James Simon Kunen: “Fragole e Sangue: diario di uno studente rivoluzionario” (1969) -di Benedetta Servilii

“Ai miei distinti colleghi, compagni sul campo, manipoli rivoluzionari, genitori, fratelli, ai miei amici e ai miei nemici, a quanti ho già incontrato e a quanti ancora devo incontrare, ma soprattutto, a tutti gli altri”… alla soglia dei 50 anni dall’uscita di “Fragole e Sangue” (The Strawberry Statement” – Random House 1969) sento di far parte degli altri, di quelli che hanno conosciuto James Simon Kunen grazie a percorsi ostinati e contrari, seguendo strade poco battute e sincronismi impossibili da ignorare. James Simon Kunen, classe 1948, è uno studente alla Columbia University di New York  e atleta della squadra di canottaggio. Ha 19 anni ed è “a favore, fra le altre cose, degli alberi, dei fiori, delle montagne e delle colline… del mare, dell’astuzia (usata a fin di bene), dei bravi bambini, della gente …”. Non gli piacciono, invece, “il Texas, quelli che vanno allo zoo per fare gli alternativi… le nevicatine che si riducono subito in poltiglia, le giornate corte d’inverno… e il razzismo, la povertà e la guerra”. Per questi ultimi si è arrabbiato e ha lottato insieme ad altre centinaia di studenti, occupando la Columbia University nella primavera del 1968, in difesa ostinata di ciò in cui credevano. Tutti conoscono i fatti essenziali delle rivolte studentesche dilaganti in Europa e in America in quel periodo… noi, anime inquiete e ribelli, ne abbiamo anche profonda nostalgia, con la costante sensazione di essere fuori luogo e fuori tempo, come un “pesce rosso albino. albino e pure cieco” in una tazza di latte. The Strawberry Statement. Notes of a College Revolutionary” è stato tradotto ed edito in Italia soltanto nel 2016 (Edizioni Sur), quando ormai anche il film di Stuart Hagmann ad esso ispirato era caduto nell’oblio e ricordato solo da chi dello spirito della controcultura, da allora, ne ha fatto una scelta di vita. Kunen iniziò quasi per gioco a scrivere il suo libro, a raccontare in forma diaristica gli avvenimenti che si susseguirono tra l’aprile e il maggio del 1968, durante l’occupazione della Columbia University. “E tu in questa faccenda stai dalla parte dei fuorilegge?”, gli aveva chiesto la madre al telefono. Certo è che, in questa faccenda,  Kunen era dentro e ha regalato a noi “altri” la possibilità di essere con lui e di non essere più semplici spettatori. Cambiamo prospettiva, guardiamo ciò che accadde attraverso i suoi occhi e le sue idee, in una continua altalena tra pensieri e realtà… partecipiamo ai sit-in e alle assemblee, invadiamo il Rettorato, la Low Library e la Hamilton Hall e chiediamo, insieme a loro, la liberazione di un collega arrestato in cambio del Prof. Coleman che, strategicamente, abbiamo trattenuto all’interno dell’università. Attraversiamo con lui anche momenti di noia, a volte nell’attesa del nostro turno di guardia, mentre riempiamo secchi d’acqua in previsione dei gas lacrimogeni della polizia, perché lo sappiamo, la polizia arriverà… ma di paura qui dentro se ne sente davvero poca. Si avverte solo la necessità di esserci e l’impossibilità di essere altrove: non si può essere indifferenti alla guerra in Vietnam, dove migliaia di ragazzi come noi stanno morendo (in nome di cosa?) e a una prestigiosa università che non solo sta vendendo all’esercito terreni destinati a servizi per la comunità afroamericana, ma che sta portando avanti progetti di ricerca finanziati anche dal Ministero della Difesa. Alle istituzioni poco importa perché siamo qui, riesce a trasmetterlo bene il Preside Deane durante un’assemblea: “Un’università non è certo un’istituzione democratica… sapere se gli studenti approvano o disapprovano una decisione, per me conta tanto quanto sapere se gli piacciono le fragole”. E’ la chiave di lettura e il filo conduttore del libro e non perché ne ispira il titolo. Kunen rivendica, senza dichiararlo apertamente, l’esercizio del proprio discernimento con la determinazione costante della capacità di poter valutare, scegliere e agire di quelli che l’autoritarismo accademico e “i poteri forti” descrivono solo come “… un branco di mocciosi. Difficile dire chi siamo davvero. Il moccio non ce l’abbiamo. Abbiamo invece speranze e paure, o