e ora anche di produzione è di tutta la musica americana. Il culto di JJ, che conta migliaia e migliaia di adepti in giro per il mondo, è cominciato davvero con questo meraviglioso e perfetto (non esagero) disco del 2008: “That Lonesome Song“, uno di quei dischi che spingono i giovani a tentare la via della vita dedicata alla musica, una delle pietre miliari di quel genere comunemente noto come outlaw country. Un disco che fra venti o trent’anni anni diventerà nelle memorie della musica a stelle e strisce come “Dreaming My Dreams” di Waylon Jennings oppure “Darkness of the Edge of Town” di Bruce Springsteen, un disco da prendere come paragone e ispirazione per le generazioni a venire. Sottovalutato sì, ma alla sua uscita fece il proverbiale botto commerciale con oltre 600.000 copie vendute. Un numero spropositato se pensate che al tempo il buon Jamey era “uscito” dal giro che contava e il disco è lunghissimo (14 brani per quasi un’ora di musica) e senza un vero singolo, ma la lungimiranza di Luke Lewis della Mercury Records ha premiato il lavoro del barbuto dell’Alabama. E pensare che il disco era già stato prodotto in digitale nel 2007 dallo stesso Johnson, salvo poi aver colpito proprio Lewis.
Una copertina cupa, molto cupa, un titolo triste e dei testi ispirati da bruttissimi momenti della vita del cantante, non hanno impedito al disco di esplodere come una bomba fra le strade della Nashville che lo avevano risputato via come un rifiuto andato a male appena due anni prima. Era un predestinato Jamey Johnson, con quella voce così profonda, così evocativa e quella sua abilità di scrivere canzoni di successo (ne ha scritte una marea e per tantissimi artisti) tanto che il suo esordio del 2006, “The Dollar“, venne prodotto da una leggenda vivente dietro la consolle: Buddy Cannon. Ma, si sa, se le stelle non sono allineate, a volte semplicemente non succede e la scelta (disastrosa a posteriori) della casa discografica dell’epoca di mandare come singolo apripista del lavoro Rebelicious, forse una delle più banali canzoni mai scritte da Jamey, fu la pietra tombale sui risultati commerciali del lavoro. Licenziato così su due piedi, una cosa che fece iniziare una spirale discendente, acuita dalla fine del suo matrimonio. Alcol e depressione assieme non sono mai una bella coppia. Ed eccoci arrivati al ritorno dell’ispirazione, allo sfruttare quelle esperienze come Musa per le sue canzoni, per uscirne definitivamente.
Il disco è suonato e prodotto assieme alla sua band, i The Kent Hardly Playboys, e delle 14 canzoni ben 12 sono a firma di Johnson, mentre due sono cover del più grande cantante country che il Texas abbia prodotto e cioè Waylon Jennings (Dreaming My Dreams e The Door is Always Open), un omaggio sentito e riuscito che fa sembrare questi due capolavori scritti per lui. Una voce convincente e un sound perfetto, nulla fuori posto. Il lavoro si apre (letteralmente) con l’apertura di una cella, quasi a significare il rilascio dell’anima del cantante verso una nuova vita e soprattutto verso una delle più belle canzoni country mai scritte, High Cost of Living, un gioiello di quasi 6 minuti, autobiografico e diretto, con un suono asciutto e polveroso, pedal-steel organo e la sua voce indimenticabile. Basterebbe questo pezzo per fare innamorare di questo nuovo classico qualsiasi amante del country più vero, un brano di quelli che ascolteresti per giorni senza stancarti mai. Con un’apertura del genere le aspettative sono altissime e, fidatevi, non saranno deluse. A seguire Angel, una struggente ballata country che il suono della pedal-steel guida verso l’abisso dell’abuso di sostanze proibite dopo la perdita di un’amore vero.
Affiora l’esperienza del cantante nelle liriche e non in maniera velata.
Il suono di un jet che atterra ci porta in un paradiso della Florida con Place out on the Ocean, dove la chitarra fa un lavoro straordinario e Jamey nonostante sia in questo paradiso in terra pensa solo a lei, suono allegro ma sentimento amaro, tipico sentimento country. Bellissima anche questa. Finalmente una venatura honky-tonk, con l’inizio di chitarra arrabbiata in Mowin’ Down The Roses, un accenno di southern e il testo che è l’unico che appare differente, meno introspettivo e profondo ma solo la rivalsa di un marito ferito e abbandonato che devasta con piacere tutte le cose preferite dalla moglie, il sapore dolce ma effimero di una vendetta materiale. Il brano però è di qualità superiore, il sound ha il sapore della sua terra, l’Alabama, e piace a ogni ascolto di più. Dopo la cover di Waylon Jennings già citata e Mary Go Round, altra ballata struggente che stavolta ci parla di una moglie trascinata nella spirale auto-distruttiva del marito, abbiamo una delle altre gemme assolute del disco e cioè In Color, altro classico moderno e uno dei pezzi preferiti dai fans di JJ. Una ballata stupenda, intensa e ispirata che ha fruttato al nostro nomination e classifiche, che la sua voce ha reso unica. Il testo poi è un capolavoro lirico, un gioiello che racconta di come un anziano mostri vecchie fotografie di ricordi felici al nipote, spiegandogli la differenza, spiegando l’intensità di viverle davvero:
E se sembra che fossimo spaventati a morte /
Come un paio di ragazzi che cercano di salvarsi a vicenda / Avresti dovuto vederlo a colori” . Geniale, uno dei passaggi lirici più alti degli ultimi vent’anni di musica. Ma non pensate che i capolavori siano finiti qui, scritta assieme a Ted Gentry degli Alabama (la band) arriva la nostalgica ballata western The Last Cowboy, una lenta cavalcata verso un tramonto lontano. Come vi ho detto, nulla in questo disco è superfluo o fuori posto e questa canzone nella sua semplicità country è perfetta. Arriva la title-track e come non bastassero i capolavori già ascoltati, eccone un altro scritto assieme a Wayd Battle e il grandissimo Kendell Marvel. Un bellissimo incedere di chitarra, quasi un climax e anche qui le liriche non sono banali o ciò sentite ma autobiografiche: “Ho scoperto di essermi sbagliato per così tanto tempo / Ho pensato che fosse la fama, la gloria e il denaro / Ma tutto quello che ho da mostrare è una dannata canzone / Ed è triste ed è pesante / Nessuno può cantare insieme a me”.
