J. J. Abrams: “Star Wars: L’Ascesa di Skywalker” (2019) – di Sabrina Sigon

È proprio necessario spiegare tutto per il successo di una storia? E ancora: le domande rimaste senza risposta penalizzano il film oppure lasciano, allo spettatore, lo spazio per inserire nel racconto anche la sua immaginazione? Queste le domande che immaginiamo si sarà fatto il regista J.J. Abrams durante la realizzazione di “Star Wars: L’Ascesa di Skywalker” (Star Wars: The Rise of Skywalker 2019) che conclude l’ultima trilogia di “Star Wars”, quella che narra la caduta della Nuova Repubblica con la conseguente instaurazione del Primo Ordine che viene contrastato dalla Resistenza. Eventi, questi, di “Guerre Stellari”, che si svolgono in una galassia immaginaria, in epoca non ben precisata, in un universo popolato da esseri umani ma anche dalle più disparate specie senzienti, robot e droidiFlotte di astronavi consentono spostamenti rapidi attraverso basi stellari e pianeti, e l’iperspazio viene utilizzato come artificio narrativo fantascientifico – che in “Star Trek” era “propulsione a curvatura” e “tunnel spaziale” – per poter aggirare il limite della velocità della luce nello spazio tridimensionale ed effettuare viaggi interstellari che siano addirittura più veloci.
Artifici geometrici che la narrativa aveva già iniziato a esplorare con il racconto del 1933 “I sogni della casa stregata” di Howard Phillips Lovecraft e nel ciclo “La legione dello spazio” (1947) di Jack Williamson. L’idea è che, sebbene due punti nello spazio a tre dimensioni possano apparire molto distanti, gli stessi punti in iperspazio – con un numero superiore di dimensioni – siano collegati da una traiettoria di lunghezza notevolmente più breve. Ma il tema centrale di tutta la saga di “Star Wars” è la “Forza”; quella che, nella seconda legge di Newton, è la derivata temporale della quantità di moto di un corpo rispetto al tempo. In “Guerre Stellari” la “Forza” diventa un campo energetico mistico generato dagli stessi esseri viventi che pervade l’universo e dona, a tutti coloro che riescono a percepirla e a utilizzarla, poteri che spaziano dalla telecinesi, alla precognizione, alla percezione extrasensoriale
George Lucas, regista, sceneggiatore e produttore cinematografico, vide in questo concetto di forza un nuovo modo per parlare del bene e del male alle giovani generazioni. Era la California degli anni settanta, un luogo dove l’arte, la musica e la letteratura avevano trovato degli spazi per poter esprimere, senza l’ansia e i tempi troppo veloci di città come New York, quei sentimenti di amore per il passato ma al tempo stesso curiosità per il futuro, che avrebbero creato le basi degli anni successivi; luoghi in cui la lunga Pacific Coast Highway, la strada del sogno americano, aveva visto passare scrittori come Henry Miller e Jack Kerouac, che si erano ritirati fra le montagne di Santa Lucia. Fu in questo contesto e in questo tempo che cominciò a diffondersi il movimento “New Age”, una forma di controcultura spirituale interessata a nuove pratiche e concetti come la meditazione, la medicina olistica, la cristalloterapia, l’ambientalismo. Un nuovo movimento che provò ad alzare gli occhi verso il cielo per interpretare i misteri legati allo spazio e alla presenza di vita su altri pianeti. Proprio la “Forza”, secondo Lucas, costituisce una summa delle fedi mondiali che, sulla scorta del pensiero religioso e morale, divide in due il suo utilizzo, Luce e Oscurità, Bene e Male, Jedi e Sith.