alti e bassi, come li chiamano. Spesso e volentieri siamo molto infelici, e cerchiamo di tirarci su pensando”. Alle 4 del mattino del 30 aprile 1968 la polizia fa irruzione e, attraverso gli occhi di Kunen, non abbiamo l’istinto di fuggire. Sapevamo che sarebbe successo, che ci avrebbero trascinato fuori con la forza, saremmo stati picchiati, feriti, arrestati… e che questo, forse, non ci avrebbe portato a nulla. Rimaniamo nonostante tutto questo. Il resto è storia. Il diario continua, ma la protesta rimane sullo sfondo… conosciamo un ventenne innamorato della sua compagna Laura, ritroviamo la sua “bestiale voglia di vivere” tra le mille rimuginazioni sulla politica e sulla sua sensazione di essere costantemente in lite con i tempi… viaggiamo con lui in autostop fino a casa dei genitori nel Massachusetts e, successivamente, verso il Canada alla ricerca dei renitenti alla leva che si sono rifugiati oltreconfine. L’occupazione sembra quasi lontana… in uno di miei viaggi temporali ho incontrato James Kunen al bancone di un bar. Abbiamo ordinato una birra e, dopo tanto tempo, ho riscoperto la sensazione di imbarazzo di fronte ad un uomo. Di 19 anni, tra l’altro. Mi sento piccola e timorosa, provo un senso di vergogna per non aver lottato come ha fatto lui, nell’illusione di un mondo diverso. La storia non cambia, James …” gli ho detto quasi rassegnata. Si ripete con altri nomi e altre armi, la storia ci riporta costantemente al punto di partenza… con l’aggravante che è sempre più difficile incontrare anime vive e ribelli con cui combattere. Provo una profonda rabbia per questo. Mi indica i segni dello scontro del giorno precedente, alcuni fanno ancora male. Io gli mostro timidamente i miei tatuaggi… “Sono anche questi segni di battaglie”, mi rassicura. E’ vero, alcune anche vinte. Sorride perché ha riconosciuto quello che mi ha condotto a lui… gli racconto che è stato il primo… sull’osso del collo, quello che sono disposta a rompermi pur di andare avanti. Ho sempre pensato che il caos sia l’unica condizione da ristabilire se si vogliono cambiare le cose… il mio caos ha la forma di una spirale, la stessa che ho rivisto formata da centinaia di ragazzi nell’ultima scena del film di Hagmann. Intonavano “Give peace a chance” di John Lennon, incuranti della polizia che stava facendo irruzione nella palestra. James mi fa notare che, aldilà della scelta cinematografica, ciò che loro gridavano era We shall not be moved”potente verso di una tradizionale canzone folk di Pete Seeger. “Poco importa! Perché eravate lì, James!”gli ho risposto sbattendo la birra sul bancone. Quell’immagine è coraggio e forza… ci hanno insegnato che una rivoluzione è possibile, anche quando è tutto a nostro sfavore, ci hanno ricordato che siamo il prodotto di tutto il passato ma che possiamo determinare il nostro futuro. O almeno provarci, per qualsiasi tipo di battaglia stiamo combattendo. “Ci sarà per forza qualcosa che vi tiene ancora uniti, Benedetta…”faccio un sorso e me ne servono altri tre per avere una risposta degna: la musica, James… la musica è la nostra energia, ci unisce più di ogni altra cosa”Mi guarda soddisfatto, con l’espressione di chi vuole incoraggiarti al pensiero che nulla è perduto e che ci sarà sempre un buon motivo per cui lottare. Chiediamo un’altra birra mentre da un vecchio juke box arriva il suono inconfondibile della Fender Statocaster di Hendrix… e scoppiamo a ridere. Ha ragione, c’è ancora bisogno della nostra rabbia e, per quanto la stanchezza abbia spesso il sopravvento, combattere è ancora l’unica scelta che ci rimane“per non doverlo fare mai più”Ah, dimenticavo una cosa fondamentale … a James le fragole piacciono. E anche a me.

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Un pensiero riguardo “James Simon Kunen: “Fragole e Sangue: diario di uno studente rivoluzionario” (1969) -di Benedetta Servilii

  • Agosto 12, 2018 in 5:51 pm
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    Un’adolescenza lontana, un cinema semivuoto dall’improbabile nome di Italnapoli, amici per la vita che non vedo più e questo film che mi fece sentire partecipe e viva. Poi rivisto in televisione, sparito il sapore di fragole. Grazie,
    M.

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