Jack e Neal: essere beat, essere bop – di Vincenzo Corrado

Se c’è una storia di amicizia che vale la pena di essere ancora raccontata, è quella di due Angeli Desolati che sulle strade ribollenti di un’America polverosa ed eccitata, danzavano come pazzi, “quelli che non sbadigliano mai e non dicono mai banalità ma bruciano, bruciano, bruciano come favolosi fuochi d’artificio”. Jack Kerouac e Neal Cassady, erano accomunati da quel prurito di vita e da un’ansia irrefrenabile di partire e con gli occhi ammiccati all’insù, andarono a cercare il proprio vero spirito. Partirono attraverso visioni di musica ed emozioni, dentro quei sogni da manicomio, dando vita e anima a quella fuga mistico-sensuale che si tradusse, sul finire degli anni Cinquanta, in “On the road”, il romanzo più celebre di Jack Kerouac. Tutto ebbe inizio quando verso la metà degli anni Quaranta il “santo imbroglione dalla mente brillante” Neal Cassady, una avanzo di galera con un corpo atletico che sprigionava energia da tutti i pori, insieme alla moglie quindicenne LuAnne Henderson, arrivò a New York ebbro di curiosità artistica e pronto a nuove esperienze di qualsiasi forma e natura; fu “uno scoppio selvaggio di gioia americana” per dirla con le parole dello stesso Jack. Tante furono le storie che i due bruciarono in fretta in quei locali che batterono, fumando erba e snocciolando parole come se si masturbassero, sentendosi più vivi che mai dentro quella fuga dal conformismo sociale; e poi la musica, il Jazz che come un tamburo dettava sempre i tempi delle loro scorribande, veloce e pulsante, curioso e ironico, pungente e orgoglioso che li abbracciava dentro quell’aurea mistica che si portavano appresso. Da Denver al Greenwich Village, fino a Frisco, le occasioni d’incontro tra musicisti e scrittori erano continue in quell’America presa alla sprovvista da tutto quel furore creativo. Il be bop nasce quasi simultaneo con la Beat Generation: così come in campo letterario, questo nuovo stile jazzistico si sviluppa come una fusione di diverse idee musicali, create da musicisti che intuiscono, in contemporanea, che è arrivato il momento di buttarsi alle spalle una serie di vincoli e sentirsi liberi; liberi di creare. Del resto anche Jack Kerouac deve gran parte della sua scrittura proprio alla presenza di Neal Cassady e al suo disordine interiore, alla sua instancabile prorompente vitalità che per anni lo accompagnarono in quel mondo che è sempre stato ostile ai sognatori, alle sue lettere pazze e veloci come un flusso ininterrotto di parole sciorinate allungate, accarezzate in piene libertà, senza quei punti e virgole che delimitano ogni cosa. Pure la vita stessa. Una scrittura, quella di Jack, scaturita soprattutto dall’ascolto ossessivo del be bop, quel suono aggressivo, scosso e lacerato nel suo interno, da pure improvvisazioni. L’intuizione di Jack Kerouac fu proprio quella di voler riprodurre tutto questo e metterlo su carta. Già dai primi tempi dell’università in compagnia di Allen Ginsberg, William Burroughs e poi anche di Neal Cassady, il suono che ossessiona Jack era quello di Roy Eldridge, Clifford Brown, Slim Gaillard, Lester Young, Thelonious Monk, Dizzy Gillespie e poi del divino e amatissimo Charlie “Bird” Parker. Tutti, a quel tempo, nell’area intellettuale che lui bazzicava sentivano il bop, da Gregory Corso a Allen Ginsberg, da William Burroughs a Ferlinghetti, da Neal Cassidy a Kenneth Rexroth; e tutti quegli artisti poeti e scrittori, leggevano i loro poemi e prose diaboliche accompagnati da un sottofondo Jazz; ma è soprattutto Jack Kerouac a riflettere sul respiro di quel nuovo suono, come respiro di una sua nuova scrittura. “Un sassofonista cosa fa? Fa un bel respiro e poi soffia nel suo strumento fino a costruire una frase unica con il suo fiato. Così io separo le mie frasi come se fossero respiri diversi della mente”. Kerouac, lo sa, intuisce che quel modo di scrivere così spontaneo e privato di punteggiatura, simile al fraseggiare Jazz del suo “Bird”, è qualcosa di nuovo e rivoluzionario; il fresco linguaggio di una generazione emergente che fino ad allora era rimasta senza voce. Quindi Jack decide di usare la nuova prosa delineata attraverso i canoni di una maggiore spontaneità, per raccontare della sua vita e di quella di Neal, isterica e tormentata, tribolata e spregiudicata, mentre se ne andavano su macchine rubate ad attraversare l’America, con quell’irrefrenabile voglia di vedere cosa succedeva ad essere trasportati dal vento dentro quel borbottio di piacere.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.