Jackie McAuley: “Jackie McAuley” (1971) – di Pietro Previti

Storie che forse potevano capitare soltanto negli anni Sessanta. John McAuley, per gli amici Jackie, nordirlandese di Belfast classe 1946, debutta giovanissimo come tastierista nei Them, ruolo che ricoprirà per un breve ma intenso periodo nei primissimi mesi del 1965. E’ una stagione formidabile, almeno fino a quando Van Morrison resterà nel complesso, che lo porterà a calcare i palchi ove si esibiscono le band più grandi ed acclamate del periodo, Beatles, Rolling Stones e Kinks. Archiviato anche l’ulteriore sequel con i Them Belfast Gypsies, Jackie rimane nel giro dei musicisti londinesi ove incontrerà Judy Dyble,  già fondatrice e cantante dei Fairport Convention e per un brevissimo momento  nei Giles, Giles & Fripp, ossia il nucleo storico dei King Crimson. Complice l’intuito e l’ampiezza di vedute della Dawn Records, label sussidiaria della Pye Records, McAuley e Dyble daranno vita nel 1969 ai Trader Horne, semplicemente una tra le creature più intriganti ed audaci in ambito folk. Morning Way (1969) si colloca da subito come album di culto e porterà il duo ad esibirsi in festival in compagnia di  future stelle del firmamento progressive come Yes e Genesis. Il long-playing, a parte un paio di singoli, rimarrà purtroppo senza seguito per la decisione della Dyble di abbandonare l’attività musicale (cosa che farà per circa 35 anni, prima di rientrare in scena)  sia per l’accumulo da stress per i continui spostamenti per le serate, sia in quanto prossima a convolare a nozze. Conclusasi prematuramente anche quest’ulteriore avventura, proprio nel momento in cui arrivavano i primi  riscontri di pubblico e critica, McAuley beneficerà della fiducia del produttore della Dawn Barry Murray per realizzare quello che resterà l’unico 33 giri a suo nome per oltre venti anni.  L’album è una misconosciuta gemma di folk-rock, venato da delicate aperture prog e trame jazzate. Dieci canzoni per un totale di scarsi 41 minuti in cui McAuley si presenta non solo come abile polistrumentista, ma anche come songwriter di buona levatura. Ad accompagnarlo vengono chiamati musicisti di provata esperienza, provenienti specialmente dal circuito jazz a partire da Henry Lowther, trombettista e violinista di valore, che proprio in quel periodo gira l’Inghilterra con una band a suo nome composta dagli altrettanto validi Mike McNaught (piano, vibrafono, harpsichord ed arrangiamenti, Mike Travis (percussioni e batteria) e Tony Roberts (flauto). I quattro hanno da pochi mesi rilasciato “Child Song”, disco che ha ottenuto riconoscimenti non solo tra gli appassionati di jazz, probabilmente per le frequentazioni dei componenti della band con artisti molto noti ed apprezzati come Mike Westbrook, John Mayall, Keef Hartley (Henry Lowther), Alexis Korner’s Blues Incorporated (Tony Roberts) e Gilgamesh (Mike Travis). L’impostazione jazz trova un’ulteriore conferma nella partecipazione di Roy Babbington, all’epoca uno dei solisti più creativi al basso elettrico e membro dei Ian Carr’s Nucleus, oltre che sideman molto richiesto. Special guest in un solo brano, l’unico non proveniente dalla penna di McAuley,  Pete Hossell della Panama Limited Jug Band. L’apertura è affidata alla sinfonica ballad Turning Green, caratterizzata da un convincente intro pianistico e da una buona prova vocale di McAuley. Brano ben scritto e con qualche ambizione pop, che affidato a qualche singer di maggiore notorietà, avrebbe potuto dare non poche soddisfazioni al suo autore. Boy On The Bayou presenta un’atmosfera più soffusa e ricercata sia per la presenza del vibrafono che per il