La canzone che spiega la sua vita è qui, davanti ai nostri occhi e ci commuove quasi la maniera sincera di confessare le sue debolezze.
La seconda stupenda cover di Waylon e l’amaro divertente honky-tonk di Women, ci introducono al finale del disco e i capolavori non sono finiti. Stars in Alabama, la seconda canzone scritta con Gentry, è una telefonata fra Jamey e la madre, un’idea semplice che però trasforma la nostalgia di casa e dei suoi affetti, in un piccolo affresco della prima parte della sua vita perso a Nashville: “Ma Dio ha messo le stelle in Alabama / per aiutarti a ritrovare la strada di casa”. Una ballata sorretta dal pianoforte e dalla stupenda e mai abbastanza celebrata voce di Jamey Johnson, una voce che dovrebbe essere Patrimonio dell’Umanità. Una canzone che va ascoltata e non raccontata, tutto qui. Il lungo e meraviglioso lavoro si chiude con l’ennesimo classico delle esibizioni live di JJ: Between Jennings and Jones. Un solido country ispirato agli anni 70, anche questo sa di autobiografia, il titolo è esplicativo in tal senso e il cerchio si è chiuso perché il brano è scritto assieme a Buddy Cannon, il leggendario produttore di Willie Nelson (e tanti altri) che lo aveva introdotto al country di Nashville producendone quell’esordio che con il suo fallimento commerciale lo avevano portato dov’era. A questo capolavoro assoluto ne seguirà un altro, ancora più monumentale (doppio composto da 25 pezzi… avete capito bene!) “The Guitar Song” (2010), che manterrà le attese e sarà un altro assoluto capolavoro, se vogliamo musicalmente anche superiore a questo, ma “That Lonesome Song” è stato l’apripista necessario, una sorta di catarsi liberatoria per arrivare al futuro.
Dicevo artista di culto, non è esagerato, lo è per davvero, e non solo per questi suoi primi tre dischi ma perché è diventato riferimento assoluto del country di Nashville, scrittore e oggi anche produttore (ha la sua etichetta, la Big Gassed Records) ma il culto è accresciuto dalla incredibile storia che che è seguita a quel 2010. Infatti è rimasto uno dei live act più famosi in America, canta come sua corista la meravigliosa Melonie Cannon figlia di Buddy, ma una notte di dieci anni fa uscendo dallo studio di registrazione scivolò sul ghiaccio e batté fortissimo la testa sull’asfalto procurandosi una lesione al cervello, diagnosticata dopo qualche tempo come commozione cerebrale “iper-vigilante”, cioè si ritrova incapace di concentrarsi su ciò che non è strettamente legato alla sopravvivenza. Quindi l’ispirazione, lo scrivere canzoni, il concentrarsi su di esse risultava impossibile. Ecco il perché da quel 2010 ha fatto tantissimi concerti, famosa la sua usanza di non avere mai una setlist ma spaziare nel suo catalogo di oltre 800 canzoni conosciute ogni sera, ma solo un disco a firma sua (assieme a dei colleghi) dedicato alla memoria del compianto Hank Cochran nel 2012 (un disco di cover quindi) e solo qualche apparizione in dischi di altri artisti:
Blackberry Smoke, Willie Nelson e anche Joe Bonamassa. Un vero peccato da un lato che uno sfortunatissimo incidente ci abbia (per ora) privato delle sue nuove idee, di nuove canzoni per rinverdire il culto ma dall’altro si possono dire fortunati quelli che riescono a vedere uno dei suoi concerti. Cercateli su YouTube, ce ne sono di perfetti e vi renderete conto del suo carisma e della sua abilità. Aggiungo che ho conoscenti americani che lo hanno conosciuto personalmente o essendo cantanti country indipendenti ci hanno lavorato fianco a fianco e mi hanno confermato la sua umanità e umiltà, nonostante sia un riferimento assoluto e indiscutibile della musica moderna americana di qualità. Non esitate, andate a conoscerlo e potrete dirvi testimoni di uno che rimarrà nei libri della storia musicale come uno dei cantautori più importanti della musica americana. Buon ascolto.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

www.trexroads.altervista.org

Questo slideshow richiede JavaScript.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: