Jack Clayton: “Suspense” (1961) – di Maurizio Fierro

Pensato da Henry James come una novella ghostly tale, “The Turn of the Screw” (Il Giro di Vite, pubblicato in forma di “romanzo d’appendice” sulla rivista Collier’s Weekly nel 1898), uno dei più famosi racconti della letteratura americana, trova la sua fonte primaria in una dozzinale novella apparsa nel 1855 sul Frank Leslie’s New York Journal, “The Temptation”, che James aveva letto da bambino. Più di un secolo dopo, l’idea seminale di quella storia poi rielaborata nel capolavoro dello scrittore newyorkese viene raccolta dal regista inglese Jack Clayton, qui al suo secondo lavoro da regista che, per l’occasione, si avvale della prestigiosa sceneggiatura di Truman Capote, al quale si aggiungono William Archibald e John Mortimer. Il risultato è “Suspense” (titolo originale The Innocents), un piccolo capolavoro di genere uscito nel 1961. È la seconda volta che la novella di James viene trasposta su grande schermo: due anni prima, John Frankenheimer si era mantenuto fedele al titolo originale in una pellicola impreziosita dall’eccelsa interpretazione di Ingrid Bergman, premiata con un Emmy Awards. In seguito ci saranno altri tentativi di adattamento, tutti alla ricerca di quel “quid” necessario a cogliere il particolare climax del racconto, una sorta di magia blasfema che sembra divertirsi ad aprire squarci nel velo di apparenze che avvolge la storia. Anche grazie alla superba fotografia in bianco e nero di uno dei maestri della Hammer Film Production (di William Hinds e James Carreras), Freddie Francis (premiato l’anno prima con l’Oscar per il film “Figli e Amanti” di Jack Cardiff), capace, attraverso particolari giochi di chiaroscuri, di rendere alla perfezione l’atmosfera da incubo che aleggia sul castello e sul rigoglioso parco in cui si snoda la vicenda, Jack Clayton dirige un film che riesce nell’impresa di catturare lo spirito del racconto dando corpo – sia attraverso i volti dei protagonisti che mediante le lunghe inquadrature degli interni e della vegetazione – a quelle sensazioni di incertezza, ambiguità e smarrimento che rappresentano la cifra stilistica della novella di Henry James. Il traliccio narrativo del film rispecchia quello del racconto: l’istitutrice miss Giddens (una giovanissima ma già straordinaria Deborah Kerr) trova lavoro presso un castello, ma alcune inquietanti apparizioni la inducono a pensare che i due nipoti del proprietario che deve accudire, Miles e Flora, siano posseduti dagli spiriti di due amanti morti in quel luogo (il giardiniere Quint e la precedente istitutrice miss Jessel), legati tra loro da un rapporto perverso che aveva coinvolto anche i bambini. Cercherà di liberare Flora e Miles dalle presenze miss Giddens, a costo di minare l’equilibrio mentale di tutti i protagonisti. Presentato al Festival di Cannes nel 1962, “Suspense”, una delle più felici rappresentazioni del fantastico su grande schermo, riesce a rendersi mimetico al racconto mantenendo un difficile equilibrio fra la dimensione spettrale e quella psicologica, in un alternarsi di punti di vista in cui al caos dell’oscurità incombente fanno da contrappunto improvvisi bagliori di senso… e in questo continuo baluginare la narrazione trova modo di produrre nello spettatore quell’effetto di ambiguità straniante che è di una realtà che ci sfugge, che ci rimane inconoscibile, aderendo in tal modo a quello che è il cardine del racconto di un Maestro del genere come Henry James. Con tanto di nenia infantile di sottofondo, il male che corrompe e perseguita i due bambini non viene mai direttamente esplicitato ma solo adombrato, come d’altra parte annotava lo stesso scrittore americano ne “Le Prefazioni”, quando scriveva che “al lettore vanno fatti pensare e sentire il male e l’orrore senza particolari elementi probanti, perché se gli avvenimenti si mantengono velati la fantasia è più libera di sbizzarrirsi e figurarsi gli orrori, mentre, se si alza il velo, il mistero e il senso di terrore si dissolvono”… e il velo non viene alzato nemmeno nella drammatica scena finale, in cui il serrato confronto fra miss Giddens e Miles è turbato dall’incombere di una terza presenza, il fantasma di Peter Quint – che può essere tanto reale quanto frutto dell’eccitata fantasia dell’istitutrice – fino al drammatico epilogo che, lungi dal conforto del chiarimento, porta l’enigma fino alle estreme conseguenze. Contrariamente a quanto avviene nella novella, Clayton sceglie di ambientare la scena finale nel giardino “abitato” da statue che evocano minacciose presenze, preferendo non utilizzare la finestra (come fa Henry James) come metafora per legare il mondo reale con l’al di là, e facendo vorticare il fantasma di Peter Quint alle spalle di Miles, in un crescendo di tensione culminante nell’imprevedibile scena finale, in cui l’istitutrice, con un bacio sulla bocca, tributa l’ultimo saluto al bambino, quasi a voler, con quel gesto, liberare dalla contaminazione del male un’anima innocente… e il cinguettio che fa da colonna sonora alla sequenza potrebbe simboleggiare proprio la dipartenza di quell’anima, avvalorando il titolo originale della pellicola, “The Innocents”, appunto.
“E se tu scruterai a lungo nell’abisso, anche l’abisso scruterà dentro di te”
(Friedrich Nietzsche: “Al di là del bene e del male” 1886)

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