successivo misurato intervento del basso elettrico del futuro Soft Machine Roy Babbington. Una probabile strizzata d’occhio al mercato americano è, invece, Country Joe. La melodia sognante, apertamente dedicata a Country Joe McDonald, è anche un omaggio alla musica ed al movimento della West-Coast. La presenza del violino, affidato al trombettista Henry Lowther, sembra richiamare il lavoro che in quello stesso periodo il violinista Papa John Creach svolgeva negli americani Hot Tuna. Cameramen, Wilson And Holmes è la prima vera perla del disco. Pezzo che apparentemente sembra concludersi dopo l’esposizione di un delicato tema folkie, condotto sulle note di un harpsichord di matrice elisabettiana. La successiva ed inaspettata apertura jazz, oltre a caratterizzare la struttura centrale della canzone, rimanda alle rarefatte evoluzioni acustiche dei Pentangle. La chiusura della facciata A è affidata a Spanish Room ed ai suoi scarsi due minuti di durata, contraddistinti da un continuo intreccio di note tra chitarra acustica e basso elettrico. Ancora una ballad pianistica, lievemente gospel, ad aprire la seconda facciata di Jackie McAuley. It’s Alright non solo è il titolo originale più lungo della raccolta dall’alto dei suoi sei minuti di durata, ma anche quello più “leggero” nello stile di certe cose degli Spooky Tooth e Traffic. Unico brano non proveniente dalla penna di McAuley Poor Howard del mitico Huddie Ledbetter è stomp piano blues allo stadio puro, con Jackie che si cimenta a suonare anche dei cucchiai come fossero delle rudimentali percussioni. Ospite il già citato Pete Hossell alla jug per un brano grazioso ma allo stesso tempo fuori tema dagli altri, da intendersi come siparietto di puro divertissement. Il piano liquido di McNaught ed il brillante lavoro alle spazzole di Travis rendono dolcissima Away, appena più movimentata dall’intermezzo trombettistico di Lowther. L’iniziale arpeggio di chitarra acustica e la struttura prog conferiscono alla strumentale Bangerine una consistenza e qualità di maggiore spessore rispetto al resto delle tracce. Ruby Farm ha l’onere di chiudere il long-playing. Brano dalla melodia leggera ma al tempo stesso debole, riporta l’ascoltatore in un versante folk un po’ annacquato. La scarsa propensione di McAuley a rimettersi in tour dopo la stancante esperienza con i Trader Horne  e, soprattutto, la mancanza di una band d’accompagnamento, visto che Lowther & Co. erano ritornati ad occuparsi dei loro progetti personali, fecero naufragare   le ambizioni di successo dell’album e portarono la  label ad interrompere il rapporto con il musicista nordirlandese. Il quale, da parte sua, non desisterà a continuare la sua attività di musicista e compositore, arrivando a rivestire anche l’incarico di direttore musicale per Lonnie Donegan, celebre caposcuola scozzese dello skiffle. Nel 1982 scriverà con Johnny Gustafson “Dear John” una top ten hit per gli Status Quo e con Clive Bunker, ex Jethro Tull, formerà una band di rock celtico, i Poor Mouth.  Chi volesse approfondire il personaggio può procurarsi la recentissima autobiografia di McAuley “I, Sideman”.

A1. Turning Green. A2. Boy On The Bayou. A3. Country Joe
A4. Cameramen, Wilson And Holmes. A5. Spanish Room.
B1. It’s Alright. B2. Poor Howard (Huddie Ledbetter). B3. Away.
B4. Bangerine. B5. Ruby Farm.
Jackie (John) McAuley: vocals, all guitars, banjo, spoons, stomp & piano.
Mike McNaught: piano, vibes, harpsichord, arranger. 
Mike Travis: drums, percussion. Roy Babington: bass. Pete Hossell: jug. 
Henry Lowther: violin, flugelhorn. Tony Roberts: flute.

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