Ivano Fossati: “L’angelo e la pazienza” (1996) – di Valeria La Rocca

6:59…Ancora 60 maledetti secondi all’arrivo del treno. Faceva freddo e tirava il vento. Aspettare non era mai stato il suo forte e soprattutto d’inverno quando le mani nelle tasche non bastavano né il caffè corretto al bar della stazione. Non era un freddo qualunque il suo, era un freddo che circolava nelle vene, era il sangue che defluendo si perdeva chissà dove. Eppure tutto il sangue si radunava dall’ignoto e convergeva verso il centro infuocando il suo addome quando la vedeva arrivare. Il liquido disgelava e ricominciava a scorrere come il fiume che percorre la stessa strada ad ogni primavera. È un percorso che conosce solo lui, come per istinto ancestrale ogni goccia si riposiziona e si ricongiunge con le altre e insieme sciolgono le catene di antiche prigioni.
Questo era per lui vederla al mattino, nel suo paltò di lana color cammello stretto in vita da una cintura di cuoio ad esaltare un seno ampio e celato come un fiore in attesa di schiudersi. L’immancabile foulard di lana rasata avvolgeva l’acconciatura di capelli cotonati e raccolti alla Lollobrigida, girava attorno al collo lungo e si fermava con un nodo dai contorni simmetrici. La gonna ampia non riusciva a nascondere abbastanza le gambe disegnate su caviglie sottilissime. I piedi racchiusi in scarpette che in altri tempi sarebbero state di cristallo segnavano ticchettando nella corsa il suo battito cardiaco che galoppava imbizzarrito immaginando come sarebbe stato svelare quel mistero immergendosi in quel profumo di colonia alla zagara
Conosceva ogni dettaglio della sua dea e la sera nel suo letto apriva la scatola dei frammenti, aggiungeva gli altri dettagli che poteva solo immaginare e salpava verso la sua meta, fatta di baci, carezze e gemiti e sudore e brama che finalmente trovava pace. Stava seduto accanto al suo letto sulla sedia “più comoda del reparto, così l’aveva definita la caposala, commossa dalla devozione di quell’uomo curvo e dolorante, capace di restare immobile per ore a osservare che il bip del respiratore non perdesse un colpo. Aveva scolpito la sua anima nell’arte sublime della pazienza aspettando la sua dea ogni mattina per dieci lunghi mesi, prima di trovare il coraggio di sedersi di fronte a lei quella mattina. Conosceva ormai ogni dettaglio, ogni piega del foulard che avvolgeva quel collo al posto delle sue dita. Avrebbe voluto essere le sue scarpe per trattenere i suoi piedini esili e come calze di seta avrebbe voluto percorrere ogni millimetro delle sue gambe fino alla fine.
Sì, avrebbe voluto essere fiume e riversarsi nel suo oceano e morire in lei per poi rinascere ogni volta. Conosceva ogni dettaglio, ma non era mai entrato nei suoi occhi. Era sicuro che se fosse riuscito a farlo lei gli avrebbe aperto la porta e lo avrebbe fatto entrare. Non si capacitava del perché quella donna minuta, altera eppure morbida, potesse farlo sentire così insicuro e timido. Lui che mieteva vittime come un cacciatore esperto e che più volte era tornato a casa mezzo morto per le botte di padri o fratelli inferociti. Si sedette sul sedile di fronte al suo e cominciò a fissarla. “Prima o poi girerà lo sguardo!” si diceva e aspettava… ma lei granitica non lo faceva. Sapeva che i suoi fratelli avrebbero rischiato la galera pur di non vederla fra le braccia di un altro uomo… ma dentro lei bolliva, ansimava per quello sguardo fisso sul suo collo e sentiva le carezze che lui le lanciava ma non poteva assecondarlo, così guardava fuori dal finestrino sfilare ordinati i filari di vite intervallati da grappoli di fichi d’india poggiati su muretti antichi di basalto nero. La sera poi nel suo letto rimetteva in ordine tutti gli sguardi e i movimenti e se ne copriva sotto le coperte e salpava per il viaggio dell’immaginazione dove nessuno, neanche i suoi fratelli sarebbero mai entrati. L’unico ospite delle sue fantasie era lui che aveva preso il posto dei modelli dei fotoromanzi. Quel giorno che lei mise finalmente i suoi occhi verdi in quelli neri di lui salparono insieme e fu come se tutte le gocce del loro sangue avessero trovato la stessa strada.
“Posso chiederle il suo nome signorina?”
“Lei può chiederlo, ma non sono sicura che le risponderò”

