Jaco Pastorius: L’arte e l’anarchia – di Gabriele Peritore

Si può sospendere una nota molle, morbida nell’aria, leggiadra e pesante come una sfera d’acciaio che sfida la gravità e farla rimanere lì, potente, a fluttuare. Se si ha il talento di Jaco Pastorius si può fare. Forse è questa la magia che ha lasciato ai posteri il Musicista della Pennsylvania: saper sfidare la gravità con uno strumento, il basso elettrico (sapientemente modificato con un chiodo si dice) che fino a quel momento nella storia della musica era stato soltanto uno strumento d’accompagnamento; come fu magia quella di Scott LaFaro con il contrabbasso, tra le rarissime eccezioni. Con Jaco lo strumento si modella per diventare accompagnamento ritmico, voce solista, improvvisatore melodico, scalatore di armonie, fino all’apice della sospensione nella gravità di note che per altri musicisti sarebbero pesantissime o impossibili da pensare… è questo il genio di Jaco Pastorius che ha dispensato la sua arte tanto velocemente quanto ha bruciato la sua vita. Il basso non era nemmeno il suo strumento, all’inizio una lunga tradizione di famiglia, partita dal nonno, lo volle batterista. Il destino però, mascherato da incidente al polso, gli rende impossibile percuotere con le bacchette e lo indirizza verso il basso elettrico, ispirato da  un artista delle sue parti che sente suonare in un locale. Anche il basso può lanciarsi in ritmi percussivi se si vuole; così inizia a studiare, totalmente da autodidatta, lo strumento. Prima di sentirlo suo però, deve apportare le giuste modifiche.
Toglie i tasti, riempie le scanalature con il mastice, lo adatta alle sue esigenze. Sente che deve migliorare il suo stile e si reca da musicisti già affermati per imparare la tecnica del muting e degli armonici artificiali. Adesso si sente pronto e in pochi anni vive le sue prime esperienze da professionista in giro per gli Stati Uniti a esibirsi dal vivo. Non basta, perché nella sua vita va tutto ad alta velocità e a vent’anni è già sposato e padre, per cui sente la responsabilità di sostenere la famiglia. Così trova ingaggi anche sulle navi da crociera. La possibilità di incidere il primo disco arriva grazie alla conoscenza del pianista Paul Bley e del giovanissimo e già talentuoso Pat Methiny. Il disco si chiama “Jaco” (1974) e non è un gran successo ma è fondamentale per il passaggio successivo. Viene incaricato dalla casa discografica Epic di New York di incidere un nuovo disco. L’album, “Jaco Pastorius” (1976) è il primo capolavoro della serie e contiene un brano semplicemente esemplare, Continuum che segna il compimento definitivo della rivoluzione a cui sottopone il suo strumento, ricorrendo ad espedienti tecnici totalmente inediti, come l’utilizzo degli armonici e quello intensivo dei bicordi. Non è il momento di riscuotere successo ma con questo materiale può proporsi al geniale tastierista Joe Zawinul che rimane piacevolmente colpito e, quando si presenta l’occasione, per l’abbandono del bassista titolare, ingaggia Jaco nei Weather Report. Fin da subito è inserito nel progetto “Black Market, in cui Pastorius suona solo in due brani, Barbary Coast e Cannonball. In seguito collabora in “Heavy Weather, poi viene il controverso “Mr. Gone, l’eccezionale “Night Passage e il conclusivo “Weather Report. Adesso sì, sono gli anni del successo. Firma dei brani in tutti gli album di quel periodo, fino al 1980 e gli procurano visibilità e apprezzamenti; ma il successo si sa è tentatore. Così arriva il forte consumo di alcool e droga.
Si può dire che l’apice del successo per una mente tanto geniale quanto fragile sia stato anche il fondo del baratro. Iniziano i suoi disturbi di personalità, Joe Zawinul non lo sopporta più e neanche la moglie; si trova ad affrontare il primo divorzio. Nonostante la confusione mentale ed esistenziale, riesce ad elaborare progetti come “Word of Mouth” (1981) e sperimentare nuovi capolavori, tra cui alcune delle gemme più preziose dell’intero repertorio inciso dal bassista: Three Views of a Secret, Liberty City, John and Mary che lo portano in tour in Giappone. A quanto pare la malattia non gli permette di completare il ciclo di concerti. Al ritorno dal Giappone gli viene diagnosticata la sindrome bipolare e gli vengono prescritte le giuste terapie da seguire.
Ovviamente lui non è tipo da seguire terapie, mentre le sue condizioni peggiorano sempre di più. La sua vita va a rotoli. Non riesce a disintossicarsi. Deve affrontare un secondo divorzio, sente il peso di altri figli con i quali non sa relazionarsi. Vagabonda come un barbone. Non ha più amici, anzi, a quei pochi che lo invitano ancora a suonare, fa di tutto per rovinare il concerto, in nome della libertà creativa. Non ha più il controllo delle sue azioni, della sua vita.
Lo scontro fisico che gli toglie la vita a trentacinque anni assomiglia più ad un suicidio che ad un incidente. Dopo il concerto di Santana al Sunrise Music Theater da cui era stato cacciato per disturbo dell’esecuzione dal vivo, nella notte dell’undici settembre del 1987 si reca in un locale dove suonano del Jazz ma il buttafuori non lo riconosce e viste le condizioni di Jaco non lo fa entrare, Jaco sconvolto inizia a insultarlo, a provocarlo fisicamente, e il buttafuori esperto di arti marziali, non si fa pregare due volte, reagisce assestandogli un colpo che schianta Jaco al suolo e il conseguente colpo alla testa lo lascia in coma, per poi non reagire più agli stimoli. Otto giorni dopo i parenti decidono di staccare la spina. Ha illuminato con il suo genio anarchico il mondo della musica, ha dettato nuove leggi, sovversivi punti di vista, inediti scenari tecnici, ampliando la visione interiore di un’arte sempre alla ricerca di se stessa… per poi bruciare autoconsumandosi come soltanto una stella può fare.

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Un pensiero riguardo “Jaco Pastorius: L’arte e l’anarchia – di Gabriele Peritore

  • marzo 14, 2017 in 11:55 am
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    credo che tutti dobbiamo qualcosa a questo personaggio fuori da ogni rango e classe, impossibile da etichettare in qualche modo, artista totale che ha pagato con la vita il suo genio sregolato e la sua sete di sperimentare sempre e comunque…e capisci meglio il pregio dei suoi lavori quando a distanza di anni li riascolti sempre con rinnovato interesse perché hanno sempre qualcosa di nuovo da farti notare, dai suoi esordi a quelli con le big – band primi ’80 (e che band!!!), agli ultimi con un giovanissimo ma già impressionante Bireli Lagrene alla chitarra…

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