Una sorta di spiritualità laica che, stando alle originarie intenzioni del regista, voleva sviluppare nella generazione dei giovani degli anni ottanta una coscienza che li portasse a considerare che “il mondo funziona meglio se stai dalla parte del bene”. Mentre le riprese del primo film avanzavano, George Lucas studiava e approfondiva le sue conoscenze di filosofia orientale: la materia che si trasforma in energia in movimento, secondo la filosofia del Qi (Ki in giapponese e Ci in coreano), termini che indicano quell’energia interna utilizzata nelle arti marziali e che agisce non solo a livello filosofico ma anche fisico; conoscenze, quelle di Lucas, che si allargarono alla medicina tradizionale cinese, alla pittura e alla poetica. La cosa che più gli interessava, a quel tempo, era fare un film senza preoccuparsi troppo dei tecnicismi della storia; voleva raccontare, attraverso i concetti di queste filosofie, quel mondo fatto di musica e visioni che da bambino tanto lo aveva affascinato. “Voglio proporre immagini che non hanno niente di troppo reale”, disse, “che risuonano nel cervello e nell’animo senza annoiare o preoccupare”
Ed è in questi ideali e in una ridestata dimensione epica, specie nella parte finale, che si colloca la regia di J.J. Adams nel suo “Star Wars: l’Ascesa di Skywalker”, in cui ritroviamo robot, droidi e personaggi che ci accompagnano dalla prima serie: R2-D2 (C1-P8 nella produzione italiana della trilogia originale, nome scelto per l’assonanza con il celebre duo comico Gianni e Pinotto), C-3PO (D-3BO nella versione italiana della trilogia originale) droide protocollare di aspetto antropomorfo, ChewbeccaChewbe – il beneamato Wookie alto più di due metri e co-pilota dell’onnipresente astronave Millenium Falcon. In un film che alterna spazi in cui ci si immerge nella natura – sia essa una foresta adibita ad allenamento Jedi, sia un mare in tempesta che, pur nella sua irrealtà, è in grado di comunicare emozioni – il tema centrale è sempre quello di contrastare il male e di trovare la soluzione per neutralizzarne gli intenti… ed eccoci tutti quanti, amanti del genere, sostenitori, detrattori, tiepidi spettatori, tutti curiosi di capire come finiscono quarant’anni di storia. Sono loro, i nuovi protagonisti di quest’ultima trilogia, Rey, Finn, Kylo Ren, Poe Dameron che, insieme ai più anziani Luke Skywalker, Lando Calrissian, La Principessa Leila e il malvagio imperatore Palpatine, ci conducono – attraverso un film ben strutturato – a quello che dovrebbe chiudere non solo la terza trilogia ma l’intera storyline partita dal lontano 1977.  
Le citazioni, per situazioni e immagini, all’interno del film, sono molte, e vanno dal fumetto degli anni 1991-1992 “Dark Empire” (in Italia pubblicato con il titolo “Il lato oscuro della Forza”) della Dark Horse Comics – vero e proprio cult per appassionati – al videogioco “L’insurrezione”, dove fa la sua comparsa la cura di ferite mediante il trasferimento di energia vitale, fino ad arrivare ad alcune immagini di combattimento che ricordano il cartone animato “Lupin III”. Nel corso del film, inoltre, tutta una serie di frasi a effetto come: “Vincono, facendoti pensare di essere solo”, oppure: “Non aver paura di chi sei”, e ancora: “Eravamo una squadra: così abbiamo vinto”, per concludere con un: “Ritrova l’equilibrio, ritrova la luce, e la forza sarà con te”. È John Williams che firma, ancora una volta, la colonna sonora; quel compositore che, nei lontani anni settanta, decise di distaccarsi dai suggerimenti di Lucas che volevano una partitura di carattere operistico, e optò invece, fortunatamente, per un componimento dallo stampo più classico, ricollegandosi ai linguaggi artistici di Gustav Holst, Giacomo Puccini e Igor’ Fëdorovič Stravinskij.
Una tipica rappresentazione musicale del “Viaggio dell’eroe” e la classica apertura con il salto di quinta ascendente (Do-sol) che costituisce la firma di Williams, bella sottolineatura di un certo tipo di eroismo. Goffredo Petrassi, compositore e Maestro di Ennio Morricone, negli anni settanta sosteneva che non ci poteva essere arte nella musica dei film, e questo ha creato, qui da noi, una sorta di pregiudizio, che si è sciolto nel corso degli anni grazie alla bravura dei grandi che, con le loro colonne sonore, hanno invece portato questo genere ad entrare di diritto nel repertorio delle orchestre sinfoniche. In ultima analisi, è davvero necessario spiegare tutto per raccontare una storia? Nell’attacco finale del film di oggi la somiglianza con quello che concluse il primo “Star Wars” riporta lo spettatore – con una velocità che supera quella della luce e senza bisogno di astronave o iperspazio – indietro di 42 anni, in quella battaglia e in quel tunnel che aveva visto Luke Skywalker, assegnato al Red Squadron dopo essere entrato nell’Alleanza Ribelle, chiudere gli occhi e centrare al cuore la Morte NeraJ.J. Abrams ha ritenuto, nel suo “Star Wars: L’Ascesa di Skywalker”, che non sia necessario spiegare tutto; questa era stata anche la peculiarità del primo film di Lucas, la cui trama era uscita alleggerita da tutti quei tecnicismi politici che hanno invece caratterizzato alcuni dei film successivi; una trama più aperta per lasciare maggiore spazio ai personaggi. È in questo interessante movimento circolare che va a concludere, dopo 42 anni di avventure, una delle saghe più seguite nel mondo del cinema, la parola fine risulta più dolce, perché porta con sé gli elementi per altre, nuove storie.

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