J.B. Lenoir: il Blues e l’impegno – di Gabriele Peritore

Lavare i piatti in un locale, nella Chicago degli anni cinquanta, non è il massimo per nessuno, figurarsi per un musicista… eppure, J.B. Lenoir, arrivato da New Orleans nella “Windy City”, ha moglie e figli da mantenere e la sua passione non gli basta per sopravvivere… è costretto a sbarcare il lunario sciacquando e lustrando piatti e posate. Niente di strano che nel locale dove presta servizio, come succede negli altri locali della metropoli, ha la possibilità di ascoltare i pionieri della musica, responsabili della svolta epocale del Blues. Proprio in quegli anni, il genere musicale che è sempre stato il veicolo della tradizione afroamericana degli stati del sud, incomincia a contaminarsi con altre sonorità, si consolida l’elettrificazione degli strumenti e l’amplificazione e a ballare sono masse di gente ancora più enormi. Sono le ugole e i polpastrelli bollenti di Muddy Waters, Elmore James, Little Walter e tanti altri geniali musicisti a traghettare il Blues verso il Rock Blues e, ancora, a conquistare il mondo con il Rock and Roll come quello che propone Bo Diddley. Mentre lavora J.B., per lenire la fatica e non vedere le sue mani rovinarsi con il sapone, canta le canzoni dei suoi colleghi e le sue stesse canzoni. Pensa al suo nome: J.B., che non è un nome ma soltanto due iniziali di non si sa che cosa. Soltanto due lettere, un nome che non è nome. Perso insieme alle radici. Probabilmente le sue più belle composizioni sono nate davanti a un lavabo pieno di schiuma e stoviglie… e sudore sulla fronte. Ad un certo punto, però, il turno di lavoro finisce. Così J.B. Lenoir può indossare la sua giacca zebrata dalla lunga coda, imbracciare la chitarra, salire sul palco e cantare tutta la rabbia che ha dentro. Perché proprio lui, con la sua musica e i suoi testi, è uno degli artefici di questo cambiamento. Gli ha insegnato il padre a suonare la chitarra, prendendo spunto dai tradizionali arrangiamenti di Blind Lemon Jefferson… e J.B. li fa suoi velocizzandoli e attualizzandoli. Tira fuori tutto quello che ha dentro il cuore, con la sua voce sofferente e acuta che, nell’emissione raggiunge tonalità altissime, tanto da essere scambiata spesso per quella di una donna. Sono innumerevoli le sue registrazioni in quegli anni presso varie etichette e in collaborazione con eccezionali musicisti. I suoi brani non hanno mai avuto il successo meritato. Probabilmente il pezzo che ha scalato per un po’ più di tempo le classifiche è Mama Talk To Your Daughter, uno dei pezzi più classici del suo repertorio. Non hanno niente di meno brani poco celebri ma che possono essere considerati come i suoi manifesti: Let’s Roll e The Mojo Boogie. J.B. Lenoir mette nei suoi testi tutto quello che sente, che vive. Il brano Eisenhower Blues nasce come una preghiera rivolta al Presidente degli Stati Uniti dell’epoca, motivata dal comprendere profondamente le difficoltà economiche della sua gente… che poi sono le sue stesse difficoltà. Osservare la realtà di quel periodo, in cui le manovre politiche hanno portato alla paura del diverso, dello straniero, attraverso la guerra fredda… e per giustificare emorragie economiche destabilizzanti per la popolazione, ha portato alla vera e propria guerra con la Corea. Lenoir avverte tutto questo e lo riversa nel suo Blues. Infatti il lato A di “Eisenhower Blues” è I’M In Korea, in cui si immedesima nel dolore di un soldato che deve partire per il fronte e lasciare la propria casa, abbandonare la propria moglie in un giaciglio vuoto. Sono registrazioni che risalgono a un periodo compreso tra il 1951 e il 1954. Probabilmente sono i primi Blues che affrontano dichiaratamente tematiche sociali e che utilizzano l’impegno come ingrediente fondamentale della composizione. J.B. non si ferma mica qui… ribadisce il concetto in Korea Blues e affronta le tematiche razziali in Alabama Blues. Poi, però, si torna a ballare e sono indimenticabili i suoi ritmi in Voodoo Boogie e in I Feel So Good. Negli primi anni sessanta prosegue la sua produzione impegnata, infatti quando scoppia la guerra con il Vietnam esce la sua Vietnam Blues, con il pensiero rivolto a chi è costretto a partire per una guerra che fa vittime sempre innocenti. In quel periodo, però, il Blues, a causa di sconvolgenti e attraenti novità artistiche, vive un momento di incapacità nel comunicare con le nuove generazioni. J.B. Lenoir non si dà per vinto e pur di continuare le sue sperimentazioni musicali, inserendo ritmiche africane nei suoi arrangiamenti, si impegna a trovare altre entrate, andando a lavorare nelle cucine dei locali. Bisogna aspettare, come per tanti suoi colleghi, il Revival Blues verso la fine del decennio, per permettergli di tornare a esibirsi con una certa continuità e per tornare ad incidere. Il suo glorioso rientro in scena purtroppo dura poco, troppo poco. Tre settimane dopo un incidente stradale, avvenuto nel 1967, le ferite interne riportate non gli lasciano scampo. Con poca vita vissuta, soli trentotto anni, e tante tantissime altre cose da raccontare.

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