James Taylor “American Standard” (2020) – di Ignazio Gulotta

Difficile non voler bene a James Taylor, autore sensibile di canzoni dal carattere intimo e romantico che magari non reggono il paragone con altri songwriter del periodo, ma che avevano il pregio di catturare immediatamente per la grande capacità di scrivere melodie affascinanti e di immediata presa e venate di una leggiadra malinconia, questo in contrasto con vicende personali molto ingarbugliate e drammatiche, dalla tendenza alla depressione, che lo portò già da adolescente a un ricovero ospedaliero, alla dipendenza da eroina, oltre alle complicate vicende sentimentali con personaggi come Carole King e Carly Simon. Eppure la sua musica, con quel fingerpicking molto arioso e tecnicamente impeccabile, la sua voce calda e nasale ha sempre evitato le aspre e rabbiose sonorità del rock, privilegiando i toni crepuscolari e riflessivi: insomma l’eroina di Taylor non era quella urbana devastata di un Lou Reed, ma probabilmente un farmaco per alleviare un congenito mal di vivere. In ogni caso il Nostro ha continuato la sua carriera musicale, ricca di successi e vendite fino a giungere oggi all’età di 72 anni.
Nei suoi album Taylor ha spesso interpretato brani altrui, You’ve Got a Friend, uno dei suoi più grandi successi, è stato scritto da Carole King e, nell’ultimo periodo, ha realizzato sia un album di canzoni natalizie, sia l’accoppiata “Covers” (2008) e “Others Covers” (2009). Non stupisce quindi che adesso, come altri hanno fatto prima di lui (Bob Dylan, Rod Stewart), abbia deciso di confrontarsi con alcuni fra i più celebri standard della musica americana. Sono, come ha dichiarato lo stesso musicista, i brani che ha ascoltato fin da piccolo a casa, con i quali è cresciuto e che, sono sempre parole sue, ha sempre desiderato interpretare. La tracklist di “American Standard” (2020) in effetti non contiene sorprese, si tratta proprio di classici standard americani, molti provenienti da famosissimi musical e che hanno avuto come interpreti alcuni fra i più celebri cantanti e crooner che hanno calcato i palcoscenici d’Oltreoceano. Apprezzabile perciò la scelta di Taylor di interpretare le canzoni non venendo meno al suo stile, evitando di enfatizzare con arrangiamenti di tipo orchestrale o con un eccesso di archi: invece gli arrangiamenti sono molto lineari, classici, con al centro la chitarra e soprattutto la bella, calda e confidenziale voce di James Taylor.
Detto questo c’è però da chiedersi il senso di queste, sempre più ripetute, operazioni, cosa può dirci e darci di nuovo un disco come questo? Certamente la serenità di un mondo che scorre sempre uguale e senza sorprese, il piacere di ascoltare nuove versioni di classici realizzate con classe e buon gusto, un piacevolissimo accompagnamento musicale adatto a tutte le situazioni. Ma è questo che chiediamo alla musica, o non piuttosto qualcosa che perfino ci turbi, ci scuota, ci renda febbricitanti di fronte a emozioni forti, a musiche imperfette perché amano il rischio, non si adagiano sugli allori ma, di volta in volta, amino mettersi in discussione, tentano di trovare nuove strade per esprimere la complessità dell’animo umano e del mondo nel quale siamo costretti a vivere? Ecco, tutto questo non lo troverete in “American Standard”, al massimo ogni tanto affiora un po’ di nostalgia, ma per il resto si tratta di un lavoro piuttosto algido e che solo di rado riesce a regalarci una qualche emozione. A volte essere troppo elegante e perfetto è un difetto, se dietro non c’è qualcosa di più che una ricerca formale.

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