Jaco Van Dormael: “Dio esiste e vive a Bruxelles” (2015) – di Dario Lopez

Dio è un rozzo bastardo, gretto e meschino e vive a Bruxelles. In principio infatti Dio non creò il cielo e la terra come tutti pensano, Dio semplicemente si annoiava a morte e così, saltando tutte le tappe, creò Bruxelles. Creò le strade, gli alloggi, i cinema, ma ancora mancava qualcosa che alleviasse il suo tedio divino. Provò a popolare la città con giraffe, galline, tigri e struzzi, ma tutto ciò non funzionava, nulla lo divertiva. Allora creò l’uomo e le cose andarono meglio. Creò poi la donna, ancora meglio. Tutti questi tentativi solo per avere qualcuno che valesse la pena tormentare, qualcuno da far soffrire, qualcuno da aizzare contro qualcun’altro per ottenere discordia, guerre, sofferenze… insomma del sano intrattenimento per un Dio onnipotente dalle vedute ristrette. Ora capita che Dio (Benoit Poelvoorde) non è proprio solo, in uno squallido alloggio ammobiliato senza porte d’entrata né d’uscita… vive con una moglie sottomessa (Yolande Moreau), appassionata di sport e di figurine di baseball, un figlio che si è dato, arrivederci e grazie, di nome (ovviamente) J.C. (David Murgia), e una figlia di cui nessuno parla mai, la piccola Ea (Pili Groyne). Il Bastardo domina le vite degli uomini scrivendole al pc, ideando sempre nuove brutture da propinare ai suoi “figli”. A questa situazione Ea si ribella, su consiglio del più celebre fratello J.C. (che le appare in forma di soprammobile in miniatura) e decide di scendere sulla Terra (uscire dall’alloggio in pratica) e trovare sei nuovi apostoli, così da arrivare a un totale di diciotto, numero amato dalla mamma, e scrivere il nuovo Nuovo Testamento. “Dio esiste e vive a Bruxelles” (Le tout nouveau testament) è pieno di trovate spassose, battute gustose e una serie di situazioni surreali, ora comiche, ora tenere, che rendono il film un oggetto inusuale e particolarmente riuscito. Anche la costruzione della vicenda non è perfettamente lineare: si esplora l’esistenza di Dio e della sua famiglia in una linea narrativa che in seguito darà vita a sei piccole sottotrame, una per ognuno degli apostoli scelti a casaccio da Ea che come prima azione per sovvertire l’ordine creato dal padre, decide di comunicare (tramite un banale sms) a tutti gli uomini la data della loro morte, cosa che destabilizzerà ogni equilibrio. Tra gli apostoli scelti da Ea ci sono Jean-Claude (Didier De Neck), un uomo abbruttito dal suo lavoro, il killer François (François Damiens), l’agiata e triste Martine (Catherine Deneuve), la bella Aurélie (Laura Verlinden) dal braccio in silicone, il piccolo Willy (Romaine Gelin), prossimo alla morte e l’erotomane Marc (Serge Larivière). Un gruppo ben assortito, non c’è che dire. A volte si avverte una sensazione di frammentarietà nella narrazione messa in scena da Jaco Van Dormael, ben contrastata però dall’assurdità di alcune situazioni, da alcune trovate davvero indovinate e da almeno un paio d’attori inappuntabili… e penso principalmente a Poelvoorde, ottimo nei panni di questo Dio in ciabatte e vestaglia, fancazzista e cinico, e alla svampita Moreau, capace di restare abilmente sottotono fino alle battute finali del film. Oltre alla figura ribelle di Ea, sarà proprio quella della madre a dare una svolta a tutta l’umanità in uno sviluppo femminista che ancora una volta, come spesso accade nel Cinema più recente, ci mostra come la via verso la salvezza sia quella tinta di rosa… come la mano femminile, lontana dalle violenze e dalle bassezze maschili, possa portare a un mondo nuovo, più dolce e armonioso, semplicemente più felice. Se poi aggiungiamo quel pizzico di decisione che spesso alle donne non manca (anzi), forse poco sottolineato nel film di Van Dormael, potremmo avere sotto il naso la ricetta per il cambiamento, già compilata e pronta all’uso. 

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