Le botte dei fratelli gelosi di decine di donne abbandonate si fecero sentire tutte insieme sulle sue spalle, ma era deciso a non mollare.
“E allora posso anche insistere? E insisterò tanto finché non me lo dirà!”
Lei sorrise divertita. “Vediamo se indovina”.
“Se dovessi sceglierlo io il suo nome la chiamerei Angela perché mi ha preso il cuore e se l’è portato in cielo!”.
Gli occhi verde mare e le ciglia lunghissime si bloccarono attoniti e tutte le coperte del mondo non avrebbero nascosto la vampa che quelle parole accesero sotto la gonna inamidata…“Angela Deodato, 05/11/1939”. Nelle interminabili ore di attesa seduto sulla sedia comoda a controllare il bip del respiratore, leggeva e rileggeva all’infinito quel nome e i numeri che l’avevano portata da lui e respingeva gli altri numeri che l’avrebbero portata via. Dopo poche settimane non c’era angolo dei loro corpi che non fosse stato accarezzato da sopra i vestiti, ma ogni volta che le sue mani osavano varcare il confine delle gonne inamidate lei si ritraeva offesa e lo lasciava nella sua agonia. Seduto sulla sponda del letto la osservava sfogliare gli strati di stoffa bianca. Sbottonava lentamente la lunga fila di bottoncini in un rito interminabile. La visione della sua dea dalla pelle di luna fece defluire tutto il suo sangue disperdendolo e si sentì un bambino spaventato.
Lei si avvicinò e lentamente lo baciò come solo le dee antiche sanno fare e fu di nuovo fiume e oceano e pioggia e vento. Al primo ricovero, lui le teneva la mano e piangeva disperato e urlava che i medici erano solo dei cialtroni, che doveva esserci un sistema per fare regredire la malattia, che non ce l’avrebbe fatta a sopravvivere senza di lei e poi la guardò negli occhi verde mare e le giurò che l’avrebbe seguita l’indomani, che avrebbe preso tutte le pillole che c’erano in casa e che sarebbe arrivato da lei. Angela tirò fuori tutta l’energia che le rimaneva in quell’istante, gli afferrò la mano e lo guardò come la prima volta.
“Non farlo! Hai aspettato tanto e sono stata tua. Ti chiedo l’ultima pazienza e poi non dovrai più aspettare. Lasciami andare, ti tengo il posto accanto al mio, come sul nostro treno…”.

Con rose di Normandia / o con fiori di ferrovia
aggancia quel bell’angelo / 
prima che voli via
però madre che spavento / però madre che tormento

sognare nudi e crudi / in mezzo a questo via vai
che c’è una femmina in Buenos Aires

con gli occhi che fan moneta / e con l’anima sta inquieta
e più lontana che può / 
è un desiderio qui in casa mia
tutto bagnato dal dolore / e dopo centomila ore / 
non c’è un minuto di più.
L’amore va consumato va / l’amore va accontentato va / la voglia e l’innocenza
faranno come si può / l’amore va trasudato va / l’amore va comandato va
l’angelo e la pazienza / s’accordano come si può.
Io non ti voglio parlare, parlare ma / fra le ginocchia salire
Io non ti voglio sfiorare, sfiorare / io ti voglio amare.
Con rose di Normandia / o con fiori di gelosia
blocca quel tuo angelo / prima che corra via.
L’amore va consumato va / l’amore raccomandato va
la voglia e l’innocenza / faranno come si può
l’amore va rispettato va / l’amore va rammendato va
l’angelo e la pazienza / s’accordano come si può
Io non ti voglio parlare, parlare ma / fra le ginocchia salire
Io non ti voglio sfiorare, sfiorare / io ti voglio amare
C’è un trionfo di stendardi / dove termina il dolore
e dopo centomila ore / non c’è un minuto di più
È una strada lastricata, amore / dove passa l’innocenza
e dopo noi che siamo senza / poi l’angelo senza di noi.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Questo slideshow richiede JavaScript.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.